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Cose strane dal Tubo

Questa settimana sono un po’ impegnato e un po’ scazzato, quindi il blog sta un po’ soffrendo. Siccome percepisco l’ansia dei dodici che mi leggono regolarmente, ci tengo a comunicarvi che va tutto bene, non è successo niente e, tanto per pubblicare qualcosa in questo placido mercoledì mattina, metto qua sotto una roba in video che ho registrato ieri sera con quella brutta persona di Vitoiuvara. Fine. Buona Pasqua.

Bridge of podcast

Ed eccoci all’immancabile appuntamento settimanale con la giornata in cui sono un po’ sommerso di cose da fare, non ce la faccio a mettermi a scrivere di qualche cosa di sensato qua dentro e quindi consiglio l’ascolto di un podcast. Questa volta tocca a The Q & A With Jeff Goldsmith, che ho già segnalato una volta qua ed è interamente basato su interviste a gente di cinema e/o TV, tipicamente realizzate in occasione di proiezioni speciali organizzate dal Goldsmith stesso. Nello specifico, l’altro giorno, stavo ascoltando quello su Il ponte delle spie, con ospite lo sceneggiatore Matt Charman che racconta un sacco di cose interessanti, fra il lavoro di ricerca, il contatto con i parenti di James B. Donovan, l’approccio di Steven Spielberg, il passaggio per le mani dei Coen e via dicendo. Insomma, se vi è piaciuto il film, dategli un ascolto. E se non vi è piaciuto il film, andate via che siete brutti.

A margine, segnalo anche questo episodio del podcast di Bill Simmons, ché veramente stavo ridendo con le lacrime agli occhi. Dal minuto 50 circa, ci sono lui e Michael Rapaport che parlano delle doti da sciupafemmine professionista di Leonardo Di Caprio (che Rapaport a quanto pare conosce bene) e più avanti c’è pure il racconto di quando Michelino è stato colpito da erezione incontrollabile mentre girava la scena di ballo con Uma Thurman per Beautiful Girls. Le lacrime.

Piggì 13

Ieri stavo ascoltando un episodio relativamente recente di Scripnotes, il podcast di John August. Chi è John August? È uno sceneggiatore cinematografico che ho già citato qua sul blog in un paio di occasioni, per esempio a questo indirizzo qui e a quest’altro indirizzo qua. Nel suo podcast chiacchiera con Craig Mazin del proprio lavoro, andando spesso molto nello specifico e rivolgendosi direttamente agli sceneggiatori, o aspiranti tali. E infatti evito di ascoltare la maggior parte degli episodi, perché davvero non fanno per me, ma sono comunque abbonato, perché ogni tanto salta fuori qualcosa di interessante.

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Gli episodi pilota Amazon di gennaio 2015

Il 19 aprile 2013, Amazon ha tentato per la prima volta l’esperimento della “Pilot Season”, con quattordici episodi pilota per potenziali serie girati e gettati in pasto agli abbonati Amazon Prime, che in diversi territori mondiali (USA, certo, ma non solo) include un servizio di video on demand. Gli utenti possono guardarsi gli episodi, esprimere il loro parere tramite l’apposito sondaggio online e sperare che ciò che hanno più gradito passi il vaglio e venga messo in produzione. Le serie approvate vengono quindi prodotte e distribuite in stile Netflix, con l’intera stagione che arriva su Amazon Instant Video tutta assieme, in esclusiva per gli abbonati Prime, immagino pronta per l’eventuale vendita e trasmissione sui network televisivi dei paesi non raggiunti dal servizio.

Da quei primi quattordici “tentativi” hanno visto la luce cinque serie, tre delle quali dedicate al pubblico dei più piccini. Per quanto riguarda le altre due, Betas non ha avuto fortuna e ha chiuso dopo la prima annata, mentre Alpha House, una commedia a sfondo politico con protagonista John Goodman, è giunta lo scorso ottobre alla seconda stagione. Dalla seconda tornata di dieci episodi pilota, risalente a febbraio 2014, sono nate cinque serie, due delle quali per bambini. Le altre tre? Mozart in the Jungle, pubblicata un mese fa, Bosch, in arrivo a febbraio, e la splendida, splendida, splendida Transparent, che si è manifestata lo scorso agosto e nelle ultime settimane ha fatto incetta di premi, ha portato a casa due Golden Globe e, assieme all’annuncio – guarda caso immediatamente successivo alla cerimonia – di una serie firmata Woody Allen messa in produzione senza passare dalla procedura della Pilot Season, ha fatto puntare tutti i riflettori su Amazon.

Nel mentre c’è stata anche una terza Pilot Season, lo scorso agosto, di cui ho scritto a questo indirizzo qua: cinque proposte, nessuna delle quali convincentissima, con le due di maggior potenziale (Hand of God e Red Oaks) messe in produzione e una terza, The Cosmopolitans, su cui c’è ancora da decidere. Insomma, la macchina non si ferma e, anzi, con il prestigio garantito da Golden Globe e Woody Allen, è anzi il caso di spingere sul pedale dell’acceleratore, tant’è che il 15 gennaio 2015 è scattata la quarta Pilot Season, con ben tredici proposte. Sei fra questi nuovi episodi pilota sono dedicati a un pubblico infantile che, evidentemente, interessa molto ad Amazon ma, abbiate pazienza, interessa molto poco a me. Mi sono però guardato gli altri sette e…

Che cos’è?
Il remake americano dell’omonima serie britannica andata in onda per quattro stagioni. La mente creativa alle spalle del progetto è la stessa dell’originale, Cris Cole, affiancata però in produzione dallo Shawn Ryan di The Shield. La storia racconta di quattro amici di mezz’età, ex membri della stessa confraternita universitaria, che vanno in Belize per trascorrere quattro giorni di vacanza nella super villa del quinto amico che ha fatto i soldi e che, ovviamente, nasconde qualche segreto di troppo. Steve Zahn è il bambinone del gruppo. Ben Chaplin è il professorino tutto rabbia repressa e fastidio. Romany Malco è il padre di famiglia portato sull’orlo del lastrico da un divorzio difficile. Michael Imperioli è l’uomo medio senz’arte né parte. A ospitarli è Billy Zane, nel ruolo interpretato da Ben Chaplin nella serie originale.

