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Miyazaki al cinema e le ultime cose su Venezia

Come ben illustrato dalla locandina qua sopra, sabato “esce” al cinema in Italia Si alza il vento, ultimo, probabilmente senza virgolette, film diretto da Hayao Miyazaki. Le virgolette sull’uscita, invece, ci vanno perché, come ben illustrato dalla locandina qua sopra, il film rimarrà fuori solo per quattro giorni, quindi vi conviene sbrigarvi. La mia al riguardo l’ho scritta a questo indirizzo qua, un po’ di mesi fa. Qua sotto, invece, ci metto quello che immagino essere l’ultimo appuntamento con la mia opera di rimbalzo delle notizie sulla rassegna dei film di Venezia, Locarno, Varie ed Eventuali a Milano. Mi sembra ci siano diverse cose interessanti. Godetene.

Prende il via, lunedì 15 settembre a Milano,
le
vie del cinema: un appuntamento imprescindibile per chi ama il cinema.
Il programma è online!
 
Cinecard e biglietti in vendita dalle ore 12.30 di venerdì 12 settembre
su www.lombardiaspettacolo.com e all’Infopoint Apollo spazioCinema.

Tra i film della 71. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia verranno proposti: THE LOOK OF SILENCE, di Joshua Oppenheimer dedicato alla drammatica storia recente indonesiana (Gran Premio della Giuria); ANIME NERE di Francesco Munzi accolto dal pubblico con tredici minuti di applausi; BIRDMAN OR (THE UNEXPECTED VIRTUE OF IGNORANCE) di Alejandro González Iñárritu con Michael Keaton, Zach Galifianakis, Emma Stone e Edward Norton; LE DERNIER COUP DE MARTEAU di Alix Delaporte (Premio Marcello Mastroianni a Romain Paul); TALES della regista turca Rakhshan Bani-E’Temad (Premio Migliore Sceneggiatura); ITALY IN A DAY di Gabriele Salvatores, PASOLINI di Abel Ferrara con Willem Dafoe; il film vincitore della Settimana Internazionale della Critica NO ONE’S CHILD di Vuk Ršumović; RITORNO A L’AVANA di Laurent Cantet, Premio delle Giornate degli Autori Venice Days.

Dal 67° Festival del film Locarno FROM WHAT IS BEFORE di Lav Diaz, Pardo d’oro; DURAK di Yury Bykov, Pardo per la miglior interpretazione maschile; FIDELIO, L’ODYSSÉE D’ALICE di Lucie Borleteau, Pardo per la miglior interpretazione femminile; LISTEN UP PHILIP di Alex Ross Perry, Premio speciale della Giuria.

Altre cinque opere premiate arriveranno dalla 50a Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, dal 32° Bergamo Film Meeting e dal 31° Torino Film Festival. Infine, martedì 24 settembre, a chiusura della rassegna, verrà proiettato il film vincitore del Premio del Pubblico del 19° Milano Film Festival.

Diversi autori presenteranno le proiezioni dei film: Francesco Munzi, Davide Ferrario, Masbedo, Gianfranco Pannone.

Chiudo con un saluto alla famiglia Gasol, che sta passando un momento difficile.

L’appuntamento ormai settimanale con la rassegnina su Locarno e Venezia

E niente, siccome tre giorni di seguito in cui riesco a produrre post in cui parlo effettivamente di qualcosa mi sembravano troppi, eccomi qua a cogliere di nuovo l’occasione della newsletter Agis per segnalare le ultime novità sull’ormai imminente rassegna milanese dei film dei festival di Venezia, Locarno e derivati. Fra l’altro devo ammettere di provare una certa invidia, dato che ci sono diverse cose che mi guarderei volentieri e che invece chissà se e quando vedrò. Vai a sapere. Comunque, come al solito, copio & incollo.

Si arricchisce il programma di le vie del cinema. In attesa dell’elenco definitivo, ecco alcuni tra i film più acclamati da stampa e pubblico durante la 71. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Dal Concorso: BIRDMAN di Alejandro Iñarritu, con Michael Keaton, Edward Norton, Naomi Watts; 3 COEURS di Benoît Jacquot, con Catherine Deneuve, Chiara Mastroianni, Charlotte Gainsbourg; ANIME NERE di Francesco Munzi, con Marco Leonardi, Peppino Mazzotta, Fabrizio Ferracane; GOOD KILL di Andrew Niccol, con Ethan Hawke, Bruce Greenwood, January Jones; THE LOOK OF SILENCE di Joshua Oppenheimer.

Da Fuori Concorso: THE HUMBLING di Barry Levinson, con Al Pacino, Greta Gerwig, Nina Arianda; BURYING THE EX di Joe Dante, con Anton Yelchin, Ashley Greene, Alexandra Daddario; TSILI di Amos Gitai, con Sara Adler, Meshi Olinski, Lea Koenig.

Dalla Settimana della Critica: MELBOURNE di Nima Javidi , con Payman Maadi, Negar Javaherian, Mani Haghighi; VILLA TOUMA di Suha Arraf, con Ula Tabari, Nisreen Faour, Cherien Dabis.

Sette film da Locarno tra cui il Pardo d’Oro FROM WHAT IS BEFORE di Lav Diaz, il Premio Speciale della Giuria LISTEN UP PHILIP di Alex Ross Perry e THE HUNDRED-FOOT JOURNEY di Lasse Hallström.

Inoltre verranno proiettati i film vincitori della 50ª Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro e del 32° Bergamo Film Meeting.

Giovedì 11 settembre
Sala Montanelli | Corriere della Sera (via Solferino, 26/A)
Paolo Mereghetti e Bruno Fornara presentano al pubblico il programma della rassegna. Ingresso libero con prenotazione obbligatoria (dal 4 settembre allo 02 67397831, ore 14.30/17.00).
Prevendita
• Cinecard da venerdì 5 settembre
Apollo spazioCinema, Arcobaleno Filmcenter e www.lombardiaspettacolo.com.
• Biglietti da venerdì 12 settembre
Infopoint Apollo spazioCinema e www.lombardiaspettacolo.com

Biglietti
€ 7,50
Cinecard € 27,00 (6 film) | € 40,00 (10 film) | € 56,00 (16 film)
 

Il programma completo delle proiezioni da martedì 9 settembre
www.lombardiaspettacolo.com
 

In compenso in questi giorni non sto andando per niente al cinema. Maledetto Netflix!

Veneziame incoming

Dato che oggi c’ho troppo da fare, sto in apnea e fatico a uscirne, mi gioco il post quotidiano portando avanti il sano lavoro di copia & incolla dalla newsletter Agis. Che poi, giustamente, uno potrebbe anche chiedersi che caspita me ne faccia della newsletter Agis se vivo all’estero da ormai tre anni abbondanti, ma, ehi, sono fatto così, disiscrivermi dalle robe in mail è faticoso. E poi, per qualche bizzarro motivo, mi fa piacere continuare a ricevere notizie sulle rassegnine milanesi, tanto più che, quando mi ero appena trasferito a Parigi, in un paio di occasioni sono capitato a Milano proprio in corrispondenza delle stesse e sono riuscito a frequentarle un po’. Magari ricapita. Vai a sapere. Comunque, rimbalzo i comunicati qua un po’ perché magari a qualcuno interessa leggerli (qua) e un po’ perché appunto mi alimenta la nostalgia. Ad ogni modo, quelle che seguono sono le informazioni che mi sono giunte in mail sulla rassegna di Locarno e Venezia prevista fra un paio di settimane. Il copia & incolla è abbastanza brutale e quindi formattato a caso, ho solo spostato un paio di cose che altrimenti non ci stavano, ma insomma, ce lo facciamo andare bene.

Da lunedì 15 a mercoledì 24 settembre, Milano presenterà più di 40 film provenienti dalla 71. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e dal 67° Festival del film Locarno, in lingua originale con sottotitoli in italiano. Inoltre verranno proiettati i film vincitori della 50ª Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro e del 32° Bergamo Film Meeting.

Le prime anticipazioni sul programma: da Locarno il Pardo d’Oro FROM WHAT IS BEFORE di Lav Diaz, il Premio Speciale della Giuria LISTEN UP PHILIP di Alex Ross Perry e THE HUNDRED-FOOT JOURNEY di Lasse Hallström e, da Venezia, PASOLINI di Abel Ferrara, THE LOOK OF SILENCE di Joshua Oppenheimer, IO STO CON LA SPOSA di Augugliaro, Del Grande, Al Nassiry e THE PRESIDENT di Mohsen Makhmalbaf.

Prevendita
• Cinecard da venerdì 5 settembre
Apollo spazioCinema, Arcobaleno Filmcenter
e www.lombardiaspettacolo.com.
• Biglietti da venerdì 12 settembre
Infopoint Apollo spazioCinema
e www.lombardiaspettacolo.com.
 
