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[GDC 2009] Epifania

Ok, sticazzi, m’improvviso novello Berlusconi e mando affanculo la poca credibilità che mi è rimasta, infilando subito qualcosa di nuovo nel blog neanche un giorno dopo aver affermato di volerlo chiudere. È che questa cosa qui che ho scritto in aereo e che alla fine a rileggerla neanche mi piace tanto ha il fatto di essere tutta vera, anche se due giorni (e un paio di avvenimenti) dopo mi sembra un po’ vuota e un po’ fuori luogo. E allora mi spiace lasciarla lì a marcire, quindi la butto fuori, anche se poco convinto di quello che sto facendo. Sopravviverò, penso.

Durante questa settimana di GDC 2009 ho avuto tre momenti in cui mi sono sentito veramente tanto, ma tanto, ma tanto bene. Il primo è stato durante la cerimonia degli award, non saprei dire quando di preciso. Forse mentre osservavo gli occhi emozionati di quello sviluppatore indipendente russo, o magari mentre ascoltavo le cazzate di Tim Schafer, oppure durante qualche filmato scemo di Mega64. Ero lì, a questa cosa che scimmiottava un po’ gli Oscar, ma che era comunque sensibilmente orgogliosa di esser quello che era, e mi sono sentito bene, contento. Pensavo che, cazzo, era bello essere lì.

Poi mi è successo ascoltando il discorso di Margaret Robertson, una cosa meravigliosa intitolata “Stop Wasting My Time and Your Money: Why Your Game Doesn’t Need a Story to be a Hit”. Il discorso di una persona davvero appassionata e convinta di quello che stava provando a spiegare, capace di dire tante cose intelligenti, di dare interpretazioni sfiziose e argute su cose apparentemente banali, di essere divertentissima e addirittura toccante, oltre che, soprattutto, stimolante.

E poi lui, Keita Takahashi (mister Katamary Damacy e Noby Noby Boy), un tizio meraviglioso, che apre la sua conferenza giocherellando con la sciarpa, che passa tutto il tempo facendo i disegnini sullo schermo gigante, che racconta le sue sfide di design ma riesce anche a comunicare tantissimo del suo pensiero, della sua visione del mondo, di quello che ha provato a fare e a dire con le sue creazioni. E che poi salta fuori, a piedi nudi, si mette a giocare, coinvolge la gente. Marò, mi sono innamorato, di ‘sto tizio.

Ecco, tre momenti belli, proprio, in cui ho fermato tutto per un attimo e mi sono detto che – cazzo – io qua dentro ci sto bene, e sono fortunato per davvero. Che bello, ma che bello che bello, aver avuto quest’esperienza, che peccato che sia arrivata dopo tutti ‘sti anni, ma che bello lo stesso, fosse anche l’ultima. E allora, che parta la musica e si bagnino le pupille, perché mi tocca ringraziare. Ringraziare chi mi ha fatto venire fuori in questo modo, che pessimo o ottimo che sia è quello che sono e mi va benissimo così. Chi negli anni ha in un modo o nell’altro influenzato le mie scelte e mi ha portato fino a qui. Chi per qualche strano motivo mi ha dato e continua a darmi fiducia. Chi – addirittura! – ha trovato da qualche parte la voglia di volermi bene, tanto, poco, come capita. E pure il supremo, via, che in fondo, nonostante le nostre conversazioni quotidiane non siano proprio amichevoli, non gli devo stare poi così tanto sui coglioni.

Son fortunato, faccio un lavoro meraviglioso, magari meno di tanti altri, ma sicuramente molto più di tantissimi altri, nonostante tutte le menate e gli sbattimenti che nasconde (e che sono molto più di quanto pensiate, banda di stronzi invidiosi che non siete altro). Fino a che dura, me lo tengo stretto, mi ci metto più che posso e, cazzo, me lo godo al meglio. Perché poi la verità è che questa decina di anni, nonostante le delusioni, nonostante le incazzature, nonostante le testate al muro, mi ha dato tantissimo. E non li cambierei con un cazzo di nient’altro al mondo. A parte forse un sei al superenalotto, toh.

Perché mi piace, e non c’è un cazzo da fare. Mi piace scrivere, mi piace da matti, mi piace anche troppo, visto quanto finisco per farlo ogni volta. Mi è sempre piaciuto, fin da quando a scuola mi mettevo a raccontare le cose più assurde nei temi, andando fuori tema metà delle volte. Mi piace a livello viscerale, mi piace la sensazione liberatoria, fisica, di libertà che provo dopo aver buttato fuori a ruota libera quello che ho dentro. Mi piace esplorare quello che scrivo e quello che leggo, curiosare nelle tecniche di gente ben più brava di me, scoprire i trucchetti nascosti e i modi diversi di dire sempre le stesse cazzate. Mi piace sperimentare, mettermi alla prova, tentare cose diverse, sforzarmi di non fare sempre il compitino, trarre piacere dal semplice fatto di stare tamburellando su una tastiera. E del resto è pure per quello che scrivo in questo postaccio di blog, che mi costringo a parlare di cose per le quali nessuno mi paga, che perdo tanto tempo dietro a questo cumulo di nulla digitale. Perché mi piace, e non c’è un cazzo da fare.