Come mi è sembrato?
Molto bello e dal gran potenziale (per altro tecnicamente già espresso nella serie originale, che ammetto di non conoscere). Il rapporto fra i protagonisti è quello classico di queste situazioni, con amicizie non più troppo tali, logorate dalla vita e pronte ad esplodere in maniera brutale, ma la situazione precipita quando entrano in gioco le faccende in cui si è trovato coinvolto il personaggio di Billy Zane. Ne viene fuori un’ora di televisione il cui tono vira lentamente e inesorabilmente dalla leggera commedia anche un po’ stupidina iniziale a un tuffo nel panico e nella brutalità. Se andrà avanti, immagino verra messo al centro soprattutto l’elemento thriller e di avventura nei luoghi selvaggi, con gli aspetti comici a fare capolino nei rapporti fra i personaggi e nel tratteggiare gli aspetti più assurdi della storia.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Parecchia. Se il progetto viene bocciato, mi guardo l’originale. Anzi, mi sa che me lo guardo lo stesso.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Excellent: I can see this becoming one of my favorite shows

Che cos’è?
Una commedia su una ex super modella arrogante e volgarotta, appena uscita da dieci anni in clinica di riabilitazione, che prova a rientrare nel giro dalla porta principale ma sbatte contro un muro. Ad aiutarla, piuttosto controvoglia, la sua ex assistente, che nel frattempo si è rifatta una vita da scrittrice di manuali d’autostima per adolescenti. La modella è Leslie Bibb, l’ex assistente sfigatella è Rachel Dratch, a dirigere il pilota c’è il Mark Waters di Mean Girls.

Come mi è sembrato?
Mean Girls era eccellente, ma sono passati undici anni e Mark Waters deve ancora dirigere un singolo altro film che valga la pena di ricordare almeno la metà rispetto a quello (HINT: forse era tutto merito di Tina Fey). Salem Rogers, comunque, ha dei momenti in cui funziona, più che altro perché le due protagoniste, seppur in modi diversi, non conoscono il senso della vergogna. Leslie Bibb si mangia la scena ruttando, scoreggiando, trattando tutti malissimo, comportandosi da stronza senza freni e cretina priva di ogni speranza, Rachel Dratch è la solita, ottima, assurda Rachel Dratch e fra le due c’è davvero un’ottima intesa. La scrittura, però, non le supporta al meglio e onestamente sono più le gag sfiatate di quelle che funzionano.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Non molta, però ci vedo del potenziale. Diciamo che le darei una chance in caso di recensioni cariche d’entusiasmo.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Average: I wouldn’t go out of my way to watch it

Che cos’è?
Figlio di una coppia che vive vendendo droghe leggere, Logan è un ragazzo bellissimo e bravissimo che ha sempre avuto la vita servita su un piatto d’argento, facendosi mantenere come capitava, ottenendo tutto quello che voleva grazie al fatto che qualunque donna gli capitasse davanti cascava ai suoi piedi, ma non si è mai per questo montato la testa più di tanto. Praticamente è come sarebbe il principe azzurro di Fables se fosse caduto da piccolo nel pentolone della marijuana e fosse per questo costantemente rilassato, buono, onesto. Vive in uno stato di continuo relax e ha trovato la propria vocazione facendo il maestro di yoga nella palestra fondata con la sua ragazza… che improvvisamente lo lascia e lo costringe a mettersi in proprio. Deve quindi farsi una vita. Ah, suo padre è Kris Kristofferson.

Come mi è sembrato?
In giro per l’internet lo vedo abbastanza stroncato (del gruppo, l’unico trattato peggio è Point of Honor) ma in realtà a me non è dispiaciuto, in larga misura per il tono sbalestrato su cui si adagia, assestandosi dalle parti della commediola innocua che non sente il bisogno di sfociare negli eccessi apatowiani. La voce narrante, l’atmosfera, i personaggi… è tutto tremendamente rilassato e ne viene fuori un qualcosa di assurdo e con una sua personalità abbastanza particolare, che è anche difficile inquadrare come tentativo di far comicità in senso stretto, se vogliamo: l’unica gag “esplosiva” è quella che chiude l’episodio, per il resto è tutto un placido scherzare su convenzioni e sulle assurdità new age filtrate dallo sguardo di protagonista vitello tonnato. Ah, c’è Lyndsy Fonseca, che è sempre un punto a favore.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Non troppa. Ci vedo del potenziale, ma non abbastanza da gettarmici sulla fiducia. Anche qua, conteranno le recensioni.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?