Biglietti € 7,50

Cinecard € 27,00 (6 film) | € 40,00 (10 film) | € 56,00 (16 film)

Il programma completo delle proiezioni da martedì 9 settembre
www.lombardiaspettacolo.com

Venezia a Milano è go!

A quanto pare non si ripeteranno i drammi esistenziali della rassegna dedicata a Cannes e i milanesi potranno godersi anche quest’anno una selezione dei film dei festival di (Locarno e) Venezia. Lo deduco da un comunicato stampa arrivatomi nella casella di posta e che rimbalzo qua di seguito perché mi fa sempre piacere. Sarà che sono nostalgico.

Dopo il successo di Cannes e dintorni, a settembre sarà il momento dell’attesissimo appuntamento con i film di Venezia e di Locarno.

Da lunedì 15 a mercoledì 24 settembre, Milano presenterà infatti una ricca selezione dei film della 71. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e i Pardi del 67° Festival del film Locarno, proponendo a tutti gli appassionati opere che si saranno distinte e che saranno presentate sempre in lingua originale con sottotitoli in italiano.

Il programma completo di le vie del cinema sarà online su www.lombardiaspettacolo.com e su www.facebook.com/agis.lombarda da martedì 9 settembre.

La prevendita online delle Cinecard inizierà venerdì 5 settembre e a partire da venerdì 12 saranno in vendita i biglietti, sul sito www.lombardiaspettacolo.com e all’Infopoint Apollo spazioCinema.

Biglietto intero €7,50
Cinecard (max due ingressi a film) 6 ingressi €27 |10 ingressi €40 |16 ingressi €56

Io, qua, mi accontento del Paris International Fantastic Filmfest.

Venezia@Milano 2013 e varie amenità del lunedì mattina

Allora, vi risparmio qui la mia solita manfrina su quanto mi spiace non poter più seguire le rassegne milanesi dei festival di Cannes, Venezia e Locarno, però mi sembra potenzialmente di una qualche utilità rimbalzare qua sul blog la solita mail ricevuta dall’AGIS con le informazioni al riguardo. Al di là dell’immagine qua sopra, comunque, le informazioni appariranno a questo indirizzo qui.

http://widgets.ign.com/video/embed/content.html?url=http://www.ign.com/videos/2013/08/02/elysium-max-vs-kruger-trailer

Nel frattempo, sono usciti un teaser trailer per la terza stagione di Sherlock che vabbuò, è proprio uno schizzetto, e un trailerino di Elysium dedicato nello specifico a Kruger, il personaggio interpretato da Sharlto Copley. Che è veramente una delizia, col suo accento. “It’s gest a flesh vund!” Ah, pare che il Batman del nuovo film in cui si tira le pizze con Superman sarà fra i trenta e i quarant’anni abbondanti (un po’ ampia, come forbice) ed è ovviamente già partita la girandola di “possibili” nomi sparati totalmente a caso: Josh Duhamel, Jude Law, Gerard Butler, Josh Brolin, Ryan Gosling, Joe Manganiello, Richard Armitage, Max Martini, Matthew Goode, John Hamm, Brad Pitt, Jim Caviezel, Ben Affleck… La cosa divertente è che Jude Law sarebbe dovuto essere Superman nel film con lui e Batman che avrebbe dovuto dirigere Wolfgang Petersen (e per il cui Batman fra i vari nomi, si era fatto, guarda un po’, anche quello di Christian Bale). Pare che Hamm e Caviezel siano improbabili in quanto troppo impegnati con le rispettive serie TV e Josh Brolin (che non mi spiacerebbe, per un Batman ispirato a quello di Miller) sia ancor più improbabile perché si ritroverebbe ad avere a che fare con Diane Lane, da cui ha appena divorziato, e insomma, no, dai. Comunque, le riprese dovrebbero partire a inizio 2014, quindi è probabile che si decida in fretta. Ah, Marc Webb ha buttato lì che The Amazing Spider-Man 4, previsto per il 2018, potrebbe non avere Spidey come protagonista. E subito la gente pensa a Venom. Ah, JJ ci ha provato, ma Karl Urban non vuole partecipare al prossimo Star Wars perché gli pare brutto vedere Scotty in mezzo agli jedi.

Nuovo trailer per Machete Kills, con Mel Gibson che sembra divertirsi davvero un sacco. Ci divertiremo anche noi? Bella domanda. Chiudiamo con una breve intervista al cast di Pacific Rim che fantastica su cosa vorrebbe vedere in un seguito. Affascinante sentire una punta di accento brit che sembra riemergere dal profondo di Charlie Hunnam. Affascinante anche sentire Del Toro che parla di un seguito da sbrocco totale con scala fuori scala e azione molto più surreale. Please, please, pretty please.

Ma poi chemmefrega di Cannes e Venezia, qua a fine mese parte il Fantasy Filmfest.

Mobilpep

L’altro giorno mi sono accorto che – chissà da quanto – è apparsa su Blogger l’opzione per creare in automatico la versione mobile del blog. L’ho attivata, ché ‘sto template è già sufficientemente pesante su un PC, e dare la possibilità di leggermi in maniera più snella tramite smartcosi mi sembra carino. C’è comunque il link in basso per visualizzare il blog nella sua versione normale, se si vuole.

Fra l’altro questo template lo sto usando da ormai quasi due anni e devo dire che mi ha spaccato un po’ i maroni. Vorrei cambiarlo, ma non trovo nulla che mi soddisfi. Mmm…

Comunicazione di servizio: è online il programma completo della rassegna del Festival di Venezia a Milano, che si terrà dal 14 al 21 settembre. E, porco il maialo, il primo anno che non frequento da quindici anni a questa parte (bla bla bla) hanno messo assieme un programma bomba, maledetti bastardi impestati fracichi. Il programma sta a questo indirizzo qui.

Locarno/Venezia a Milano 2010

Mi è toccato dormire quattro ore a notte per una settimana intera, ma anche quest’anno sono riuscito a togliermi lo sfizio di frequentare le sale della rassegna dedicata ai festival di Locarno e Venezia. Il bello, poi, è che è una faticaccia, ma ne vale sempre la pena: nei cinema milanesi si dorme benissimo.

Locarno – Concorso
Han Jia (Cina)
di Li Hongqi
con Bai Junjie, Zhang Naqi, Bai Jinfeng, Xie Ying
Pardo d’oro

Pardo d’oro a un film cinese per il secondo anno di fila, anche se piuttosto diverso dal vincitore della scorsa edizione. O da quel che mi ricordo del vincitore della scorsa edizione. Certo, si tratta comunque di un film cinese da festival, quindi portatore sano di digitale, staticità, immagini sporche, tempi dilatati a dismisura. Ma qui il racconto non è di normale e quotidiana tragedia, quanto piuttosto di normale, quotidiana e assurda banalità. Ragazzini che chiacchierano del loro futuro, un bambino convinto di voler diventare orfano, una donna che compra una verza (!). Cose così. Cose divertenti. Cose anche molto divertenti e oltretutto messe in scena tramite una cura certosina per la composizione dell’immagine e per la natura “rumorosa” di una colonna sonora davvero azzeccata. Solo che attorno a queste cose, fra una risata e l’altra, c’è una statica patina di insostenibile e lentissima noia. E insomma, sì, ok, rende bene il senso di Assago che si respira in quei dispersi sobborghi cinesi, però che palle.

Womb (Germania/Ungheria/Francia)
di Benedek Fliegauf
con Eva Green, Matt Smith, Istvan Lenárt, Lesley Manville

Premio L’Ambiente è Qualità di Vita
Fantascienza adulta, o tentativo di realizzarla, con un film che affronta non troppo di petto il tema della clonazione, regalando a una vedova la possibilità di partorire il proprio uomo perduto. Potenti silenzi, gran cura per l’immagine, un sottile velo d’inquietudine e qualche momento riuscito, ma anche l’impressione che di fondo sia tutto un pretesto per mettere in scena belle cartoline, da parte di un regista che non sente abbastanza i suoi personaggi. Si affonda poco il coltello, e lo si fa in maniera tutto sommato piuttosto banale.

Venezia – Concorso
Ballata dell’odio e dell’amore – Balada Triste de Trompeta (Spagna/Francia)
di Álex de la Iglesia
con Carolina Bang, Santiago Segura, Antonio de la Torre, Fernando Guillen-Cuervo
Leone d’argento per la miglior regia

Osella per la miglior sceneggiatura
De La Iglesia fa una Del Toro e mescola momenti fondamentali della storia recente spagnola con il suo stile variopinto, esagerato, sempre sopra le righe. Ne viene fuori un film bello, folle, imperfetto, pieno di idee e che chiede un po’ di sforzo per essere accettato, anche perché va ben lontano da quel che è solito fare Del Toro. Viene più in mente Tarantino, a dirla tutta, ma si va tutto sommato lontani anche da quello, vuoi per il melodramma esagerato e il taglio totalmente malinconico, vuoi per il pagliaccio che si auto sfigura il viso con un ferro da stiro e semina il panico imbracciando un mitragliatore. Bei premi.

