Archivi categoria: Venezia 2006

[Venezia 2006] La stella che non c’è – Yeyan – Mientras tanto – C’est Gradiva qui vous appelle – Devil Wears Prada


Concorso
La stella che non c’è (Italia, Francia, Svizzera, Singapore)
di Gianni Amelio
Castellitto da qualche anno si sta specializzando nel ruolo dello stronzo insopportabile che, bisogna dirlo, gli viene benissimo. Sarà una questione di doti naturali. Ne La stella che non c’è interpreta un uomo scorbutico, maleducato, ma tutto sommato buono dentro (sigh) e talmente ossessionato dal suo lavoro da imbarcarsi in un improbabile viaggio in Cina per completare un progetto su cui impazzisce da tempo. Instaurerà un rapporto d’amicizia con un’interprete un po’ sfigata e troverà se stesso, o qualcosa del genere. Un filmetto italiano, ben diretto e con qualche bel momento, ma che, come molti film italiani, mi lascia una grossa sensazione di inutilità.

Fuori concorso
Yeyan – The Banquet (Cina)
di Xiaogang Feng
Drammone shakespeariano dagli occhi a mandorla, che racconta intrighi di corte, amori, tradimenti e tragedie assortite alla maniera del wuxiapian, con balletti fantasiosi che si mischiano a combattimenti, schizzi di sangue che invadono lo schermo e passioni estenuanti consumate nel silenzio. Qualche momento davvero troppo sopra le righe, specie nel finale, ma anche immagini straordinariamente evocative e un gusto surreale nel divertirsi giocando con teatro e cinema.

Venice Days – Giornate degli autori
Mientras tanto (Argentina, Francia)
di Diego Lerman

Una commediola innocua e placida, che racconta di vita quotidiana, sogni, speranze e delusioni. Più storie si intrecciano fra di loro, mettendo assieme un piccolo affresco ben congegnato ma che davvero ha poco da dire. Ogni tanto, però, si ride di schianto, con anche un bel retrogusto amarognolo.

Sezione Orizzonti
C’est Gradiva qui vous appelle (Francia, Belgio)
di Alain Robbe-Grillet

Ma vaffanculo.

Fuori concorso
Devil Wears Prada (USA)
di David Frankel

Dopo otto giorni di macchine da presa appoggiate sul cavalletto e abbandonate al loro destino, è confortante chiudere con un film che parla mainstream e non si vergogna a farlo. Parte la sigletta della Fox, attacca la colonna sonora sparata in surround e ci si rilassa con una commediola che parla di (nonsolo)moda. Due interpreti brave e deliziose, uno Stanley Tucci clamoroso e adorabile come sempre e una serie di battute e gag dirette un po’ a tutti. Si strizza l’occhio e si tira di gomito in qualsiasi direzione, col risultato che raramente una trovata fa esplodere l’intera sala, mentre sono i gruppetti sparsi a cogliere questo o quello scherzo. Poi arriva il lieto fine, sufficientemente buonista da scaldare il cuoricino, senza però esagerare con le sviolinate. Va bene così, ci vuole.

E anche quest’anno è finita. Un saluto al campionario di meravigliose facce che incontro tutte le estati girando per Milano e un dito medio al maledetto cinema Gnomo: se ti siedi davanti fai la sauna, ma se ti metti in fondo la fila di ventilatori posta alle spalle ti uccide la cervice. E hanno il coraggio di chiedersi come mai fanno il pienone solo durante ‘ste rassegne.

[Venezia 2006] The Magic Flute – La noche de los girasoles – Egyetleneim – Opera Jawa – Retribution – Nuovomondo


Fuori concorso
The Magic Flute (GB)
di Kenneth Branagh
Il flauto magico di Mozart trasformato da Kenneth Branagh in un super-filmone, dalla realizzazione sontuosa, esagerata e travolgente, ma anche tutto sommato abbastanza ordinaria. I primi minuti lasciano a bocca aperta, poi ci si abitua e salta all’occhio la mancanza di idee. Spiccano giusto l’assolo della regina nera e il coro dei sacchi da trincea, ma è un po’ pochino, per due ore abbondanti di film. Insopportabile, poi, la scelta spocchiosa di registrare la colonna sonora come se gli spettatori stessero seguendo lo spettacolo a teatro. Il risultato è che nei – pochi, va detto – momenti in cui i personaggi parlano non si sente e non si capisce praticamente nulla. Considerando che la messa in scena non è certo da minimismo teatrale, fa un po’ ridere che Branagh abbia voluto tirarsela facendo la figata (o magari era solo mixato male l’audio all’Apollo, vai a sapere).