Average: I wouldn’t go out of my way to watch it

Che cos’è?
Una specie di adattamento in video della storica rivista americana The New Yorker, che dal 1925 si occupa di cronaca, attualità, critica, satira, fumetti, narrativa e poesia. E i trenta minuti di questo episodio pilota sono strutturati come un numero di una rivista, con tanto di indice. Quattro segmenti: un cortometraggio con Alan Cumming nel ruolo di “Dio”, un’intervista a Marina Abramovic, un documentario di Jonathan Demme sul lavoro del biologo Tyrone Hayes e un altro corto (anzi, micro) metraggio, in cui Andrew Garfield legge una poesia. A introdurre ciascun segmento c’è una vignetta sullo stile di quelle che appaiono nella rivista, la cui genesi viene mostrata in time-lapse.

Come mi è sembrato?
Molto bello e promettente. Il livello della produzione è alto e i segmenti sono tutti interessanti, fermo restando che, ovviamente, possono attirare di più o di meno a seconda dei gusti personali e dell’argomento trattato. Il cortometraggio iniziale è divertente, l’intervista a Marina Abramovic è affascinante, il documentario su Tyrone Hayes tratta un argomento che meriterebbe più spazio ma riesce comunque a condensare come si deve emozione e informazioni, la poesiola fa da bel punto in fondo alla frase. Da un certo punto di vista, potrebbe essere il Transparent di ‘sto giro: magari non riscuote successo enorme, ma decidono di andare avanti lo stesso per questioni di importanza e di prestigio.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Molta.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Excellent: I can see this becoming one of my favorite shows

Che cos’è?
Siamo all’inizio della Guerra di secessione americana e John Rhodes, residente a Point of Honor, in piena Viriginia, prende la controversa decisione di rinunciare completamente allo schiavismo ma difendere comunque il suo stato nello scontro fra Nord e Sud. L’episodio pilota è diretto da Randal Wallace, regista di La maschera di ferro e We Were Soldiers, sceneggiatore di Braveheart e Pearl Harbor.

Come mi è sembrato?
L’investimento produttivo non sembra essere dei più convinti, fra la messa in scena traballante della battaglia iniziale (che pure ha i suoi momenti), una ricostruzione degli ambienti che va e viene e un eccesso di panoramiche dall’alto sulla villa che fanno tanto Dallas (senza contare che gli accenti, da quanto leggo in giro, lasciano a desiderare). Il soggetto, volendo, è affascinante, ma difficilotto da trattare come si deve e, a giudicare da questo episodio pilota, Randal Wallace non è all’altezza della situazione. Ci sono spunti azzeccati, piccoli momenti che raccontano la “normalità” dello schiavismo nello sguardo di un personaggio teoricamente positivo o immagini suggestive come quella delle donne sedute sull’uscio che ascoltano gli spari in lontananza, ma è tutto eccessivamente pomposo, fino all’esasperazione. La scrittura è sparata a mille, gli attori recitano anni luce sopra alle righe e, del resto, i personaggi sono una lunga serie di macchiette incastrate nei più classici stereotipi. Premio “no, dai” alla scena della liberazione degli schiavi con una che scatta subito a cantare Amazing Grace.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Pochissima. Poi vai a sapere, eh. Però davvero poca.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Below average

Che cos’è?
Se ne chiacchiera ormai dal 2010, quando doveva essere una miniserie della BBC, e già allora alla produzione era legato il nome di Ridley Scott. Nel 2013 doveva essere una produzione SyFy, con Frank Spotnitz (uomo fondamentale per otto delle nove stagioni di X-Files) ad affiancare sir Ridley. E alla fine è stata Amazon a provarci per davvero, con le riprese di un episodio pilota, prodotto sempre da Spotnitz e dalla Scott Free di Ridley, svoltesi a ottobre 2014. È l’adattamento dell’omonimo romanzo di Philip K. Dick (in Italia s’intitola La svastica sul sole) e racconta di un 1962 in cui l’America è sotto il dominio dell’Asse, uscito vittorioso dalla Seconda Guerra Mondiale, e nel quale Giappone e Germania finiscono per dividersi il territorio americano e dar vita alla loro versione della Guerra Fredda.

Come mi è sembrato?
Notevole. Ci sono margini di miglioramento, in un pilota è inevitabile, ma come punto di partenza fa il suo dovere alla grandissima, per diversi motivi. Soprattutto, c’è il suo sbatterti in questo mondo assurdo senza nessun pippone introduttivo, presentandolo come dato di fatto e raccontandolo in maniera eccellente, seguendo tante vie diverse, passando per i piccoli dettagli, la cura nella costruzione degli ambienti, scene dal forte impatto come quella delle ceneri, il lavoro su attori e personaggi. La capacità di costruire un mondo c’è tutta, ed è un mondo affascinante, nelle cui avventure viene voglia di immergersi. Se viene portato avanti e fanno le cose per bene, qua c’è il potenziale per la prima grande “saga” televisiva di Amazon.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Assai.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Excellent: I can see this becoming one of my favorite shows

Che cos’è?
Il mitico Brian Dennehy è il titolare di un’azienda produttrice d’armi da fuoco messa nei guai da una manovra azzardata del figlio Jason Lee. L’altro figlio Sam Trammell (il cagnolino di True Blood) torna a casa per dare una mano e si ritrova invischiato in tutte le assurdità da cui era scappato per rifarsi una vita. Ne viene fuori un mix fra (poco) dramma e (molta) commedia che fa satira sull’industria di pistolone e fucili, con Samuel Baum (Lie to Me) e Sam Shaw (Manhattan) a occuparsi del lato creativo.