Essential Killing (Polonia/Norvegia/Ungheria/Irlanda)
di Jerzy Skolimowski
con Vincent Gallo, Emmanuelle Seigner

Premio speciale della giuria
Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Vincent Gallo
L’uomo che si è fatto fare un soffocone da Chloe Sevigny davanti all’obiettivo (ma avrebbe preferito Juliette Lewis) prosegue per la sua strada e interpreta un talebano in fuga, costretto a ridursi ai minimi termini per sopravvivere e pronto a fare cose che voi umani vi ritorcerete sulla sedia presi dall’ansia e dal disgusto. Più che un film, una thrill ride da luna park, un percorso alienante sulle ali dell’istinto di sopravvivenza e una prova d’attore di Gallo che levati. E pure un regista con due palle così, via.

Jusan-nin no shikaku – 13 Assassins (Giappone)
di Takashi Miike
con Kôji Yakusho, Takayuki Yamada, Yusuke Iseya, Goro Inagaki

Che ti aspetti, quando vai a vedere un film storico su tredici assassini che vogliono giustiziare un sadico ufficiale al servizio dello Shogun diretto dal regista di Audition, Yattaman, Sukiyaki Western Django e Ichi The Killer? Di certo non mi aspetto due ore di sbudellamenti, perché sarebbe banale, e infatti Miike fa il regista serio, costruisce i suoi magnifici tredici con calma, costringe lo spettatore a odiare follemente il cattivo, assembla il team con cura e passione, regala un paio di suicidi rituali d’antologia e trascina tutti verso quel che tutti ci aspettiamo: una seconda parte in cui un’ora (circa) di battaglia finale riempie lo schermo, gli occhi e l’anima sommergendoli di sangue, onore, sassi in testa, trappole da falegnami e cavalli in fiamme. E chiude tutto con un bel dito medio. Eroe.

La passione (Italia)
di Carlo Mazzacurati
con Silvio Orlando, Giuseppe Battiston, Corrado Guzzanti, Cristiana Capotondi

Di Mazzacurati, in passato, dovrei aver visto solo La lingua del santo, che ricordo piuttosto divertente e piuttosto fastidioso quando si prendeva sul serio (non è vero, non me lo ricordo, sono andato a rileggermi cosa avevo scritto nel post su Venezia 2000). Questo nuovo film è piuttosto divertente, anche se in più punti ti vien voglia di tirargli un coppino perché quella gag davvero se la poteva risparmiare. E purtroppo non si prende mai sul serio, sprecando tematiche magari interessanti per tirar fuori la solita commediola di fuga nel paesino a riscoprire se stessi. Poi uno apprezza anche che il protagonista non riscopra chissà cosa, ma si parla comunque di oltre cento minuti con Silvio Orlando circondato da personaggi inutili e bravi attori sprecati, più Guzzanti appiccicato sopra un po’ con lo sputo.

Il sentiero di Meek – Meek’s Cutoff (USA)
di Kelly Reichardt
con Michelle Williams, Bruce Greenwood, Will Patton, Zoe Kazan

Un gran bel western di quelli moderni, tutto silenzi e paesaggi, ritmo spesso e intreccio semplice, sporcizia lurida e bravi attori. A occhio, guardandolo, o ti annoi senza speranza, o ti fai trascinare nel suo disastro, pure lui senza speranza. Io mi sono fatto trascinare.

La bella statuina – Potiche (Francia)
di François Ozon
con Catherine Deneuve, Gérard Depardieu, Fabrice Luchini, Karin Viard

Una bella bella bella commedia tutta seventiez, colorata, festosa, allegrotta, con una protagonista bravissima e una capacità rara di trattare in maniera spensierata argomenti su cui altri monterebbero insopportabili e interminabili monologhi. Gioiellino.

Somewhere (USA)
di Sofia Coppola
con Stephen Dorff, Elle Fanning
Leone d’oro

Il problema di Sofia Coppola, ammesso che glie ne freghi qualcosa, è che alla gente – me compreso – è piaciuto un sacco Lost In Translation. Il problema degli altri film di Sofia Coppola è che non sono ambientati in Giappone e non hanno Bill Murray come protagonista. E allora, improvvisamente, la gente scopre di non apprezzare i film di Sofia Coppola, se non raccontano di Bill Murray in Giappone. Io, invece, ho scoperto che Sofia Coppola mi piace a film alterni. Somewhere, per dire, mi è piaciuto. Mi è piaciuto l’avvio, con due sequenze che dicono a chiare lettere “in questo film non succede nulla, se non vi va bene levatevi dalle palle”. Mi son piaciuti gli attori, e per far recitare bene Stephen Dorff qualche merito devi avercelo. M’è piaciuto il modo in cui ti fa respirare senza clamori un pezzetto di vita totalmente aliena, nei luoghi, nei tempi e nelle forme.

Venezia – Fuori concorso
The Town (USA)
di Ben Affleck
con Ben Affleck, Rebecca Hall, Jon Hamm, Jeremy Renner

Se si pensa che in fondo Ben Affleck è diventato famoso vincendo mezzo Oscar per una sceneggiatura, non ci sarebbe neanche troppo da stupirsi del fatto che si stia costruendo una (sorprendente) carriera dietro alla macchina da presa. Il problema è che abbiamo tutti stampato in mente il Ben Affleck davanti alla macchina da presa, uno che quando gli è andata proprio bene ha recitato male in bei film e quando gli è andata proprio male ha fatto Daredevil e Gigli. E che è pure il fratello scemo di suo fratello (no, non l’ho visto Hollywoodland, e va bene, mi fido: lì è bravissimo). E invece poi ti tira fuori un film d’esordio come Gone Baby Gone e questa bella bella bella opera seconda, che magari per certi versi mira meno alto, ma forse anche per questo era ancora meno semplice da realizzare. Perché misurarsi coi classici non è mai facile e farlo quando devi dare seguito a una roba per cui ti hanno lodato tutti lo è ancora meno. E invece il mascellone ha diretto un gran bel film, ancora una volta immerso nel lato più lurido e puzzone della sua Boston, infilandoci dentro due o tre rapine mozzafiato, raccontando con romanticismo e pulizia una storia straclassica, conducendo al meglio un signor cast e riuscendo pure a non sfigurare in un ruolo da protagonista che, vabbé, si è anche un po’ cucito addosso. Bravo Ben, continua così che sei forte. E forse un giorno smetteremo di considerarti quello che “apperò, pensavo fosse scemo”.

Venezia – Settimana Internazionale della Critica
Hitparzut X (Naomi) (Israele/Francia)
di Eitan Zur
con Yossi Pollak, Melanie Peres, Orna Porat, Suheil Haddad

Gelosia, tradimenti, rabbia, passione, follia, ooomiiiiciiiiidiiiiiiiiooooooooo, sensodicolpa, terrore, ansia, panico, amore, speranza. Un po’ thriller, un po’ commedia, un po’ un bel film solido, compatto, magari lento, ma che si trascina inesorabile verso una soluzione a metà fra il melodramma e la farsa. Bella sorpresa.

Sto cercando di completare e pubblicare i post che mi sono lasciato dietro durante il trasloco, ma non è semplice. Ovviamente tutta ‘sta roba l’ho vista in lingua originale e così va vista, specie quando si parla di ottime prove degli attori. Leggo in giro che nella versione italiana di The Town John Hamm ha una voce insostenibile. Poi fate voi.

Locarno/Venezia a Milano 2009

Fastidio, pessimismo e fastidio per una programmazione che infila buona parte dei film che mi interessano nella giornata in cui devo partire per Tokyo. Per il resto, diciannove film in otto giorni, per un insospettabile ritorno a ritmi di un certo livello, con la cifra tonda mancata solo per un attimo di sconforto sabato pomeriggio. E anche qualche bel film interessante, seppur in totale assenza di colpi di fulmine. Poteva andare peggio, via.

Locarno – Concorso
Akadimia Platonos (Grecia, Germania)
di Filippos Tsitos
con Antonis Kafetzopoulos, Anastas Kozdine, Titika Saringouli, Giorgos Souxes, Konstantinos Koronaios, Panayiotis Stamatakis, Maria Zorba
Pardo per la migliore interpretazione maschile

Simpatica commediola pesantuccia nei tempi della narrazione e che ha il limite di essere un po’ già vista mille volte in mille altre forme. Si racconta di tolleranza, accettazione, integrazione, cattivo vicinato e lo si fa parlando di Grecia, greci e albanesi. Moderatamente divertente, bravi gli attori, dice però davvero poco di nuovo e oltretutto lo fa senza neanche potersi nascondere dietro chissà quale splendore stilistico o sceneggiatura scoppiettante.