Sezione Venice Days
La noche de los girasoles (Spagna, Francia, Portogallo)
di Jorge Sanchez-Cabezudo
Comincio ad averne un po’ le palle piene, di questi film la cui unica ragion d’essere è la struttura narrativa, fatta di un episodio che viene narrato a ripetizione da punti di vista differenti, aggiungendo ogni volta elementi in più e andando un po’ più avanti nel racconto. Per carità, nel caso specifico si tratta di un bel film, ben diretto e recitato, con un soggetto interessante e con un ottimo utilizzo di questo meccanismo. Ma proprio sono stufo.

Settimana internazionale della critica
Egyetleneim (Ungheria)
di Gyula Nemes

Corso di broccolaggio squallido in 75 minuti. Un cretino passa le giornate a fare il cretino tentando di portarsi a letto delle cretine. Il tutto è raccontato prendendo idee a caso dal manuale del perfetto videoclipparo e mettendole assieme senza alcun apparente filo logico. L’unico aspetto positivo di questa roba è che ha l’intelligenza di durare tutto sommato poco.

Sezione Orizzonti
Opera Jawa (Indonesia, Austria)
di Garin Nugroho

Qualche giorno fa manifestavo la sensazione di non poter cogliere appieno certe sfumature di The Queen per il semplice fatto di non essere inglese. Ma quello è un conto, questo Opera Jawa è tutt’altra cosa. Leggo di un musical basato su una leggenda indiana e, non so perché, mi aspetto una cosa sullo stile dell’ottimo – ma egiziano – Silence… on tournee, visto a Venezia nel 2001. Invece mi trovo davanti una lunga serie di canti tradizionali (quella roba con persone che si lamentano per minuti interi facendo versi strani) e un racconto lentissimo e trascinato. Comunque, magari anche solo per il suo essere così esotico, la visione è davvero interessante, anche se certi passaggi hanno dell’incomprensibile. Vale però la pena di notare come in mezz’ora di questo film ci siano più idee che in due ore abbondanti di The Magic Flute.

Fuori concorso
Retribution – Sakebi (Giappone)
di Kiyoshi Kurosawa
Un detective investiga sull’omicidio di una donna e viene perseguitato dal fantasma di lei, che lo accusa di averla uccisa. Lui non ricorda nulla, ma durante l’indagine emergeranno, ovviamente, dettagli abbastanza inquietanti. Per circa un’ora Sakebi è una bella raccolta di tutti gli elementi dell’horror nipponico recente. Atmosfere suggestive, fantasmi rancorosi, donne con capelli lunghi, lisci e neri davanti agli occhi, ritmi compassati e complesse indagini da risolvere. Tutto funziona incredibilmente bene, con momenti di sana inquietudine, finché se la gioca sul gusto del non detto. Poi, però, appena Kurosawa scopre le carte, si crolla tragicamente nel ridicolo. Peccato.

Concorso
Nuovomondo (Italia, Francia)
di Emanuele Crialese
Leone d’argento Rivelazione
La transumanza italica verso il Nuovo Mondo nei primi del Novecento, i dubbi, i sogni e le speranze, la voglia di partire e andare a rifarsi una vita. Crialese prende per mano una famiglia siciliana e la conduce verso l’America, raccontandoci la partenza, il viaggio in nave e l’insostenibile trafila dell’immigrazione. Crialese è molto bravo, dipinge una favola divertente, trasognata e commovente, non rompe i coglioni con musichette leziose e sa quando è il momento di chiudere. Però, nonostante mi sia piaciuto molto, dopo tutti questi giorni in cui non ho fatto altro che leggerne e sentirne meraviglie non riesco a levarmi dalla testa una vocina che dice “Tutto qui?”