E poi mi piace l’idea che quel che faccio, nel suo piccolo, serva a qualcosa. Mi piace quando qualcuno mi dice di aver trovato bella una cosa che ho scritto, perché, che cazzo, c’è il narcisismo, non può non esserci, quando non solo scrivi per lavoro, ma ti metti pure a farlo gratis. Ma anche perché, si torna sempre lì, l’idea che qualcuno tragga piacere, seppur momentaneo, effimero, da una roba che ho fatto io, beh, cazzo, è una meraviglia. È l’essenza, caspita. È dare qualcosa a qualcuno, magari qualcuno di sconosciuto, magari qualcuno che mi ringrazia perché ha letto un libro o guardato un film dopo che ne avevo parlato io qua dentro. Non è fantastico?

E mica è sufficiente, perché poi la verità è che lavorare in questo ambiente è uno spettacolo per mille altri motivi. È uno spettacolo perché mi piace tutto il resto del lavoro di redazione. Pianificare, decidere, fare e disfare, tirare fuori idee, discutere e valutare, dare ordini a destra e a sinistra, correggere e farmi correggere, cercare di fare sempre meglio quello che è un lavoro di nessuna importanza. Perché poi, diciamocelo, che importanza potrà mai avere un sito di videogiochi? Nessuna. Epperò è importante, come è importante, sempre, tutto. Qualsiasi cosa uno stia facendo, in quel momento, è la cosa più importante del mondo. Altrimenti non ha senso, non ne vale la pena, meglio fare altro.

E poi, oh, ma che cazzo di ambiente è, quello dei videogiochi? Una roba bella, proprio, in cui per ogni stronzetto – e ce ne sono – trovo almeno una decina di persone con cui fuggirei volentieri su un’isola deserta. Gente sveglia, brillante, adorabile, con cui mi perderei ore a parlare, con cui è fantastico scambiarsi idee, opinioni, proposte, sbattimenti. Gente, quella bella e ottima. Perfino qualche amico, via.

E i videogiochi? L’amore per questa roba, che mi accompagna da sempre, assieme al cinema e alla lettura. La voglia totale di indagarla e approfondirla sempre di più, questa roba. Il bello di andare a incontrare chi i videogiochi li realizza, di ascoltare le loro idee, di capire cosa pensano, di osservare da vicino il loro lavoro. Mi pagano per giocare, certo, e a volte è un gran sbattimento, mentre altre volte è solo un gran divertimento, ma il bello è che mi pagano anche per fare altro, per andare in giro, per toccare con mano, per parlare a quattrocchi, per infilare la testa dentro un mondo affascinante. E, oh, è uno sbattimento pure questo, ché a marzo praticamente sono stato a casa cinque giorni in tutto, ma caspita, che bello.

Ricordarsene, tutti, sempre, che nonostante tutto, è uno spettacolo. È una cosa bella e non va sprecata. E come tutte le cose belle, se te la senti dentro per davvero, quando poi la perdi sono cazzi. Grossi e tonanti. Vale per questo e vale per tutto. La merda è sempre dietro l’angolo, e l’unico modo per ingoiarla senza problemi sta nell’avere la bocca anestetizzata da tonnellate di cioccolata. Se di cioccolata ne avete, mangiatevela, con gusto.

[GDC 2009] Va da via el cul

Oggi, ieri, quando cazzo è stato che ero in volo sull’oceano, ho passato buona parte del tempo a scrivere. A scrivere roba per Nextgame e anche a scrivere una cosetta del cazzo, una cosetta da mettere qua dentro, un sfogo lacrimoso su che bello che bello sono stato alla GDC. Ma m’è passata la voglia di mettercelo, qua dentro. Anzi, m’è passata la voglia di metterci qualsiasi cosa. Mi sono rotto le palle, chiudo, chiudo tutto. La trentina di post più o meno abbozzati che stanno nelle bozze non sbozzeranno. Quel che sarebbe venuto dopo, neanche. Fine, spengo Internet. Kaput. È stato un piacere.