She, a Chinese (GB, Germania, Francia)
di Xiaolu Guo
con Huang Le, Wei Yi Bo, Geoffrey Hutchings, Chris ryman
Pardo d’oro

Il bello di guardare nel primo giorno di rassegna un film da festival, con quell’estetica da film da festival, quella gestione dei tempi da film da festival e quel tono moscio da film da festival è che sei ancora ben disposto, riposato, pronto a tutto. E riesci ad apprezzare – senza sbadigliare – questo racconto di gioventù dagli occhi a mandorla, che non ti risparmia un argomento che sia uno di quelli che ti aspetti nei film da festival (corteggiamenti, stupri, sesso, romance, morte, gravidanza, immigrazione, disoccupazione, solitudine, povertà, vecchiaia), ma lo fa con un’adorabile dose di autoironia e un taglio verace che davvero funziona. Anche se magari pensa d’essere un po’ più lirico di quanto possa permettersi.

Locarno – Sezione Piazza Grande
(500) Days Of Summer – (500) Giorni insieme (USA)
di Clark Gregg
con Joseph Gordon-Levitt, Zooey Deschanel

Una commedia deliziosa, che si porta un po’ addosso quel puzzetto da Sundance e quei soliti personaggi di contorno per forza simpatici, divertenti e fondamentalmente cretini, ma scrolla via il fastidio a colpi di romantica intelligenza. Parte bene, con una dichiarazione d’intenti che ti fa scoppiare a ridere e ti mette subito di buonumore, e prosegue gironzolando fra il cinismo, il buonismo, il malinconico realismo e una scansione temporale scombinata che fa tanto originale e fuori dagli schemi. (500) Days Of Summer non è una storia d’amore, è una storia di rincoglionimento ormonale, raccontata attraverso gli occhi di un maschio che vede solo quello che vuole vedere, mostrando come cambino le cose quando il velo del camminare sopra le nuvole ti viene strappato via dagli occhi. Descrive quanto possano essere adorabilmente, insopportabilmente, involontariamente, fastidiosamente stronze le donne e quanto riescano ad essere incredibilmente, assolutamente, devastantemente fessacchiotti di creta nelle loro mani gli uomini. E se vi sembra un po’ di parte, maschilista, o che so io, ho due parole per voi: “Sofia Coppola”.

Venezia – Concorso
Accident (HK)
di Soi Cheang
con Louis Koo, Richie Jen, Feng Tsui Fan, Michelle Ye

Un killer prezzolato che si crede Wile E. Coyote organizza omicidi sotto forma di articolate trappole, che riesce a far passare per incidenti. Qualcosa va storto e sembra proprio che Ralph il lupo si sia messo contro la banda di Wile. Ma non è tutto come sembra e il delirio d’onnipotenza si trasformerà presto nel classico iper-melodramma dagli occhi a mandorla. Produce Johnnie To, ma i suoi spettacolari virtuosismi sono lontani anni luce. Interessante, un po’ contorto, al solito molto bello da vedere.

Il cattivo tenente: Ultima chiamata New Orleans (USA)
di Werner Herzog
con Nicolas Cage, Eva Mendes, Jennifer Coolidge, Val Kilmer

Può il cattivo tenente di Abel Ferrara diventare com James Bond ed essere riutilizzato mille volte per raccontare storie sempre diverse? Forse, sì, boh, chi lo sa? Di sicuro Werner Herzog lo fa abbastanza bene, con un poliziesco lurido e marcio, che mostra un personaggio impossibile da odiare fino in fondo ma che ci si sente un po’ colpevoli ad amare. Alti e bassi, momenti di delirio, minestrone di giallo, romantica storia d’amore, denuncia sociale, scorre via placido per due ore e strappa qualche risata. Bravo Cage, come sempre quando si mette in mano a un regista.

Lebanon (Israele)
di Samuel Maoz
con Yoav Donat, Itay Tiran, Oshri Cohen, Michael Moshonov
Leone d’oro per il miglior film

Il primo giorno di guerra in Libano raccontato da dentro un carro armato. Tolti l’avvio e la chiusura, il regista racconta la sua esperienza in guerra mostrando solo quel che vedevano lui e i suoi tre compagni rinchiusi lì dentro. L’esterno si osserva attraverso il mirino del carro, che scimmiotta gli FPS gironzolando fra possibili bersagli e tragedie da osservare di nascosto, e il portellone che ogni tanto viene aperto lasciando entrare cadaveri, prigionieri, compagni di battaglia. Un’idea interessante e a tratti molto efficace viene sfruttata per mettere in scena tutto il campionario di stereotipi immancabili in ogni film di denuncia sulla guerra che si rispetti. Va anche bene, per carità, ma magari anche no.

Life During Wartime (USA)
di Todd Solondz
con Ciarán Hinds, Shirley Henderson, Allison Janney, Charlotte Rampling
Osella per la migliore sceneggiatura

Todd Solondz, magari non al suo meglio, ma comunque Todd Solondz, quello che ci piace a noi. Quello che racconta esseri umani dell’America di oggi, quelli un po’ più strani e bassi, quelli che sotto la facciata nascondono un po’ di perversione, un pizzico di razzismo, una punta di squallore. Sentimenti, desideri, paure, dubbi, scritti da una penna in stato di grazia, raccontati con momenti di lirismo un po’ pacchiano, perfetto per le creature un po’ pacchiane che del resto sono. Forse la cosa migliore della rassegna, anche se probabilmente non il grandissimo film che speravo ardentemente fosse.

Soul Kitchen (Germania)
di Fatih Akin
con Adam Bousdoukos, Moritz Bleibtreu, Birol Uenel, Anna Bederke
Premio speciale della giuria

Il film più divertente della rassegna, l’unico che non solo prova a far sorridere, ma ci riesce anche, sempre, dall’inizio alla fine, con gran gusto, pur non dicendo in effetti nulla di particolarmente nuovo o mettendo in mostra chissà quale comicità innovativa. Una storia ordinara, ben scritta e raccontata come si deve. Di questi tempi è già un gran risultato.

Donne senza uomini (Germania, Austria, Francia)
di Shirin Neshat
con Pegah Ferydoni, Orsi Tóth, Arita Sharzad, Shabnam Tolouie
Leone d’argento per la miglior regia

Essere donna ieri, vivere il prodigio del tuo ciclo mensile ostentando sicumera. Essere donna ieri, aspirare al ruolo che la storia ti deve: quello di simpatica, paciosa, imprevedibile nocchiero di un prelievo proiettato verso il mare del duemila al grido di “Cazzo, subito”. Essere donna ieri, non più cagafigli, bensì dolce e caparbia cagatrice dei tuoi figli. Come Loretta Goggi nella Freccia Nera, o in Maledetta Primavera mente autonoma. Donna, roccaforte quando il flusso è più copioso, sbarazzina quando è il caso o marangona di un clitoride mai domo, al grido di “Hah ggh aaaa ssiiii”. Una prostituta in crisi, la sfiorita moglie di un militare in carriera, una ribelle alla ricerca di soddisfazione politica, una timidina e puritana innamorata. Attorno a loro, un Iran scosso dagli eventi che portano alla caduta dello scià. Il Leone d’argento va immagino allo splendore delle bellissime immagini, che fin dal primo minuto abbagliano senza pietà, e alla capacità di mescolare il contesto politico, l’indagine sulla condizione femminile e il deliro d’autore. Simbolismi, metafore, cartoline intasate di fiori dai colori esplosivi, sguardi intensi, qualche momento che davvero ti fa rabbrividire, un po’ di confusione narrativa e troppa voglia di rimirarsi allo specchio.

Venezia – Fuori concorso
Chengdu, I Love You (Cina)
di Fruit Chan, Cui Jian
con Tan Weiei, Huang Xuan, Guo Tao, Wu Anya

Mi piacerebbe poter dire che questo film è talmente idiota da fare il giro e diventare intelligente, ma in verità lo è al punto che pur facendo il giro rimane idiota.

The Informant! (USA)
di Steven Soderbergh
con Matt Damon, Scott Bakula, Joel McHale, Melanie Lynskey

Il Soderbergh scemo ma elegante, bravo ma inconcludente. Quello degli Ocean, insomma. C’è chi lo adora, a me diverte abbastanza, senza farmi innamorare e, anzi, venendomi un po’ a noia sulla distanza, specie quando si arrotola in un finale che tira per le lunghe qualcosa che sarebbe dovuto finire un po’ prima. Sempre più bravo Matt Damon, che riesce a infilare con innocente ed efficacissima semplicità un velo di tristezza fra le pieghe di un film indeciso tra la commedia stupidina e il minestrone agrodolce.