Come mi è sembrato?
Divertente e con un bel potenziale, vuoi per l’argomento, vuoi per l’ottima intesa fra gli attori, anche se l’episodio pilota ci mette un po’ a ingranare e l’impressione è che, se andrà avanti, ci sarà da lavorare per aggiustare il tiro (Ba dum tssshhh). Jason Lee ha il ruolo cucito addosso e tira fuori un mix fra Earl e i suoi personaggi buzzurri del periodo in cui lavorava con Kevin Smith, Sam Trammell è il solito cucciolone (Ba dum tssshhh) e Brian Dennehy, beh, è Brian Dennehy. Bonus: c’è la faccia da schiaffi di Dreama Walker.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Abbastanza. Una chance glie la darei di sicuro, fosse anche solo per l’ottimo cast.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Above average

Beh, fermo restando che è inevitabile che in un mucchio di episodi pilota non funzioni tutto bene, mi sembra che la qualità media si stia alzando. Bene così. Al di là del fatto che Transparent, da solo, vale l’abbonamento a Prime. Guardate Transparent. Sul serio.

I nuovi episodi pilota di Amazon

Un paio di settimane fa, Amazon ha buttato fuori i suoi nuovi cinque episodi pilota, dando il via alla terza edizione del processo di votazione da parte del pubblico tramite cui si decide poi cosa trasformare in serie e cosa no. Vai su Amazon, scarichi l’episodio, lo guardi, lo voti, aspetti che vengano prese delle decisioni al riguardo e poi vai su un forum a lamentarti perché Amazon non ha preso le sue decisioni affidandosi solo ai tuoi voti. Ah, maledetta democrazia! In passato, il mio unico contatto con tutto questo carosello – e, in generale. con le serie prodotte da Amazon – è stato rappresentato dall’episodio pilota della serie TV di Zombieland, che ho guardato in ritardissimo e di cui ho chiacchierato in un episodio di The Walking Podcast subito dopo l’annuncio che non se ne sarebbe fatto nulla. Questa volta, invece, complice il fatto che stavo usando di brutto l’app di Amazon su PlayStation 3 per guardarmi la quinta stagione di The Good Wife, m’è cascato l’occhio su ‘sta cosa della Amazon Pilot Season e mi son detto “Beh, stanno lì, perché no?”. Ecco, col senno di poi, un paio di “perché” ce li avrei anche, ma insomma, me li sono guardati tutti e cinque, ormai da oltre una settimana, sono andato pure a compilare il sondaggio (ti fanno quattro domande a risposta multipla, l’ultima delle quali richiede una valutazione secca di merito) e adesso m’è venuta voglia di scrivere due scemenze al riguardo.

Che cos’è?
Una commedia scemotta ambientata negli anni Ottanta, con il protagonista un po’ sfigato ma che in fondo ha una certa dose di successo con le donne dal look improbabile dell’epoca. Attorno a lui e alle sue disavventure si trovano il classico cast di amici-macchiette e Paul Reiser nel solito ruolo di Paul Reiser. Il tutto è ambientato in un tennis club pieno di ricconi (probabilmente) cocainomani e ripreso con Instagram, o qualcosa di simile.

Come mi è sembrato?
Ho iniziato da questo perché in quei giorni non avevo tempo di dedicare un’ora alla cosa e allora mi sembrava il caso di partire dalle commedie, che durano meno. Dopo dieci minuti ero già scoraggiato e pesantemente attirato dallo smartphone appoggiato sul tavolino davanti a me, ma ho tenuto duro e sono arrivato fino in fondo. In linea teorica i nomi coinvolti – David Gordon Green alla regia, Steven Soderbergh in produzione – dovrebbero garantire una qualità che, boh, non mi sembra esserci. Il tentativo è chiaramente quello di tirar fuori una specie di Superbad, o forse di Adventureland: ci sono gli anni Ottanta, ci sono tutti i riferimenti da anni Ottanta (musiche in primis, ma non solo) e c’è quel taglio a metà fra la comicità scorretta e la malinconia da adolescenza che se ne va. Solo che se passo tutto il tempo a rendermi conto che “Ah, qui dovrei ridere”, c’è un problema. Poi, certo, magari il problema è mio, but still. Detto questo, i personaggi, per quanto non esattamente un tripudio di originalità, sono tutto sommato ben costruiti e hanno il potenziale per crescere se la serie va avanti.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Poca. Ma diciamo che se ne leggo bene in giro, magari, una chance glie la do. Tanto sta lì, su Amazon.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Average

Che cos’è?
Ce lo vendono come sguardo onesto al “dietro le quinte” delle complessità emotive e psicologiche della vita matrimoniale e della raggiunta consapevolezza di non essere più tanto giovincelli. Il che si traduce in un sacco di battute a sfondo erotico, situazioni che coinvolgono il sesso orale e un tentativo di sembrare onesti e privi di vergogna facendo finta che Girls non abbia spostato di svariati chilometri i confini del tollerabile quando si parla di questi argomenti. E infatti sembra il Girls del discount, nel senso che al discount certe cose non te le puoi permettere.

Come mi è sembrato?
Ma c’è un altro parallelo, con Girls. Di fondo, quella di Lena Dunham non è una commedia in senso stretto e, quando ti fa ridere, lo fa sempre lasciandoti addosso un certo senso di disagio. Si potrebbe dire lo stesso di Really, o quantomeno dell’episodio pilota di Really, con la differenza che questo, ad essere una commedia, ci prova eccome, e il senso di disagio te lo lascia addosso perché sei lì che, quando scatta il momento in cui dovresti ridere, sei tu a dire “Really?”. Poi, per carità, volendo c’è anche qui del potenziale, senza contare che immagino a qualcuno faccia piacere vedere Sarah Chalke impegnata nelle sue evoluzioni sessuali col marito. Io, mentre lo guardavo, ho esclamato talmente tante volte “Really?” che a un certo punto ho deciso di interrompere la visione. E, voglio dire, non mi capita praticamente mai di abbandonare una cosa che inizio, ho quel genere di ossessivo-compulsività. Però qua mi sembrava proprio di stare buttando via il mio tempo. Solo che poi mi sono ricordato che c’era Selma Blair e ho deciso di riprendere la visione e arrivare fino in fondo. Ho sofferto abbastanza.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Pochissima, ma non escludo di cadere in tentazione quando (se) me le ritroverò davanti su Amazon. Giusto per vedere cosa fanno fare a Sarah Chalke e Selma Blair.


Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Poor

Che cos’è?
Altro giro, altra commedia, questa volta scritta, diretta e prodotta da Whit Stillman, di cui credo di aver visto solo il bizzarro Damsels in Distress. Si racconta di un gruppo di giovani e bellissimi rampanti americani che vivono a Parigi e passano le loro giornate chiacchierando seduti sui tavolini di vari locali. C’è Adam Brody che sembra arrivare per direttissima dal set di The O.C., c’è Chloe Sevigny che fa la donna affascinante e sfuggevole, c’è Carrie MacLemore nei panni dell’americana totalmente pesce fuor d’acqua e preda degli autoctoni dall’accento strano e ci sono un po’ di altri (mediocri) attori a occupare lo spazio dei sagomati di cartone che fan da contorno.

Come mi è sembrato?
M’è sembrata la classica storiella di gente bellissima, pulitissima e di cui non me ne frega nulla, ma che immagino abbia un suo pubblico, altrimenti non continuerebbero a proporre storie del genere e non riuscirebbero, di tanto in tanto, a trasformarle in serie di successo. Anche qui, fra l’altro, s’è ripresentata la costante del mio esclamare “Really?” di fronte a ogni gag. Evidentemente è il tema delle serie comiche Amazon. Va comunque detto che l’ambientazione parigina regala al tutto un look diverso dal solito e che quantomeno si vede lo sforzo di ingaggiare attori che conoscano la lingua in cui si ritrovano a parlare (per dire, c’è Adriano Giannini nel ruolo dell’amico italiano che, in quanto italiano, ne se a pacchi su come si trattano le donne). Pare una cosa da poco, ma non è che sia esattamente la norma, nelle produzioni americane. Anzi, la norma è l’esatto contrario, americani che parlano lingue straniere completamente a caso. Ah, anche di questo ho interrotto la visione verso metà, ma insomma, visto che poi ho recuperato Really, mi sentivo in colpa a non guardare fino in fondo solo The Cosmopolitans, quindi ho rimediato. Ho sofferto molto.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Zero assoluto.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Poor

Che cos’è?
Un thriller ispirato ad eventi reali, per la precisione il caso delle diciotto cheerleader di Le Roy (New York) che nel 2012 si sono ritrovate preda di tic e reazioni fisiche incontrollabili, propagate fra di loro secondo delle modalità da isteria di massa mentale. Il fatto viene anche citato in questo episodio pilota, che quindi non si tratta di una rielaborazione in senso stretto ma di un “È già capitato!”. Protagonista degli eventi è una psicologa chiaramente formatasi con un pratico corso in fascicoli della Hobby & Work, che viene chiamata a investigare sul caso ma nasconde un oscuro segreto: suo fratello è un condannato a morte e ogni tanto, quando lei va a trovarlo, si esibiscono in una deliziosa imitazione della coppia Lecter/Starling.

Come mi è sembrato?
Tolti i primi dieci minuti in cui le mani e le rughe di Mena Suvari mi hanno messo di fronte alla tragica realtà degli anni che sono passati da American Beauty e dal primo American Pie, ho onestamente fatto un po’ fatica a trovare motivi d’interesse, più che altro perché respinto dalla solita banda di adolescenti tutte un po’ ribelli, super sessualizzate e senza un minimo spunto di caratterizzazione che vada oltre gli ovvi cliché. Fondamentalmente il racconto prende l’episodio reale e lo fonde con la fissazione di questi anni per gli smartphone, i social network e i video su internet, generando un po’ quella sensazione da telefilm che tenta in maniera impacciata di raccontare cose moderne e giovani. Alla fin fine, sono più interessanti – per quanto altrettanto banalotte – le storie di contorno e, tutto sommato, il rapporto bizzarro della protagonista col fratello lascia addosso un minimo di curiosità. Ma insomma, è poca cosa. Di certo, sono arrivato in fondo più che altro per senso del dovere, aiutato da un po’ di cazzeggio su Twitter.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Nel caso, guarderò cosa se ne dice e mi farò un’idea.

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Below Average

Che cos’è?
L’esordio televisivo di uno fra i registi più versatili in attività. Voglio dire, si possono discutere i risultati, ma di sicuro Marc Forster non è uno che si fa problemi a saltare come uno schizzato da un genere all’altro, e basta scorrere la sua filmografia per rendersene conto: Monster’s Ball, Neverland, Stay, Vero come la finzione, Il cacciatore di aquiloni, Quantum of Solace, Machine Gun, World War Z. Ad ogni modo, Hand of God è il nuovo esponente del filone “Gente normale che sbrocca a causa di un evento traumatico” e nello specifico racconta del giudice Ron Perlman che, messo di fronte al tentato (e ai limiti del riuscito: è in coma) suicidio del figlio, scivola nei meandri di un trip religioso vendicativo e si lascia tentare dalla pratica di giustiziere della notte.