[Venezia 2006] Private Fears in Public Places – The Hottest State – Offscreen – Farval Falkenberg – Mabei Shang De Fating – Taiyang Yu


Concorso
Private Fears in Public Places (Francia, Italia)
di Alain Resnais
Leone d’argento per la miglior regia
Ennesimo film corale, con varie storie che si rincorrono e si intrecciano fra di loro a formare un unico affresco. Inevitabile un vago confronto con Non prendere impegni stasera, anche se più perché l’ho visto qualche giorno fa, che per reale affinità di spirito. Rispetto a Tavarelli, Resnais mostra molta più capacità nel tenere sotto controllo quello che sta facendo, dirige ottimamente gli attori, non perde mai il filo del discorso, sfrutta bene l’idea della nevicata come raccordo fra i vari episodi e usa decisamente meglio, in maniera più sottile, la colonna sonora. Eppure, sarà per la sua estrema “francesitudine”, sarà perché è troppo pulitino, perfettino, carino, questo Private Fears in Public Places non mi ha preso, non mi ha convinto, non mi ha appassionato fino in fondo. Troppo bello per essere vero.

Sezione Orizzonti
The Hottest State (USA)
di Ethan Hawke
Ethan Hawke torna dietro la macchina da presa dopo cinque anni e racconta di una storia d’amore nata morta fra due ventenni artisti in erba. L’innamoramento a prima vista, il tacchinaggio, il cedimento, la settimana di folle passione e l’inevitabile crollo, con l’incapacità di accettare quello che sta succedendo e i glebici tentativi di rimettere le cose a posto. Bei personaggi, bei dialoghi e una regia efficace, seppur con qualche fighettata di troppo. Bravi gli interpreti, compresa l’adorabile mamma Laura Linney, un’attrice che apprezzo tantissimo e che vedo sempre poco utilizzata.

Sezione Venice Days
Offscreen (Danimarca)
di Christoffer Boe

Una sorta di Blair Witch Project in cui vengono “ritrovati” i nastri girati da un attore per realizzare il suo progetto di film d’amore verità. Tutti interpretano loro stessi, e il giochetto di “far finta di non star recitando” funziona abbastanza bene. L’intreccio, comunque, è ai limiti del trash delirante: il protagonista prova a realizzare un film riprendendo con la videocamera tutti i momenti della sua vita e dando così inizio a un tracollo della stessa. Prima la fidanzata s’incazza e lo molla, poi falliscono i tentativi di broccolaggio, quindi ci si prova con un’attrice (“dai, fai finta di essere la mia ragazza”, “dai, andiamo a letto”), e infine, dopo aver perso amante, lavoro e amicizie, ci si butta sull’omicidio efferato, con tanto di isterici rotolamenti nel sangue della vittima. Il nostro eroe finirà seppellito di schiaffoni. Sembra una porcata, probabilmente lo è, ma in qualche modo mi ha tenuto in sala fino alla fine.

Sezione Venice Days
Farval Falkneberg – Farewell Falkenberg (Svezia, Danimarca)
Se decidi di fare un film sulla vita di un gruppo di ragazzi fancazzari, puoi farlo divertente e intrigante, come è per esempio Trainspotting, oppure puoi tirare fuori una roba inguardabile, come è per esempio questo Farval Falkenberg. Leggi il riassuntino sulla guida alla rassegna e ti aspetti una sorta di ennesimo Grande freddo in salsa danese. E invece ti ritrovi davanti cinque ragazzotti qualunque che passano il tempo a parlare del nulla. C’è un motivo, se solitamente nei film i momenti poco interessanti della vita quotidiana vengono evitati, ed è che sono poco interessanti. Dopo mezz’ora ho deciso di andare a mangiare con calma, per una volta.

Sezione Orizzonti
Mabei Shang De Fating – Courthouse of the Horseback (Cina)
di Liu Jie
Premio Orizzonti
Un giudice Santi Licheri dagli occhi a mandorla vaga per campagne e montagne nella provincia sud-occidentale cinese dello Yunan assieme a un giovane alla sua prima esperienza e una compagna in là con gli anni e prossima al ritiro. Il loro compito è di dirimere piccoli litigi fra persone abituate a vivere a decine di miglia dalla città. Tutto il mondo è paese e le questioni son sempre quelle: confini invasi, merci rubate, animali che non stanno al posto loro e via dicendo. Un film affascinante, girato coi suoi lentissimi ritmi, tipici di una certa cinematografica orientale, ma che vive di un’ottima scrittura, della capacità di ironizzare su se stesso e del fascino per culture e civiltà lontane in maniera incredibile.