Venezia – Fuori concorso – Mezzanotte
Valhalla Rising (Danimarca, GB)
di Nicolas Winding Refn
con Mads Mikkelsen, Alexander Morton, Stewart Porter, Maarten Stevenson

Il cattivo di Casino Royale ha perso un occhio, è incatenato a un palo e ammazza la gente a cazzotti mentre altra gente scommette sull’esito dei combattimenti. Ambientato ai tempi in cui i danesi si vestivano di stracci e armature, adoravano divinità multiple con la barba, se ne andavano in giro armati di spada e – a quanto pare – parlavano inglese, Valhalla Rising racconta di gente che cammina, si mena, cammina, si mena, viene uccisa da altra gente, si mena, si ammazza a colpi d’accetta sulla fronte, cammina un altro po’ e poi incontra l’altra gente, che è colorata di rosso. Non ho capito molto più di questo, forse anche perché – nonostante le mazzate e i soli novanta minuti di durata – il film è di una noia devastante e io mi sono appisolato nella mezz’ora centrale. Lungaggini, viaggi lisergici senza senso e budella da tutte le parti.

Yona Yona Penguin (Giappone)
di Rintaro
con le voci di Ei Morisako, Hikaru Ohta, Lena Tanaka, Yuji Tanake

Fra pinguini, folletti, gatti ballerini e bambine giapponesi che urlano (trapanando il cranio degli spettatori grazie al volume esagerato del maledetto cinema Ariosto), Rintaro racconta una favoletta per bambini ordinaria negli sviluppi e affascinante nell’immaginario che dipinge. Alcuni momenti sono davvero molto belli, altri sono probabilmente troppo mirati a gente nata non prima di questo decennio. Non ho capito dove finissero le scelte stilistiche – alcune davvero azzeccate – e dove iniziasse l’animazione realizzata con mezzi limitati, ma forse è un problema mio. In sala c’era una mamma con due bambini, portati a guardare un film d’animazione giapponese in lingua originale, sottotitolato in italiano. I due bambini non hanno fiatato, dall’inizio alla fine, e mostravano di gradire molto (uno di loro, sulla davvero commovente scena del volo, indicava lo schermo col dito). Forse c’è speranza, per questa giovine Italia.

Venezia – Settimana internazionale della critica
Good Morning Aman (Italia)
di Claudio Noce
con Valerio Mastandrea, Said Sabrie, Anita Caprioli

O forse non ce n’è, di speranza, per questa giovine Italia. Che un bravo attore come Mastandrea e una bella (e brava, via) gnocca come la Caprioli debbano perdere tempo dietro a queste porcherie mi dà veramente fastidio. Un pasticcio sconclusionato, che cerca di darsi un tono gggiovane senza però rinunciare alla pochezza visiva del cinema italiano da denuncia. A me il risultato appare abbastanza ridicolo, ma magari è perché comincio a non essere più abbastanza gggiovane. Di sicuro, nel raccontare l’amicizia fra il somalo Aman e un ex pugile alla deriva, ‘sto Claudio Noce fa una gran fatica a dire qualcosa. Qualsiasi cosa.

Kakraki – Come gli scampi (Russia)
di Ilya Demichev
con Mikhail Efremov, Olga Sunn, Sergey Koltakov, Natalia Vdovina

Gogol riletto al giorno d’oggi, con ironia, romanticismo e senso tragico, in una commedia agrodolce sugli anni che avanzano e la fuga dalla noia quotidiana, con uno sguardo tagliente sulle contraddizioni della società russa contemporanea. Qualche lungaggine, tante risate, un filo di amarezza, in un esordio che non sorprende ma convince.

Listicky (Repubblica Ceca)
di Mira Fornay
con Réka Derzsi, Rita Banczi, Aaron Monaghan, Jonathan Byrne

Il classico film da festival che racconta di una tizia insopportabile, che si comporta in maniera insopportabile, rovina la vita a tutti quelli che le stanno attorno e tratta di merda una sorella altrettanto insopportabile ma che è buona e brava e sta per sposarsi e cerca di aiutarla. Ma alla fine – occhio – anche nei cuori più insospettabili si nasconde del marcio. More than meets the eye!

Venezia – Giornate degli autori
Celda 211 (Spagna, Francia)
di Daniel Monzón
con Luis Tosar, Alberto Ammann, Antonio Resines, Marta Etura

Una guardia carceraria al primo giorno di lavoro (anzi, il giorno prima) si ritrova nel bel mezzo di una rivolta e, per cavarsela, si finge galeotto. Ci saranno spiacevoli conseguenze. Ottima sceneggiatura e bravi attori per un film teso, appassionante, che rischia di sbracare con un paio di colpi di scena forse troppo sopra le righe ma regge benissimo fino in fondo. Produzione e realizzazione spagnola per un film che si racconta all’americana, ma mantenendo una sua fortissima identità e senza diventare patetico e malriuscito scimmiottamento. In Italia, invece, si gira Good Morning Aman.

Di me che cosa ne sai (Italia)
di Valerio Jalongo
Un documentario che racconta lo stato attuale del cinema italiano e prova a spiegare come i fasti produttivi e qualitativi di un tempo abbiano potuto ridursi a questo. Mentre scorrono i titoli di coda – ma in effetti anche prima – spunta nella capoccia quel classico desiderio d’emigrare che qualsiasi documentario sull’Italia riesce a tirarti fuori, se ci si mette.

Honeymoons (Serbia, Albania)
di Goran Paskaljevic
con Lazar Ristovski, Petar Bozovic, Mira Banjac, Nebojsa Milovanovic

Racconti di vita dell’est, di amori difficili e desideri per un futuro migliore. Una coppia di albanesi vuole trasferirsi in Italia per sposarsi e rifarsi una vita. Una coppia di Serbi appena sposati si prepara a un viaggio in Ungheria, dove lui deve affrontare un’audizione per l’orchestra filarmonica. La prima parte di film mostra con taglio amaramente ironico usanze, contraddizioni e fastidi della tradizione locale, raccontando la deliziosa assurdità dei matrimoni e la difficoltà dei rapporti fra giovani e famiglia. Poi iniziano i due viaggi e le cose si fanno ben più complicate, con una svolta drammatica che mostra quanto possa essere difficile il varco di una frontiera per persone che nulla di male han fatto ma pagano, anche a distanza, le colpe dei propri padri. Qualche lungaggine di troppo nella prima parte, ma anche la capacità di anestetizzarti e spiazzarti poi con la svolta improvvisa. Discutibile forse la caratterizzazione un po’ semplicistica dei personaggi che i protagonisti incontrano una volta varcato il confine. Ma in fondo neanche troppo, via. Bello? Interessante e comprensibilmente figlio di una rabbia e un fastidio che hanno il loro bel fondamento. Certo, La polveriera me lo ricordo ben altra roba.

Locarno/Venezia a Milano 2008

Quindici film in sette giorni. Son finiti i tempi in cui alla rassegna di Venezia mi sparavo quaranta film. Non ho più la possibilità di farlo, e sinceramente mi sa che in ogni caso non ce la farei. Oppure sì, vai a sapere. Di buono c’è che l’obbligatoria censura preventiva fa il suo sporco lavoro: non ho certo guardato solo roba esaltante, ma mai una volta mi sono messo a dormire o sono scappato a film in corso. Hai detto niente! Mi brucia un po’ l’aver visto solo uno dei film in concorso a Venezia, ma d’altra parte era il vincitore e fra gli altri presenti alla rassegna milanese proprio poco mi ispirava. E poi lo dicono tutti che il meglio sta nelle altre sezioni, no? Comunque, questo è.

Locarno – Sezione Piazza Grande
Choke (USA)
di Clark Gregg
con Sam Rockwell, Anjelica Huston, Kelly Macdonald

Ancora Palahniuk, ancora elogio dell’anarchico e pseudo-satira della vuota società moderna, però con un film che, insomma, è vuotarello pure lui. Choke è un’ora e mezza divertente, con qualche battuta azzeccata, qualche sottotitolo tradotto completamente a caso, un paio di momenti toccanti e furbetti. C’è dentro una manciata di ottimi attori, con Rockwell e la Huston che svettano, e si sente una certa difficoltà a colpire allo stomaco, sia quando vorrebbe graffiare, sia quando vorrebbe commuovere. Va via placido e non è certo scritto male, ma insomma, forse gli manca un regista.

Locarno – Sezione Cineasti del presente
La forteresse (Italia/Sri Lanka/Germania)
di Fernand Melgar
Pardo d’oro per la sezione Cineasti del presente

Un documentario nudo e crudo sulla vita delle migliaia d’immigrati che vivono nel limbo, in attesa di sapere se l’accogliente Svizzera vorrà o meno accettare le loro richieste d’asilo politico. Affascinante e interessante per quel che mostra, smuove lo stomaco nel raccontare le storie di questi ragazzi piovuti nel cantone da un po’ tutto il mondo. Dura tanto e stanca abbastanza, ma merita.