Come mi è sembrato?
Di sicuro è il pilota più curato sul piano visivo del gruppo e, beh, ci mancherebbe altro. Poi c’è Ron Perlman, che è un valore aggiunto per qualsiasi cosa e riesce a dare senso a un racconto che comunque viaggia costantemente sul baratro del ridicolo. È un po’ tutto molto sopra le righe, tant’è che leggo in giro chi lo paragona a iniziare a guardare Breaking Bad quando Walter White è già completamente uscito di testa, ma tutto sommato ci sono degli elementi interessanti, anche se, onestamente, gli sviluppi sono piuttosto prevedibili. Il modo in cui tutto gioca sul “Ma sarà veramente pazzo oppure c’è del senso in quel che dice?”, comunque, funziona abbastanza e fa conservare un minimo d’interesse fino alla rivelazione finale. O, quantomeno, ci riesce rispetto agli standard piuttosto bassi degli altri quattro episodi pilota.

Quanta voglia mi ha messo addosso di andare avanti, nel caso vada avanti?
Beh, devo ammettere che il finale mi ha incuriosito, non tanto per il colpo di scena abbastanza telefonato, quanto perché potrebbe essere divertente vedere come gestiscono tutto quel che c’è da svelare, oltre alla progressiva perdita della brocca di Ron Perlman (e del suo amico Garret Dillahunt, che in questo genere di ruoli è sempre ottimo).

Che valutazione gli ho messo su Amazon?
Above Average

Ho l’impressione di non essere esattamente parte del target di Amazon.

La robbaccia del sabato mattina: Paul Rudd col cappuccio

L’altro giorno è stato annunciato il cast per la serie da dieci episodi basata su Powers, fumetto molto apprezzato da queste parti, che è attualmente in produzione per il PlayStation Network. Ora, con tutto che non so ancora se avere buone speranze perché vai a sapere, devo dire che la scelta di Sharlto Copley come protagonista mi intriga, anche se ha un po’ poco a che vedere con l’estetica del personaggio originale. In più, c’è la sempre ottima Michelle Forbes per il ruolo di Retro Girl e ci sono un altro po’ di nomi più o meno noti a fare da contorno: Eddie Izzard, Noah Taylor, Susan Heyward, Olesya Rulin, Max Fowler e Adam Godley. Vogliamo crederci? Crediamoci. Intanto, escono le prime foto (una sopra, una sotto) più o meno legate ad Ant-Man, noto anche come il film Marvel passato dall’essere il più atteso in assoluto a quello da cui ci si aspetta meno in assoluto.

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Sempre a proposito di fumetti Marvel, stanno uscendo circa centododicimila notizie di casting sulla seconda stagione di Agents of S.H.I.E.L.D.. Se non mi sono perso nulla, abbiamo la sempre amata cavallona Adrianne Palicki come Mockingbird (quindi possibile futura conquista di Jeremy Renner, se decidono di seguire gli sviluppi dei fumetti), Kyle MacLachlan a fare il padre di Skye, chiunque esso sia, e Brian Patrick Wade come Crusher Creel, quindi, teoricamente possibile futuro bersaglio dei cazzotti di Thor. Scelte buone? Scelte cattive? Non saprei, dico solo che a me fa sempre piacere vedere sullo schermo Tyra Collette, quindi a posto così.

Questo qua sopra è il trailer di Young Ones, del quale non so praticamente nulla se non quello che si vede, per l’appunto, nel trailer, ovvero che racconta di un futuro tutto polvere e niente acqua. Praticamente è il contrario di Waterworld. Gli attori mi intrigano, il trailer mi intriga, IMDB mi dice che in Francia è uscito a inizio agosto e in effetti scopro ora che è ancora fuori. Magari la prossima settimana lo recupero. Forse. Vai a sapere.

Questo sembra una roba oltre l’impresentabile, e del resto i protagonisti sono Nicolas Cage e Hayden Christensen. La verità è che l’ho messo qui solo perché si intitola Outcast. Andiamo avanti.

Il secondo trailer di Annabelle, il film dedicato alla bambola tutta brutta e inquietante che faceva una comparsata in L’evocazione. Puzza di cagata lontano un miglio, però, ehi, vai a sapere, magari invece viene fuori divertente. Anche se, insomma, dal regista di Mortal Kombat: Distruzione totale, abbiate pazienza, tenderei a non aspettarmi molto. Comunque, per questa settimana chiudiamo qui, con giusto una segnalazione di un articolo che mi è piaciuto molto su come funzionano gli assalti di gruppo in questo luogo così simpatico e accogliente che è l’internet. E ora spazio ai video tutti matti.

Sono indeciso: vado a vederlo, il film con Sara Tancredi che scappa dagli uragani?

Illustratori in teaser trailer

Andrea “Fulgenzio” Chirichelli è uno con cui non sempre vado d’accordo e con cui qualche volta mi sono beccato su qualche forum. E se si limita a questo la descrizione, va detto, potrebbe trattarsi praticamente di chiunque abbia mai commesso l’errore di incrociarmi nell’internet. Aggiungo allora che è uno dei due dittatori a cui si deve Players, la rivista in pdf, in digitale, in interwebz e pure in podcast che parla di qualsiasi cosa. Cinema, fumetti, libri, illustrazioni, fotografia, musica, televisione, paleontologia, cucina, pelota basca e financo mercato azionario. O quasi. Sui primi numeri di quella rivista c’ho scritto pure io, e infatti la pubblicizzavo qua dentro, poi non c’ho più avuto forza, tempo, voglia o chissà che altro e me ne sono allontanato, ma loro sono andati avanti benissimo anche senza di me (STRANO!) e proseguono imperterriti verso la gloria infinita. Ma qui, oggi, non voglio parlare di Players.