Sezione Orizzonti
Taiyang Yu – Rain Dogs (Malesia, Hong Kong)
di Ho Yuhang
Io mi chiedo come sia possibile che in Estremo Oriente ci siano così tanti bravi registi e direttori della fotografia, capaci come pochi di dipingere immagini affascinanti, e così pochi bravi sceneggiatori. Questo film dura cento minuti, dei quali ce ne saranno una decina di storia e una decina di visioni suggestive. Il resto, semplicemente, non c’è. Ed è un po’ troppo, da affrontare come sesto film della sesta giornata di rassegna.

[Venezia 2006] Daratt – World Trade Center – Jak-Pae – Fangzhu


Concorso
Daratt (Ciad)
di Mahamat-Saleh Haroun
Premio speciale della giuria
Io francamente certi premi non li capisco proprio. Daratt è un bel film, per carità, ma cos’ha di tanto speciale da meritare il premio apposito della giuria? Certo non il soggetto, su un ragazzo alla ricerca di vendetta, che finirà per affezionarsi alla sua vittima designata e decidere di risparmiarla. Certo non la messa in scena, che è quella tipica della cinematografica africana, fatta sostanzialmente di silenzi e staticità. Ripeto, un bel film, ma tutto qui?

Fuori concorso
World Trade Center (USA)
di Oliver Stone
Inutile negare che buona parte dell’impatto di questo film sia dovuto al suo raccontare una tragedia imponente, recente e, al contrario di altre, schiaffata in faccia a tutti dal circo mediatico. Il film si apre sulla tranquilla routine. Si vedono persone alzarsi, fare una doccia, prepararsi per andare al lavoro, salutare moglie e figli, viaggiare in macchina con sullo sfondo la skyline di New York ancora intatta. Poi appare quella scritta, “11 settembre 2001”, e subito ti si mozza il fiato.

Per una mezz’ora abbondante World Trade Center è un capolavoro. Stai facendo il tuo lavoro, il tuo dovere, e poi all’improvviso un’ombra enorme oscura il cielo. Sei lì che osservi un travestito dall’altra parte della strada e vieni sorpreso da un rumore fortissimo, un’esplosione. La chiamata alla radio, è successo qualcosa, tutti sono agitati, ma non si capisce bene cosa. Sai solo che è qualcosa di davvero molto grave. La squadra entra e con loro osserviamo quella assurda processione di gente che cammina per uscire dal WTC, ascoltiamo le esplosioni e viviamo i momenti di panico del crollo.

Oliver Stone per certi versi sceglie una strada simile a quella intrapresa da Paul Greengrass con United 93, mostrando gli avvenimenti da un punto di vista “terreno” ed evitando per buona parte del film di dare una visione più ampia sulle cose. I protagonisti vanno allo sbaraglio, cercando di fare il loro dovere e aiutare, ma non hanno idea di cosa stia succedendo. Forse la seconda torre ha preso fuoco per l’esplosione nella prima, figuriamoci mai se può essersi schiantato un secondo aereo. Addirittura, quando i due protagonisti, nel finale, vengono tirati fuori dalle macerie, uno chiede a chi gli sta intorno che fine abbiano fatto le torri. Nonostante tutto il rumore, il casino, le macerie, è troppo impensabile che gli siano crollate entrambe in testa.

Tutta la prima parte e tutte le scene ambientate sotto le macerie, coi due poliziotti sepolti che cercano in qualche modo di sopravvivere e vengono poi salvati, sono splendide. Trascinanti, commoventi, disturbanti e, credo, non solo perché si tratta di eventi veri e ancora vividi nel ricordo. È l’Oliver Stone che amo e apprezzo, un grande regista. Il problema è che c’è anche l’altro Oliver Stone, quello retorico e pomposo, quello che deve inquadrare dal basso, un po’ di sbieco, l’ottimo Frank Whaley mentre esclama “I’m a paramedic”, o che deve dare a Dave Karnes inappropriati toni biblici con sparate iperdrammatiche, o usare a sproposito l’immagine di Cristo (due volte appare, la seconda ha un senso ben preciso, ma la prima sembra davvero buttata lì e fuori posto).