Venezia – Concorso
The Wrestler (USA)
di Darren Aronofsky
con Mickey Rourke, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood
Leone d’oro

Oh, The Fountain non l’ho visto e non so se faccia cacare come dicono, ma questo, nella sua essenziale, pulita, quasi perfetta semplicità, è davvero un gran bel film. Non racconta nulla che non si sia mai detto, nel mostrare questo stanco lottatore giunto al capolinea umano, professionale, temporale, che prova a rialzarsi in tutti i modi ma viene rischiaffato al tappeto e schienato per un’ultima volta. Si è già visto nel “genere” sportivo, si è già visto nelle storie di (auto)distruzione che sembrano essere tanto care ad Aronofsky. Epperò è proprio il genere di roba che, se me la racconti in una bella maniera, solitamente tende a diventare un gran film e a regalare prove d’attore eccezionali. E infatti, guarda un po’, Mickey Rourke è strepitoso che vien voglia di abbracciarlo, e il film è una bomba, cruda, impietosa, sanguinaria, realistica e commovente. Sfugge al patetismo e alla maniera, schiva le colonne sonore a effetto e si ferma subito prima di spingere il pedale sul finalaccio strappalacrime. Irretisce con una narrazione ferma, solida, profonda e personaggi semplici e ben scritti. Funziona, alla grande, e non c’è nient’altro da dire.

Venezia – Fuori concorso
Burn After Reading (USA)
di Ethan e Joel Coen
con Frances McDormand, George Clooney, John Malkovich, Brad Pitt, Tilda Swinton

Quando fanno i cazzari i Cohen mi lasciano spesso abbastanza indifferente, al di là del solito Lebowski che comunque, pur apprezzandolo, non riesco proprio a mettere sul mitologico piedistallo dove lo piazzano tutti. E invece stavolta per qualche motivo mi han preso. Burn After Reading è una specie di presa per il culo totale e radicale del film d’intrigo e spionaggio, che ne ricalca meravigliosamente bene la grammatica nei toni, nelle musiche, nelle trovate di regia (a tratti sembra di vedere una roba girata da Tony Scott). Solo che, a popolare il film, Joel ed Ethan ci mettono una serie di sfigatelli comuni d’antologia, gente alle prese con roba mille volte più grande di loro e che per una volta non ci capisce davvero niente. Assurdo e stupidissimo, poco più che un giochetto divertente, forse un filo troppo lungo, ma strepitoso nei suoi momenti migliori, tipo tutti quelli in cui appare Brad Pitt. Avercene.

Encarnação Do Demonio (Brasile)
di José Mojica Marins
con José Mojica Marins

Scalpi lacerati, tette traforate, schiene fatte a pezzi, occhi cavati, peni masticati, cavità varie esplorate da bestie assortite, sgozzamenti e ammazzamenti, torture e carne trita sceltissima. Questo, in sostanza, l’intreccio di un film che – riporto perché non ne so nulla – è il grande ritorno di un maestro del genere dopo vent’anni a riposo. Una specie di seguito che, al di là degli ettolitri di morte dispensata per la gioia degli appassionati, ha comunque un suo senso gustoso nell’utilizzo degli spezzoni d’annata come flashback, nel mescolare colore e bianchennero con quei fantasmi dei ricordi, nel consapevole, sbracato e divertente tuffo in un trash piacevolissimo, con un protagonista che recita talmente sopra le righe da strappar più di un sorriso. Nonostante quel che si vede faccia abbastanza schifo, certo.

Puccini e la fanciulla (Italia)
di Paolo Benvenuti
con Federica Chezzi, Riccardo Moretti
Premio “Poveri ma belli”

La storia della cameriera di Puccini che si suicida perché non riesce a vivere col dolore di essere accusata ingiustamente d’essersi trombata il Puccini stesso (che invece, a quanto pare, tutte si trombava tranne che lei). Il punto del film sta nell’esser tutto costruito attorno a suoni e musiche, pensato e ritmato sulle partiture di Puccini e raccontato quasi senza parole, ma solo tramite suoni, melodie, immagini. L’idea è interessante, ma il risultato è francamente un po’ barboso e forse un po’ meno bello di quanto se la creda.

Venezia – Sezione Orizzonti
Pa-ra-da (Italia/Francia/Romania)
di Marco Pontecorvo
con Jalil Lespert

Lui è tanto bravo e buono e avanti e fuori dagli schemi e chi lo segue gli vuole tanto bene ed è tanto reso migliore da lui che è troppo un grande ma le istituzioni gli danno contro e gli creano problemi però comunque vada alla fine lui ha fatto del bene. Good Morning Vietnam, L’attimo fuggente, Patch Adams, insomma, quelle cose lì, i film con Robin Williams tratti da una storia vera (in questo caso quella di un pagliaccio francese che va a lavorare coi servizi sociali in Romania per tirar via dalle strade i bambini che si drogano, si prostituiscono, vivono nelle fogne, parcheggiano in doppia fila, non pagano le tasse e rubano la pensione alle vecchiette fuori dall’ufficio postale). Ecco, rispetto al Williams medio, qui c’è un gusto un po’ più europeo, una certa voglia di essere crudi e terra terra, di toccare le corde giuste senza scivolare troppo nel patetismo. Pontecorvo ci riesce abbastanza bene, anche se più si avvicina la fine e più lo si intravede, quel patetismo. E a me il patetismo dà un po’ fastidio, anche se ammetto che gli occhi lucidi mi son venuti.

Venezia – Giornate degli autori
Machan (Italia/Sri Lanka/Germania)
di Uberto Pasolini
con Dharmapriya Dias, Gihan De Chickera, Dharshan Dharmaraj, Namal Jayasinghe
Un paio di premi delle sezioni collaterali che non mi ricordo

Una cosetta banale banale, ma placida e divertente. Parte raccontando delle condizioni di chi vive in Sri Lanka, della voglia di fuggire, delle difficoltà nel riuscirci. Ti butta lì qualche pezzetto di denuncia un po’ a caso, in pieno stile commedia brit pop operaia che piace tanto alle masse e alle massaie. Scivola poi nel film sportivo piacione e non dimentica d’impegnarsi a toccare tutte le corde giuste, senza andare a solleticare quelle sbagliate. Innocuo, ma divertente e pure un pochino emozionante, anche in quel suo modo scemotto di prendere in giro (ma anche no) gli stereotipi del genere.

Nowhere Man (Belgio)
di Patrice Toye
con Frank Vercruyssen, Sara De Roo

L’ennesima storia di un uomo in piena crisi d’identità, che sceglie di fuggire dalla sua vita di tutti i giorni, dal lavoro, dalla moglie, da tutto. A Venezia tirano di brutto, ‘ste storie, ce n’è praticamente una all’anno. Questa, in particolare, viene dal Belgio, ha una bella cura per l’immagine, un gradevole senso dell’umorismo, un protagonista incredibilmente faccia da pirla e un piglio autoriale e pretenzioso che sulla distanza scartavetra un po’ i maroni.

Pescuit Sportiv (Romania)
di Adrian Sitaru
con Adrian Titieni, Ioana Flora, Maria Dinulescu

Un’ora e mezza di soggettive che raccontano un drammetto pseudofamiliare tramite gli occhi dei personaggi. Tutto il film è “visto” in prima persona, prevalentemente attraverso lo sguardo dei protagonisti, episodicamente sfruttando quello di veloci comparse. Il classico commento dopo la visione di un film del genere è: “L’idea è buona, ma andava bene per un cortometraggio”. E invece tutto sommato qui la durata non si soffre, perché i personaggi, i dialoghi, i comportamenti sono scritti davvero bene. Mezzo film è dato dall’idea, mezzo film dalla sceneggiatura. Entrambe sono buone, obiettivo centrato.

Pokrajina St.2 (Slovenia)
di Vinko Möderndorfer
con Marko Mandic, Barbara Cerar, Maja Martina Merljak

Una specie di thrillerino a tinte fosche, in cui uno sfigato qualunque s’imbarca in un furtarello e finisce inavvertitamente per scatenare la tremenda vendetta di un ex collaborazionista nazi. Noir sarcastico e crudele, che non risparmia risate e schizzi di sangue. Si racconta con toni placidi e meditabondi, tirando fuori dal nulla improvvise accelerate fatte di umorismo grottesco e micidiali eccessi violenti. Amaro e puzzolente, non concede un filo di speranza che sia uno. Avanti così, facciamoci del male.

Stella (Francia)
di Sylvie Verheyde
con Léora Barbara
Un altro paio di premi minori a caso (ma quanti ce ne sono?)

Un bel filmetto su una bimba alle soglie dell’adolescenza, che nel finire degli anni Settanta vive il duro impatto sociale e culturale con un ambiente scolastico a lei ignoto (viene da una famigliaccia un po’ del cazzo e finisce a studiare in una scuola da figli di papà – quindi, se vogliamo, un po’ del cazzo pure quella). Divertente, intenso, con una colonna sonora assurda (Umberto Tozzi rulez) e una serie di interpreti bravissimi, a partire dalla bimba protagonista.