Voglio parlare di una roba su cui m’è cascato l’occhio sostanzialmente per caso, aprendo TFP per pubblicizzare l’Outcast Reportage sull’E3 2013. Trattarsi di Illustratori, un documentario curato a quattro mani dal Fulgenzio di cui sopra e da Marco Bassi, che racconta la storia di quattro illustratori italiani che hanno sfondato in tutto il mondo e oltre, arrivando alle porte dell’universo e pure di Tannhäuser: Olimpia Zagnoli, Alessandro Gottardo, Emiliano Ponzi e Francesco Poroli. Ora, “parlare” è forse una parola un po’ grossa, dato che il documentario non l’ho visto, però ho visto il trailer e m’è parso poter essere una roba curiosa, interessante e che tratta un argomento magari non troppo noto ma affascinante. Ergo, ho pensato di segnalarlo qua, così me la sbrigo velocemente col post del lunedì mattina e magari, vai a sapere, faccio conoscere il progetto a qualcuno. Anche se dubito ‘sto blog sia chissà quale cassa di risonanza. Ad ogni modo, la pagina Facebook ufficiale sta a questo indirizzo qua, il trailer sta qua sotto.

E stasera si ricomincia a registrare. Innanzitutto un The Walking Podcast, poi magari la prossima settimana riprendiamo con gli Outcast “regolari”, che son fermi da quasi due mesi.

Il dominio dell’internet

Allora, sta succedendo questa cosa che ormai la bava dell’internet decide tutto. È un bene? È un male? Mboh, non lo so. Di sicuro è un’iperbole e non sta realmente succedendo, ma ci siamo capiti. Qualche esempio? Per esempio BioWare che “ritratta” il finale di Mass Effect 3 (ne avevo pure scritto… e neanche l’ho giocato!). O la gente che fa le dichiarazioni all’E3 e poi ritratta, tipo sul caso della Lara Croft vittima di attenzioni sessuali. Sony che elimina da The Amazing Spider-Man 2 le scene con Mary Jane Watson, ufficialmente perché erano due o tre e per ragioni narrative preferiscono farla esordire direttamente nel terzo episodio. Solo che poi leggi che si parla addirittura di recasting e ti viene il dubbio che, visto il clima, sia un dietrofront figlio della sbavata globale sulla sempre annosa discussione “Ma non è abbastanza gnocca!”. E qui, fra l’altro, ci metto un mia culpa: com’è che il Kingpin nero di Daredevil mi diverte e non mi crea problemi, ma se Mary Jane non è abbastanza gnocca ci scrivo addirittura un post? Eh, siamo fatti così, è l’ormone nerd. E poi, ovvio, il tema del momento, Microsoft che decide di fare dietro front sulla faccenda dei DRM di Xbox One. Agevolo qua sotto un video in cui ne ho chiacchierato con tre brutte persone.

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Dicevo. È un bene? È un male? Mboh, non lo so. Di certo so che spesso “l’opinione pubblica” internettara mi dà l’idea di essere guidata più che altro dal caos del momento, dal bordello della rabbia da forum, dallo sbavare incontrollato. E, insomma, non mi pare esprima sempre opinioni ragionate, men che meno con toni equilibrati e signorili. D’altra parte è anche vero che, oh, se un’azienda deve accontentare i suoi clienti e ha modo di adattare il proprio prodotto alle esigenze di questi clienti, oh, beh, perché no? Di fondo, il risultato, si spera, è che i clienti sono soddisfatti e l’azienda pure, perché si ciuccia i soldi dei clienti. Win-win, insomma. Certo, poi nel mezzo ci sarebbero tutte le possibili e immaginabili considerazioni sul ruolo dell’autore, sulla necessità, ogni tanto, di far anche piovere un po’ le cose dall’alto e non piegarsi, sul fatto che a volte gli utenti sbraitano spinti dall’abitudine e dalla non voglia di cambiare. E sto parlando in generale, lo sottolineo, non necessariamente del caso specifico di Xbox One. Quindi? Bene? Male? Boh? Onestamente, se davvero cambiano l’attrice di The Amazing Spider-Man 2, a me la cosa un po’ fa ridere e un po’ mette tristezza. Diventa veramente il simbolo di come si fa in larga parte il cinema oggi, guidato da produttori senza coglioni che non hanno idea di cosa significhi fare il proprio lavoro, o forse non hanno proprio idea punto e basta. E questo a prescindere dal fatto che poi magari ne vien fuori un film godibilissimo – rischio la vita ricordandovi che apprezzato il primo – ma proprio come concetto in sé.

E alla fine è anche un po’ per questo che mi sta simpatica la Sony dei videogiochi, nonostante all’epoca della prima PlayStation la vedessi come quella cattiva, come il fumo negli occhi per me che ero cresciuto con Commodore, Sega e Nintendo (vedi? l’abitudine!), nonostante la seconda PlayStation mi sia venuta a nausea causa overdose da PSM, nonostante con la terza PlayStation abbia giocato pochissimo e più che altro visto film, nonostante, allo stato attuale, della quarta PlayStation mi attiri solo il prezzo. Perché paradossalmente la Sony dei videogiochi sembra comportarsi in maniera del tutto opposta. La Sony dei videogiochi, che pure non fa opere di bene e sicuramente fa quel che fa e decide quel che decide perché ritiene sia il modo migliore per avere successo commerciale, è la Sony che spinge su David Cage, che pubblica il primo e il secondo Siren, che lascia tutto il tempo del mondo a Polyphony e a quel tossico di Fumito Ueda, che crede con tutte le forze in The Unfinished Swan e thatgamecompany, che s’inventa Parappa the Rapper, punta fortissimo su The Witness e ha rotto le palle con Littlebigplanet, ma senza Littlebigplanet col piffero che Project Spark. E insomma, è quella lì.