(Aggiornamento: Ok, non è vero, non spengo nulla, non credo resisterei senza ‘sta roba a cui ormai sono abituato. È che mi faccio trascinare e mi faccio prendere dal melodramma. Però in questo momento sono sommerso di roba da fare (per non parlare di quella a cui devo pensare), e questo è vero, quindi è probabile che le trasmissioni si interrompano per un po’. Buon avvio di ora legale a tutti.)

[GDC 2009] Day 1

Primo giorno di GDC, si comincia bene con un risveglio nientemeno che alle quattro e mezza del mattino. Boh, sarà colpa delle cibarie di ieri (Johnny Rockets con milk shake radioattivo a pranzo, yakitori e sushi vario a cena, mangiato in mutande, sotto le coperte, mentre si lavorava). Sta di fatto che parto subito con lo sguardo moribondo e, giusto per andare sul sicuro, mi riempio a colazione con dei pancake abnormi.

L’arrivo in fiera è comunque piacevole, anche perché si incontra un po’ di gente nota, dagli ex colleghi di Binari alla coppia d’oro Elisa+Sterling. E poi via ad ascoltare gente che parla per ore, da uno che si chiama Neil Young ma non canta e lavora su giochi per iPhone a un altro tizio tutto contento di stare lavorando sulla versione per cellulari di Bioshock (mi ha anche regalato una maglietta, quindi ha la mia stima).

Nel pomeriggio mi sarei dovuto sparare il postmortem di Crayon Physics Deluxe, ma ho sottovalutato la ressa e sono rimasto chiuso fuori dalla sala ormai al completo, finendo così per ripiegare sul postmortem di Super Monkey Ball per iPhone. Cercherò di non commettere errori simili nei prossimi giorni. La giornata, comunque, si è chiusa con una spettacolare esibizione del capo del mondo di Stardock, un tizio davvero divertentissimo che ha parlato per un’oretta dello sviluppo di giochi indie mirati al pubblico hardcore.

Oltre alla delusione Crayon Physics, comunque, la giornata ha riservato altre amare sorprese. Per esempio, mi si è sfondato l’alimentatore del Vaio. Per fortuna un intervento a cuore aperto di Soletta ha risolto le cose, almeno in via temporanea. Poi mi si è sfondato il lettore MP3 (che per carità, aveva i suoi anni). Così, morto da un momento all’altro. Conseguenze tragiche della cosa: non ho più musica qui con me, devo capire se conteneva importanti file di altro genere, devo impedirmi di comprare un iPod Touch (che dieci giorni fa avrei pagato nettamente meno a Montreal, of course). Ah, importante: sto producendo enormi dirigibili marroni a un ritmo pazzesco. Sarà l’aria di San Francisco?

L’aspetto positivo della giornata, invece, è l’aspetto positivo della settimana: la GDC è uno spettacolo. E mi rendo conto di quanto mi piace soprattutto oggi, che tutto sommato ho visto poco di “importante” e mi sono pure perso un paio di cose che mi interessavano molto. Si tratta proprio di una cosa diversa da tutto il resto, in cui si ascolta gente che parla di roba interessante e affascinante e che offre pure spunti un po’ diversi dal solito su cui scrivere. Oh, poi a me piace molto anche andare alle fiere “regolari”, sciropparmi le presentazioni, fare le interviste… però questa è proprio una cosa a parte.

Ora sono in camera, spossatissimo dalla mancanza di sonno, che cazzeggio e lavoricchio. Solettone si è fatto prendere dal frenzy appetito ed è andato in missione per conto diddio, riportando dietro della pizza (margherita, per fortuna) e del pollo fritto (ovviamente intinto nella salsa barbecue). Non so cosa accadrà stasera, si vociferava di una possibile USCITONA “pasta, pizza & mandolino” con vari compatrioti, ma non ho certezze al riguardo. Comunque vada, sarà una tragedia. Buonanotte, buongiorno, arrivederci.

P.S.
Qui non mi dilungo su cosa ho visto e sentito perché, ecco, lo faccio già a sufficienza altrove per lavoro. Se interessa, questi sono i link:
Le foto della prima sera allo stadio
Le foto fatte in giro, prima parte
Le foto fatte in giro, seconda parte
Il blog su Nextgame, in condivisione col Solettone

[GDC 2009] Uichend

Lo dico subito, così non corriamo rischi: sono qua per Nextgame, avrò un sacco da fare, non penso e non credo che avrò il tempo di aggiornare il blog tutti i giorni come feci dall’E3 anni fa. Anche perché teoricamente ci sarebbe pure quello su Next, di blog dalla GDC. Qualcosa anche qua dentro, comunque, metterò. Nel frattempo, mi limito a segnalare un avvio promettente. Dall’aereo sono sceso in condizioni veramente pessime, il sonno era devastante, il mal di gola incessante, le forze fisiche scarse.