Venezia – Settimana della critica
L’apprenti (Francia)
di Samuel Collardey
con Paul Barbier, Mathieu Bulle
Premio Settimana Internazionale della Critica

Un giovane studente d’agraria che non va molto bene a scuola e vive maluccio il rapporto coi genitori si dedica alla sua passione facendo da apprendista presso l’azienda agricola di un signore di mezz’età, che finirà per fargli da pseudopadre. Tutto prevedibile e già visto mille volte, con quell’aria da film francese da festival che fa un po’ cadere le palle. L’aspetto documentaristico però non è male e la scena del maiale sgozzato fa passare la voglia di prosciutto.

Pranzo di ferragosto (Italia)
di Gianni Di Gregorio
con Gianni Di Gregorio, Valeria De Franciscis, Marina Cacciotti, Maria Calì
Premio Luigi De Laurentiis per la miglior opera prima

Un gran bel film, costruito su una semplice trovata che dilaga per un’ora e mezza raccontando tutto e niente con pochi mezzi e tanta voglia. Di Gregorio, regista e protagonista, è un uomo di mezz’età costretto in casa per star dietro alla madre anziana, curarla, accudirla. Una vita da mezzo recluso, che non lavora e non fa molto altro che il casalingo. Impossibilitato a pagare i conti, cede alla proposta del padrone di casa, che gli rifila madre e zia da accudire a ferragosto in cambio di qualche spesa azzerata. Da questo e un paio di altri episodi vien fuori una commedia deliziosa, tutta giocata sulla demenzialità spontanea che nasce dai comportamenti, dagli atteggiamenti, dallo spirito delle donne anziane. Divertentissimo e percorso da un lieve retrogusto malinconico che non fa mai male.

$E11.OU7! (Malesia)
di Yeo Joonhan
con Jerrica Lai, Peter Davis
Premio “Altre visioni”

Un adorabile commedia-musical che prende in giro tutto e tutti, fa satira e demenziale autoironia, strizza d’occhio allo spettatore e lo coinvolge in un delirante e surreale gioco basato sui meccanismi stessi della narrazione. Le canzoni sono bellissime, coinvolgenti e perfettamente cucite addosso al tessuto narrativo, sempre che si possa parlare di tessuto narrativo per un film che gioca così tanto sul limite dell’assurdo e del nonsense. Si ride di gusto, si allibisce davanti a trovate spiazzanti e lampi di genio, ci si spiace un po’ per qualche lungaggine che viene comunque perdonata senza problemi. I tre momenti di poesia in avvio sono da dichiarazione d’amore istantanea al regista, ma fra reality show sulla morte, intense dissertazioni musicali sul valore del denaro, esorcismi assortiti e quel dirompente momento karaoke ce n’è proprio per tutti i gusti. Modo migliore per chiudere la rassegna non c’era, e infatti ho pisciato i due film che avrei voluto vedere dopo e me ne sono andato a casa con un sorrisone stampato in faccia.

Locarno e Venezia 2007

Sarà il fatto che con gli anni sono diventato cintura nera nella sacra arte della censura preventiva, ma quest’edizione della rassegna mi ha messo davanti davvero pochi film da mani nei capelli. Vero anche che non posso più fare (per limiti fisici oltre che logistici) otto giorni di full immersion come un tempo e che quindi, dovendo scegliere non più di un film al giorno, ci ho messo più attenzione. Ma resta il fatto che la classica fuga di metà film con la coda fra le gambe si è manifestata poco, a fronte di una qualità media senza dubbio discreta. In compenso vale anche la pena dire che fra tante belle pellicole non si è mai andati “oltre”, con neanche un film in grado di esaltarmi sul serio. Dovessi dire qual è stato il migliore, così, di getto, farei un po’ fatica. Comunque, questo è quel che ho visto.

Locarno – Piazza Grande
Waitress (USA)
di Adrienne Shelley
con Keri Russell, Nathan Fillion, Jeremy Sisto, Cheryl Hines, Adrienne Shelley, Andy Griffith

La classica commediola che prende spunto da un’idea simpatica (la protagonista che sfoga i propri sentimenti ideando torte a tema) e la porta avanti per tutto il film. L’idea, però, è buona per davvero, anche perché fa venir voglia di tuffarsi su un bancale intasato da quelle lussuriosissime pie, e il film è supportato da ottime interpretazioni (Nathan Fillion adorabile e ipercarismatico come al solito), da una regia non banale e da una fotografia deliziosa. Ottima anche la sceneggiatura, strapiena di battute memorabili, peccato solo che come al solito si parta all’insegna dello spirito graffiante e si scivoli pian piano nel buonismo spinto e prevedibile.

Locarno – Concorso
Ai no yokan (The Rebirth) (Giappone)
di Masahiro Kobayash
con Masahiro Kobayashi, Makiko Watanabe
Pardo d’oro
Menzione speciale arte & essai CICAE

Film molto particolare, sperimentale, che si ispira a un fatto di cronaca giapponese (l’uccisione a coltellate di una quattordicenne da parte di una sua compagna di classe). Si apre su una doppia intervista, alla madre dell’assassina e al padre della vittima, interpretato dal regista, per poi fare un balzo in avanti di un anno. Passiamo così a osservare da vicino la vita delle due persone, trasformatasi in un anonimo, alienante, abulico agonizzare stancamente in preda alla routine. Ogni giorno lui va a lavorare in fabbrica, torna nell’albergo in cui vive e mangia sempre le stesse cose, lo stesso ovetto versato sul riso, lo stesso vassoietto da mensa. Lei lavora proprio in quella mensa e gli prepara tutti i giorni gli stessi pasti. Il film segue le “vicende” in tono spento e smorto, calando perfettamente lo spettatore in quell’atmosfera di stanca, monotona e assurda depressione. Ripetitivo e snervante, Ai no yokan è forse un filo troppo lungo, ma funziona incredibilmente bene nel gettare un occhio indiscreto sull’angosciante e silenziosa disperazione che colpisce la vita di queste due persone. Purtroppo, non è il film più adatto a una serata in cui sei colto da atroce mal di testa.

Venezia – Concorso
In questo mondo libero (It’s a Free World…) (GB)
di Ken Loach
con Kierston Wareing, Juliet Ellis
Premio per la migliore sceneggiatura

Il solito Ken Loach, con le sue indagini sul sociale e le sue denunce. Qua si parla di lavoro nero, di immigrazione e delle difficoltà nel barcamenarsi fra la voglia di rispettare le regole e le necessità del quotidiano. Solido, ben scritto, con una protagonista sconosciuta ma molto brava, è il classico film in cui si fatica a trovare personaggi nettamente positivi o negativi, mentre tutti quanti navigano nel mezzo. Non sono un fan di Loach, ma questo film mi è piaciuto più di altri, anche se ho fatto davvero fatica ad appassionarmi alle vicende, perché la protagonista mi è stata sulle palle fin dall’inizio e non è che con le sue azioni facesse molto per diventarmi simpatica.

Locarno – Piazza Grande
Funeral Party (Death at a Funeral) (USA, GB)
di Frank Oz
con Matthew Macfadyen, Keeley Hawes, Andy Nyman, Ewen Bremner, Daisy Donovan, Alan Tudyk
Premio del pubblico

Altra divertente commedia che si tinge di scorrettezza giocando sullo humor nero, ma alla fin fine non può fare a meno di chiudere all’insegna dei buoni sentimenti. Siamo a un funerale e, molto semplicemente, fra equivoci, antipatie, vecchi amori sopiti e incomprensioni ne succedono davvero di tutti i colori. I fan della fantascienza televisiva riconosceranno il simpatico Alan Tudyk (Wash nel mai troppo rimpianto Firefly), qui delirante vittima di un potente allucinogeno inghiottito per errore.

Venezia – Concorso
L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford (USA)
di Andrew Dominik
con Brad Pitt, Casey Affleck, Sam Rockwell, Mary-Louise Parker, Sam Shepard
Coppa Volpi per il miglior attore a Brad Pitt

A leggere “Brad Pitt” vicino a “Jesse James” ti aspetti un western tutto azione e sparatorie e forse anche per questo in molti sono rimasti delusi e annoiati di fronte all’ambiziosa opera seconda di Andrew Dominik. Io non mi aspettavo nulla e ho trovato un film dalle immagini forti, intense, splendido da guardare, affascinante da seguire nelle sue particolari vicende, con almeno un paio di sequenze bellissime (la rapina al treno e l’assassinio del titolo). L’assassinio di bla bla bla è un film fatto di atmosfera, che gioca sul senso di paranoia dei suoi protagonisti, sul dubbio e l’incertezza costantemente vissuti da James e dai membri della sua banda. Un drammone psicologico che forse qua e là andrebbe sforbiciato (eppure io non mi sono annoiato un secondo) ma che nei suoi momenti migliori riesce davvero ad ammaliare e che dipinge in maniera non so quanto realistica, ma certo interessante, lo stile di vita, i rapporti, le personalità di quei banditacci. Bravi un po’ tutti gli attori, anche se il premio a Pitt è quasi delirante, un po’ perché lo stesso Casey Affleck mi sembra più meritevole, un po’ perché comunque in altri film della rassegna si è visto di meglio. Avran voluto premiare il ragazzo stupido che si impegna.