Per fortuna, però, forse anche per rispetto, per timore di strafare, è anche uno Stone molto più controllato che in altre occasioni, capace di limitare la deriva a pochi singoli episodi e di raccontare per esempio la preoccupazione e il dolore dei familiari in maniera toccante e credibile, quasi mai sopra le righe. Il risultato è un buon disaster movie, incentrato sui sentimenti e sulle persone, che rifugge la contestualizzazione storica e politica. Una scelta, questa, che non mi infastidisce, ma che rende del tutto pacchiani e fuoriluogo quei brevi e isolati riferimenti che fanno capolino in alcuni punti del film (“Those bastards”). Ma, ancora, trovo inutile dare loro più importanza di quella che hanno. World Trade Center è un buon film, che funziona nonostante i suoi difetti. Poteva essere molto peggio.

Fuori concorso
Jak-Pae – The City of Violence (Corea del Sud)
di Ryoo Seung-Wan

Divertente e adorabile pastiche, che mescola commedia, poliziesco e arti marziali, condendo il tutto con atmosfere e musiche anni Settanta. Quasi tutto quello che si vede su schermo è di qualche derivazione e alla lunga il giochetto può stancare, ma il regista è bravo, dosa i tempi nel modo giusto e dirige bene l’azione. Jak-Pae racconta di amicizie infrante e vendette d’onore, usando i classici toni melodrammatici da cinema sudcoreano e una buona cura per l’immagine. Per Ryoo Seung-Wan, di cui a Cannes 2005 ho visto il precedente Crying Fist, un netto passo avanti nell’acquisire il dono della sintesi che tanto manca a certi suoi compatrioti. Il gusto per l’autoironia e il divertimento a tratti demenziale, invece, è rimasto lo stesso di un anno fa. Se piace il genere – e a me piace – è un film molto divertente.

Concorso
Fangzhu – Exiled (Hong Kong, Cina)
di Johnnie To
Altro giro, altra storia di amicizia virile e vendette ultraviolente. Qui invece che i calci volano le pallottole e lo fanno con una ricerca estetica portata all’eccesso. To cerca di girare un western moderno, punta tutto sulla bellezza delle immagini e sulla simpatia dei personaggi, ma dà troppo per scontato e non perde tempo a caratterizzare i suoi protagonisti. Il risultato è che il potenziale drammatico del racconto si limita appunto ad essere potenziale. Rimane così solo una lunga serie di belle immagini, virtuosismi registici e trovate divertenti. Può bastare, ma lascia anche l’amaro in bocca per quel che una sceneggiatura più ricca avrebbe potuto dare a questo film.

[Venezia 2006] Zwartboek – Non prendere impegni stasera – Suely In The Sky – Le pressentiment


Concorso
Zwartboek (Paesi Bassi, Belgio, Germania, GB)
di Paul Verhoeven
Verhoeven racconta la lotta del suo paese contro il nazismo come se stesse girando il seguito brutto di Starship Troopers. Da una parte la resistenza/esercito terrestre, fatta di personaggi piatti e monodimensionali, con dialoghi imbarazzanti e comportamenti talvolta senza senso. Dall’altra i nazisti/aracnidi, massa di soldatini brutti e cattivi, con al posto del cervellone-madre un bel trio di capetti (il buono, che ovviamente è anche un figo della madonna, lo squallido infame, brutto, ciccione e con l’alopecia, e il cattivissimo, integerrimo e marziale). Questo è Zwartboek.

Ai tempi di Starship Troopers si diceva che i toni erano così esagerati, farseschi e volutamente stupidi perché l’intento era satirico. I protagonisti e il loro governo fascistoide erano insomma presi per il culo. Beh, applicando la stessa chiave interpretativa a Zwartboek, viene da pensare che Verhoeven abbia voluto prendere per il culo gli olandesi che lottarono contro gli invasori tedeschi. In realtà, un po’ perché i toni non sono altrettanto esagerati e smaccatamente satirici e un po’ per i crudi e interessanti sviluppi che la pellicola assume nel descrivere la conclusione del conflitto – dopo un’ora e mezza di film, però! – l’impressione è che il regista si sia preso maledettamente sul serio e, semplicemente, non sia più in grado di scrivere personaggi interessanti e sceneggiature di livello.