Venerdì sera sono andato a vedere i Sixers dal vivo per la prima volta in vita mia ed è stato molto figo, anche se hanno perso e Belinelli ha giocato pochissimo. In certi momenti ho rischiato di essere sopraffatto dal sonno (Solettone è fuggito in albergo a metà partita proprio perché non ce la faceva), ma complessivamente ottima esperienza. Fra l’altro, tornando in metropolitana ho fraternizzato con un tizio di Philadelphia un po’ depresso per la sconfitta, che mi ha notato perché avevo addosso la felpa degli Eagles.

Fra venerdì e sabato ho dormito ben quasi cinque ore. Mi sono svegliato alle 4:30, cosa che sembra essere una costante di questi tempi. Certo, svegliarti alle quattro e mezza con nel letto a fianco Soletta che russa come un trattore ha il suo perché. Notevole, fra l’altro, lo stile del russare, con una varietà e una qualità degli arrangiamenti incredibili. Mi chiedo se dorma bene, il ragazzo.

In mattinata si è fatta una colazione abbondante (anche se i pancake li faccio meglio io di ‘sti messicani), abbiamo tristemente scoperto che il Disney Store ha chiuso, abbiamo comprato un po’ di fumetti e altre cose, mi sono rifatto la messa in piega. Dopo un primo pomeriggio trascorso lavoricchiando, poltrendo a letto e cazzeggiando (e leggendo l’ultimo, ottimo, volume di The Walking Dead) siamo usciti a fare un giro in zona baia.

Prima di tornare a goderci il sonno dei giusti, siamo andati a vederci il bellissimo Coraline (il nuovo film del regista di Nightmare Before Christmas, fra l’altro in 3D) e a mangiare al ristorante giapponese dove si era andati con il Scamu anni fa. E poi nanna. Stamane mi sono svegliato alle sei e mezza, quindi si sta migliorando. Fra l’altro Solettone mi ha appena detto che russo pure io, quindi si sta reagendo. Ieri mi sentivo addosso un po’ di febbre, ma le due aspirine preventive sembrano aver funzionato. Non male anche lo spray al blob mentolato che mi sparo in gola per ammorbidire il dolore, efficace.

Oggi mi toccherà lavorare un po’, temo. Al di là di quello, non credo ci siano programmi particolari, se non andare a comprare finalmente la maglietta di Tom Brady per Grùspola (me la chiede da millenni) e, credo, beccarci in serata con Crosignani e Bittanti. Saluti.

P.S.
Ho creato un album di foto su Facecock, lo aggiornerò quando capita. Anzi, gli album sono già diventati due, ecco il secondo. Ah, qui, invece, ho messo le quattro foto fatte andando a vedere la partita.

Parole a caso, incomprensibili

Alcuni highlight del viaggio a Stoccolma, oscuri e comprensibili solo da parte di chi c’era e che probabilmente non li leggerà:
– le posizioni di Fabiotto in aereo;
– l’assalto alle fave;
– gli occhi ammirati della gente di fronte al maguro cocktail ordinato completamente a caso;
– la scelta delle bottiglie di sake e la “degustazione”;
– i mojito analcolici di Umbertino;
– il buttafuori che non lascia rientrare Fabiotto al ristorante perché, cazzo, è evidente, sei ubriaco;
– cinque fessi che passano due ore a girare nel gelo alla ricerca di un posto che li lasci entrare. Fallendo. La coda che si sposta per evitare che i cinque fessi riescano a entrare. Il sesto fesso, portoghese, un uomo disperato;
– il bar dell’albergo che non ha alcolici, la delusione;
– a letto, brillo, all’una e mezza;
– sveglio alle quattro e mezza, con un topo morto in bocca;
– McGyver e le grondaie di corteccia;
– le receptionist di DICE;
– la lattina di coca cola ribelle;
– il pellicano, il buco sbagliato, il dito in culo;
– l’angolo dell’amicizia con le due fette di torta mangiate all’insegna dell’ammore;
– l’atterraggio con in bocca il capitano.

Bello: il fatto che sto cominciando ad affezionarmi per davvero a questi quattro loschi figuri con cui vado in giro quasi costantemente da ottobre. Fa molto it.fan.studio-vit 1999/2000. Fa anche molto ammore dei maschi.

In foto: il Moioli che si tocca sul volo di ritorno, per il disgusto e il terrore di chi gli siede a fianco.

Se leggete questa roba fra venerdì mattina e sabato mattina (o qualcosa del genere), lo fate mentre sono in volo per Frisco col Solettone. Ci vado con quasi zero ore di sonno sulle spalle, tanta stanchezza e un bel po’ di tristezza.

“Non ce la faremo mai, moriremo tutti.”

Buongiorno a tutti, addio.