E dove voglio andare, con tutto questo discorso sconclusionato che inizia da una parte, finisce dall’altra e sembra non avere un filo conduttore perché in effetti non ce l’ha? Ma che ne so, è tardi, sto morendo dal caldo e m’è venuta voglia di scrivere cose a caso. Buonanotte.

Domani vado a vedere il film con Clark Kent. Ho onestamente molta paura. Invece, quello con Smith & Son non m’è dispiaciuto, pensa te.

È arrivata l’estate!

Lo so, lo so, fra Facebook e Twitter, non se ne può già più di gente che si lamenta del caldo, ma che ci posso fare? Lo patisco, assai. Non aiuta il fatto di avere lo studio esposto al sole per gran parte della giornata, non aiuta la presenza nello studio di un desktop che scalda come un bastardo, non aiuta il fatto che pure io scaldo (e sudo) come un bastardo. E non aiuta neanche il fatto che la settimana dopo l’E3, pur essendo la cosa migliore dell’E3, è comunque la settimana dopo l’E3, quella piena di cose da fare post-E3 e in cui pure gli altri lavori tornano a morderti le caviglie disperati per la tua recente assenza. Insomma, sono in apnea, sto boccheggiando. E quindi oggi ce la caviamo così, con due righe su due trailer emersi nell’universo negli ultimi giorni. Tipo 300 – L’alba di un impero.

Quel che penso del primo 300 l’ho scritto qui e ho anche idea che se lo riscrivessi oggi il mio commento sarebbe ben più acido. Questo trailer, onestamente, non mi fa venire una gran voglia: sembra la fotocopia sbiadita di una roba che già in partenza era abbastanza sbiadita. Poi abbiamo il primo trailerino di Lo hobbit: La desolazione di Smaug.

E direi che ci aspettano altre ore della solita sbobba, che pure mi piace, eh. Possiamo però anche dire che il drago alla fine è un po’ bruttarello? Possiamo? Tanto è solo il primo trailer, poi migliora. Proseguiamo con uno sguardo a The Wolf of Wall Street, il nuovo di Martin Scorsese, senza il 3D ma con Di Caprio.

Mi sembra una roba che sono molto curioso di vedere, non mi sembra una roba a cui voglio dare fiducia totale assoluta. Ma mi piace l’idea di volerci credere. Poi, insomma, c’è Jonah Hill, c’è la versione rinata di Matthew McCoso, c’è perfino coach Taylor, come posso non volergli almeno un po’ bene? Esatto. Poi abbiamo The Lego Movie, che, uno dice, mapeppiacere.

Poi però guardi il trailer, scopri che a dirigere ci sono i due di Piovono polpette e 21 Jump Street, ci rivedi quello spirito un po’ tanto fuori di cozza e ti sale perfino della fotta. Ah, e poi c’è questo:

True Detective, serie HBO con Woody Harrelson e Matthew McCoso. Molta, molta attenzione, orecchie alzatissime. E adesso me ne vado al cinema a vedere After Earth, che, dai, tanto peggio di Gerard Butler contro i coreani che ho visto ieri non potrà essere, no? No? No, dai. No. Te prego.

Ci tengo anche a segnalare che mentre me ne stavo negli iuessei il twitter de I 400 calci mi ha onorato prima di una menzione e poi di un retweet. Sono quelle piccole cose che ti senti di aver finalmente dato senso a una vita di stenti. Grazie, voglio ringraziare soprattutto mia mamma, il mio cane, le gatte e l’Academy. Brofist.

Nostalgismo

Dunque, l’E3 si avvicina, e con esso probabilmente anche una settimana in cui non sarò in grado di continuare a pubblicare una roba al giorno qua sul blog. Inevitabile, dai. Forse. Vai a sapere. Comunque, il problema dell’E3 che si avvicina non sta solo nella settimana dell’E3, in cui sei via da casa e impegnato a lavorare come uno stronzo, ma anche nella settimana precedente all’E3, in cui sei intento a gestire centomila cose e prepararti, e nella settimana successiva all’E3, in cui sei intento a smaltire centomila cose e decomprimere. Va così, ci piace così. Forse. Vai a sapere. Ad ogni modo, è anche un po’ questo il motivo per cui oggi non trovo le forze di scrivere d’altro rispetto a quanto trovate di seguito.

Trattasi di un progetto segnalatomi dall’esimio collega Sergio Pennacchini che se non mi scrive – possibilmente con buon anticipo – i due articoli che mi ha promesso vado a cercarlo sotto casa. The Nostalgist, un cortometraggio basato su un racconto di Daniel H. Wilson (autore del Robopocalypse con cui Steven Spielberg sta cazzeggiando da un paio d’anni) e con protagonista Lambert Wilson (uno di quelli che li vedi in centomila film ma non sai mai come si chiamino). Le riprese sono in realtà già concluse e la campagna su Kickstarter serviva per organizzare la postproduzione. L’obiettivo è stato raggiunto, ma manca ancora qualche ora alla fine, quindi, se qualcuno vuole assicurarsi le varie robe previste per le donazioni, c’è tempo. Ad ogni modo, mi sembra promettente, dai. Sta tutto a questo indirizzo qua.

Torno a impazzire.