Zwartboek è un medio(cre) filmetto di genere, con brutte scene d’azione, con brutti personaggi, con un brutto intreccio e con colpi di scena telefonati mezz’ora prima. Se accanirsi sui dialoghi ha forse poco senso, quando si guarda un film in olandese sottotitolato, resta il fatto che a deludere non è solo la forma degli stessi, ma anche la sostanza. Certo, c’è un bel ritmo e Verhoeven ha sempre una gran cura per l’immagine. E queste son doti che sicuramente mettono Zwartboek al di sopra di robaccia inguardabile come Rosenstrasse (Venezia 2003). Ed è pure lodevole la voglia di non dipingere una realtà manichea fatta solo di buoni e cattivi, anche se francamente il tentativo appare impacciato, affondato a piene mani nella stereotipata banalità. Più che una visione davvero sopra alle parti, sembra di vedere qualcuno che tiene a sottolineare di esserlo, sopra alle parti. E allora ogni tanto spunta il nazista buono, il ribelle che sentenzia “siamo come loro” e il pentolone di merda rovesciato su quelli che lavoravano per i nazi.

Quando ho visto che Verhoeven era tornato a girare in Europa mi sono rallegrato. Ma se i risultati sono questi, beh, allora preferisco perfino L’uomo senza ombra, che perlomeno, pur nella sua ordinarietà, aveva una prima parte interessante e quella bellissima scena del congelatore.

Sezione Orizzonti
Non prendere impegni stasera (Italia)
di Gianluca Maria Tavarelli
Ennesimo “filmone” corale, senza i bei virtuosismi di Muccino e con un utilizzo osceno della musica, che Tavarelli piazza dovunque, in maniera didascalica, insistita, prevaricante. Ma il film è scritto abbastanza bene, una volta tanto con personaggi quasi tutti credibili e, soprattutto, capaci di esprimersi a parole, invece che sospirando frasi poetiche da scolpire nel marmo. Sulla distanza, però, il regista fatica a tenere in mano le redini del discorso e a trovare un filo conduttore che possa dare un senso compiuto al tutto. Peccato, sarebbe bastato poco per fare un bel film.

Sezione Orizzonti
Suely in the Sky (Brasile, Francia, Germania)
di Karim Ainouz

Una donna con figlio a carico torna a casa, ma vuole assolutamente fuggire e decide di darsi alla prostituzione “alternativa”, gestendo una riffa con in palio una notte da sogno assieme a lei. Se fosse stato ambientato in Europa, probabilmente sarebbe finito con la protagonista che cambia idea all’ultimo, viene stuprata e rapinata, finisce indebitata e si ritrova a lavorare in un bordello (con la figlia morta). Invece va tutto per il verso giusto e la storia si chiude con madre e figlia in viaggio sull’autobus. Non male.

Settimana internazionale della critica
Le pressentiment (Francia)
di Jean-Pierre Darroussin

Una storiellina dolce dolce, su un uomo solo e solitario, che si ritrova per una serie di eventi a badare alla figlia adolescente di una vicina. L’intreccio è buono per un cortometraggio, e infatti dura cento minuti solo grazie a tempi assurdamente dilatati. Gli appena accennati toni da commedia non bastano a tenere desta l’attenzione e, pur nella curiosità di sapere come andrà a finire, a tratti viene voglia di tagliarsi le vene.

[Locarno/Venezia 2006] Half Nelson – Agua – Nomad – Khadak


Locarno, concorso
Half Nelson (USA)
di Ryan Fleck
Premio speciale della giuria
Menzione speciale Giuria dei giovani
Premio Giuria ecumenica

Splendido, piccolo film, in un cui un bravissimo Ryan Gosling interpreta un giovane professore di storia, che impiega il suo tempo fuori dalla classe allenando la squadra di basket della scuola, tacchinando la professoressa ispanica e facendosi di crack e cocaina. La pellicola di Ryan Fleck si incentra soprattutto sull’amicizia del protagonista con una delle sue studentesse, la classica ragazzina di colore dalla famiglia “problematica” (genitori separati, fratello in prigione, amico di famiglia spacciatore). Ma, nonostante le premesse, non sfocia nel pedante melodramma, mantenendosi in bilico fra commedia leggera e denuncia sociale, trattando gli argomenti con garbo e non cercando facili soluzioni. Toccante e piacevole, bello bello bello.

Locarno, concorso
Agua (Argentina)
di Verónica Chen
Premio speciale “L’ambiente è qualità di vita”

La storia di un ragazzo che vorrebbe fare il nuotatore, delle sue difficoltà nel mantenere la moglie incinta e del suo rapporto con un un nuotatore che, a seguito di un’accusa di doping, non nuota più. Molto bello il modo in cui sono filmate le gare, ma storia e ritmo non decollano e il finale deraglia nel nonsense.

Locarno, sezione Cineasti del presente
Nomad (Kazakistan)
di Sergei Bodrov e Ivan Passer

Sorta di kolossal nomade in costume, che racconta con trasporto, passione e una buona dose di ingenuità la leggenda del condottiero che unì il popolo kazako. Tolto l’ovvio riferimento a Hero, sembra di vedere un minestrone di tanti film occidentali, da Il gladiatore a Pearl Harbor, passando per L’ultimo samurai, Le due torri, Conan il barbaro e i recenti Guerre Stellari. Messa così potrebbe essere quasi interessante, ma il problema è che a governare il frullatore ci sono quattro mani tutt’altro che virtuose e alla lunga la banalità della sceneggiatura pesa parecchio. In ogni caso rimane divertente notare che quando Lucas sosteneva di essersi ispirato a questi territori per i costumi dei suoi prequel non scherzava un cazzo. A parte che la roccaforte è uguale a Tatooine, ma certi personaggi sono vestiti in maniera identica a padawan, principesse e stronzetti vari della cagosa trilogia. A margine, vale la pena far caso al fatto che se un film ha bisogno di mettere nei titoli di testa a caratteri cubitali e davanti a tutti il nome del suo attore più famoso, nonostante questi giochi un ruolo minore, e se questo attore “famoso” è Mark Dacascos, beh, allora c’è qualcosa che non va.

Venezia, sezione Giornate degli autori
Khadak (Belgio, Germania)
di Peter Brosens e Jessica Woodworth

Premio Leone del futuro per la miglior opera prima
Una lunga serie di immagini affascinanti in un film del quale ho faticato a trovare un senso che non sia l’interesse e la curiosità per le usanze del popolo mongolo. Cazzo, ci sono due registi, possibile che nessuno dei due sia in grado di scrivere una sceneggiatura? Boh, forse ero troppo stanco per capirlo. Comunque come premio all’opera prima ci può stare, la mano indubbiamente c’è.

[Venezia 2006] The Black Dahlia – The Queen – Yi Nian Zhi Chu – Infamous – Fallen


In concorso
The Black Dahlia (USA)
di Brian De Palma
Questo film ha un problema. Questo problema si chiama Scarlett Johansson. A me neanche piace troppo, la Scarlett. Per carità, massimo rispetto per le doti polmonari, ma non so, non mi affascina. Il punto, però, è che qui recita talmente male ed è talmente sbagliata da far fare una figura leggendaria anche all’ultima delle comparse. Terrificante, si dia al porno, che siamo tutti più contenti.

Rossella a parte, The Black Dahlia è un bel modo di iniziare la rassegna, anche se non entusiasmante come avrei voluto. Il romanzo l’ho letto troppo tempo fa per azzardare confronti, ma da quel che mi ricordo De Palma gira un valido adattamento, fedele nei temi, nella caratterizzazione dei personaggi e nelle atmosfere. Qualcuno diceva che non c’è il trasporto de Gli Intoccabili. Beh, è vero, si tratta di un film per certi versi molto freddo. Il problema è che è davvero difficile affezionarsi a personaggi tanto “rovinati”, specie se poi non c’è il tempo di approfondirne la conoscenza, perché bisogna portare avanti una storia estremamente articolata.

Va pure detto che l’intreccio funziona molto bene, con una bella mescolanza di avvenimenti e persone, messa su schermo da un De Palma virtuoso e piacevole da guardare come sempre, ma non sterile come in altre occasioni. Rimane però l’impressione che questa storia si meritasse un film di più ampio respiro. Non mi capita spesso di rimpiangere una maggior durata, ma alcuni rami di The Black Dahlia sembrano francamente tagliati con troppa fretta, senza ricevere il giusto spazio, e soprattutto la parte finale, quando si tirano le fila, appare davvero sacrificata. Questo, l’impresentabile Scarlett e il fastidioso ricordo che ai personaggi del libro mi ero affezionato eccome, mi impediscono di innamorarmene.

In concorso
The Queen (GB, Francia, Italia)
di Stephen Frears
Coppa Volpi a Helen Mirren
Osella per la miglior sceneggiatura

La settimana successiva alla morte di Lady Diana, vissuta tramite gli occhi della Regina Elisabetta, ma anche di tutta la famiglia reale, del neoeletto primo ministro Tony Blair e della gente comune, quasi sempre mostrata per immagini di repertorio. Frizzante e garbata la sceneggiatura, ottime le prove degli attori tutti, efficace la conduzione di Stephen Frears. The Queen è un bel film, che oscilla fra la commedia delicata e il dramma intenso. Manca un po’ di reale coinvolgimento emotivo, forse, ma certo l’impressione è che comprendere appieno certe sfumature sia un po’ difficile, da “forestieri”.

Settimana internazionale della critica
Yi Nian Zhi Chu (Taiwan)
di Yu-Chieh Cheng

Ennesimo megapippone metacinematografico dalla scansione temporale scombinata, che racconta a ripetizione il capodanno di alcune anime perse, rivisitandolo ogni volta da un punto di vista differente. Affascinante per le tante invenzioni visive e per i temi e le atmosfere orientaleggianti, che non posso fare a meno di trovare irresistibili. Ma anche lento, lentissimo, estenuante nel suo interrompere il racconto sempre sul più bello e pesantissimo nella parte centrale, quando inizia il vero delirio visivo. L’insofferenza viene alimentata dall’assenza d’aria condizionata nello stramaledetto cinema Gnomo, ma mi rimane l’impressione di una lunga serie di belle immagini scritte un po’ a casaccio. Da rivedere in condizioni umane.

Sezione Orizzonti
Infamous (USA)
di Douglas McGrath

Tempo fa ho letto un’intervista a non ricordo chi. Costui sosteneva di essere al lavoro su un film dedicato a Truman Capote da ben prima che venisse annunciato quello con Philip Seymour Hoffman e che la sua pellicola era stata sostanzialmente rinviata dalla produzione a causa del gran rumore attorno all’altra. Andando a naso, direi che si parlava di questo Infamous, ottimo, davvero ottimo film, che miscela molto bene dramma e commedia, in maniera devo dire più incisiva rispetto a The Queen (ma, e ci mancherebbe, ben diversi sono i temi trattati). Purtroppo non ho visto Capote ma, da quel poco che ne so, l’ottima interpretazione di Toby Jones sembra molto meno invadente e “iconica” rispetto a quella di Hoffman. È comunque tutto il cast di Infamous a funzionare benissimo, da uno splendido Daniel Craig a una sorprendente Sandra Bullock. E le ottime prove degli attori vanno a supporto di una sceneggiatura di grande spessore, che non ha paura a sporcarsi le mani con il torbido materiale raccontato e a mostrare sentimenti forti, ambigui, travolgenti. Notevole.

In concorso
Fallen (Austria)
di Barbara Albert

Cinque compagne di scuola si ritrovano quattordici anni dopo per il funerale di un loro professore e passano assieme una lunga giornata, fino al mattino successivo. Fallen affronta tutti gli stereotipi del genere “Grande Freddo”, filtrandoli attraverso la visione di una regista che, incredibile ma vero, dipinge praticamente tutti gli uomini come dei poveri stronzi e tutte le donne come perlomeno salvabili. Piacevole ma, insomma, trascurabile.