Venezia – Concorso
Io non sono qui (I’m not There) (USA)
di Todd Haynes
con Christian Bale, Cate Blanchett, Marcus Carl Franklin, Heath Ledger, Richard Gere, Ben Winshaw, Charlotte Gainsbourg, Julianne Moore, Michelle Williams
Premio speciale della giuria
Coppa Volpi per la miglior attrice a Cate Blanchett

Il regista di Velvet Goldmine torna a lavorare sulla musica, con un film bello e assurdo. Sei episodi diversi, che raccontano brani della vita di Bob Dylan e delle sue canzoni. In tutto il film non c’è un solo personaggio che si chiami Bob Dylan e addirittura uno dei “riccioli”, nella versione Heath Ledger, fa l’attore invece che il cantante. Eppure sono comunque tutti Bob Dylan, compreso quello intrepretato da una strepitosa Cate Blanchett, che ovviamente è il più Bob Dylan di tutti. Assurdo, straniante, accompagnato da una colonna sonora meravigliosa (ovviamente tutta a firma Dylan), divertentissimo nella parentesi londinese coi Beatles, affascinante nel raccontare di un vecchio Billy the Kid, I’m not there è davvero un gran bel film per me che di Bob Dylan so poco o nulla. Figuriamoci per un fan.

Venezia – Concorso
Lust, Caution (Se, Jie) (Cina)
di Ang Lee
con Tang Wei, Tony Leung, Joan Chen
Leone d’oro
Osella per la migliore fotografia a Rodrigo Prieto

Praticamente la stessa storia del Black Book di Verhoeven (Venezia 2006), infilata nella Cina occupata dai giapponesi in piena Seconda Guerra Mondiale e raccontata con la diversissima sensibilità di Ang Lee. Anche qui c’è una donna tirata più o meno a forza nel gorgo della resistenza e anche questa donna si ritrova ad ammaliare sotto mentite spoglie il super generalissimo cattivissimo. Seguono storia d’amore passionale, momenti di thrilling e indecisione, dubbi ancestrali e tragiche conseguenze. Ma mentre Verhoeven punta sostanzialmente sul (fallimentare) filmone di genere, tutto manicheismo, azione e divertimento, Ang Lee sceglie la via del melodrammone intenso e leccato. Splendide immagini, ritmi lancinanti, personaggi sfumati e difficili da identificare e una malinconica, struggente, disperata atmosfera di oppressione. Crudo e crudele, anche nel concedere ben poca speranza nei minuti finali, Lust, Caution è il classico filmone strappalacrime che vince ai festival. Tremendamente già visto, ma comunque un gran bel vedere.

Venezia – Concorso
Gli amori di Astrea e Celadon (Francia)
di Eric Rohmer
con Andy Gillet, Stéphanie de Crayencour
Premio Manoel De Oliveira assegnato direttamente da me

Prima o poi doveva succedere: abbiamo perso anche Rohmer. Non che mi lamenti, in fondo rincoglionirsi a ottantasette anni è comunque un buon risultato. E poi mi sento di dargli comunque ancora il beneficio del dubbio. Sta di fatto che questa roba, non me ne voglia chi l’ha adorata, è davvero inguardabile. Già La nobildonna e il duca (Venezia 2001) era discutibile, ma quantomeno era affascinante per le scenografie sperimentali. Qui, invece, la messa in scena è da sagra paesana. L’intenzione è di rievocare la “faccia” e lo spirito di una rappresentazione teatrale del diciassettesimo secolo e non posso ovviamente dire quanto Rohmer abbia colto nel segno. Posso al limite apprezzare il tentativo, ma non i risultati, che hanno fra l’altro generato, nella parte centrale, una bella dormita del sottoscritto.

Venezia – Fuori concorso
Il diario di una tata (The Nanny Diaries) (USA)
di Shari Springer Berman e Robert Pulcini
con Scarlett Johansson, Laura Linney, Nicholas Art, Paul Giamatti, Donna Murphy, Alicia Keys, Chris Evans

Scarlett Johansson, non ci posso fare niente, per me ha il sex appeal di un panettone. Non di quelli coi canditi, eh, di quelli cementati che stanno in giro per le strade, i “dissuasori di sosta”. Certo, un panettone non ha le tette, ma a sua discolpa posso dire che non ha neanche quella voce insostenibile e che recita più o meno allo stesso modo. Comunque, il fatto che quando sale in bicicletta sembra una polpetta, tutto sommato in questo film aiuta, visto che il ruolo non è proprio quello della femme fatale. Una studentessa scoglionata dall’obbligo di successo scolastico che le impone la madre decide di prendersi un anno sabbatico lavorando da tata per una ricca e disfunzionale famiglia di New York. Nel giro di un’ora e mezza abbondante riporta amore e fantasia nel focolaio domestico, ritrova se stessa, decide il suo futuro e si innamora di un figone pieno di soldi. La solita commediola spensierata, con qualche passaggio in cui si ride di gusto e qualche passaggio in cui si storce il naso per le sdolcinatezze. Laura Linney è deliziosa come sempre, Paul Giamatti sta diventando una lumaca, Chris Evans è brillantissimo anche quando appare solo pochi minuti.

Venezia – Fuori concorso
The Hunting Party (USA)
di Richard Shepard
con Terrence Howard, Richard Gere, Jesse Eisenberg, James Brolin

The Hunting Party mette le cose in chiaro fin da subito, perché non ci siano equivoci: “Solo le parti più evidentemente ridicole di questo film sono vere” (o qualcosa del genere). E Richard Shepard ci tiene a ribadirlo per tutta la durata, che gli eventi del suo film non si prendono e non vanno presi sul serio, infarcendo le sue vicende di situazioni oltre il limite dello stereotipo e dell’assurdo, buttando lì continuamente immagini di Chuck Norris scatenato e puntando esageratamente sull’aspetto comico. Mette le mani avanti, insomma, cercando di far capire che questa storia di giornalisti vendicatori, che si infiltrano in Bosnia per eliminare il supercattivo da fumetto, è solo un’iperbole, messa lì per dire qualcosa d’altro. Oppure non ho capito niente, e Shepard si prende invece sul serio ed è convinto che una storia di questo tipo, così tremendamente anni Ottanta, così mostruosamente Sylvester Stallone, possa avere senso ancora oggi. Il problema di The Hunting Party, forse, è proprio in questo voler stare nel mezzo. Non si capisce se vuole essere The Bourne Identity o Three Kings e in ogni caso non sembra funzionare fino in fondo come nessuno dei due. Comunque, finché dura, ci si diverte.

Venezia – Giornate degli autori
Non pensarci (Italia)
di Gianni Zanasi
con Valerio Mastandrea, Giuseppe Battiston, Anita Caprioli

Stefano, rockettaro mezzo fallito che vede la sua vita andare improvvisamente a rotoli, decide di tornarsene a casa, da mamma e papà, ma anche dal fratello incatenato all’azienda di famiglia e dalla sorella innamorata dei delfini. Ne viene fuori una commedia deliziosa, agrodolce, leggera ma a modo suo molto realistica e verace. Un bel film italiano fino al midollo, simpatico e intelligente, capace oltretutto di non scivolare nel lieto fine a tutti i costi. Molto bravo Mastandrea e bravo pure il regista Zanasi, anche se nella parte finale tende un po’ a scivolare nel poetismo forzato stile Cameron Crowe.

Venezia – Settimana della critica
La maggiore distanza possibile (Zui yao yuan de ju li) (Taiwan)
di Jing Jie-Lin
con Lun-mei Guey, Siao-guo Jia, Kwai Lun-mei

Uno strano film che collega assieme più storie, trovando punti di contatto azzardati che vanno a chiudere un immaginario cerchio. Una donna confessa a uno psicologo che suo marito la tradisce. Lo psicologo incontra un tecnico del suono che spedisce alla sua ex dei pacchetti conteneti registrazioni ambientali del mondo che lo circonda. Ma la ex non vive più lì e i pacchetti vengono ricevuti dalla nuova inquilina. Che è l’amante del proprio capufficio, marito della donna di cui sopra. Aggiungere varie ed eventuali e miscelare con le classiche atmosfere stranianti e sognanti dei film dagli occhi a mandorla. Un po’ barboso, ma interessante e a modo suo anche poetico.

Venezia – Concorso
In the Valley of Elah (USA)
di Paul Haggis
con Tommy Lee Jones, Charlize Theron, Jason Patric, Susan Sarandon

L’ufficiale in ritiro Hank Deerfield (uno straordinario Tommy Lee Jones) indaga per i fatti suoi sulla scomparsa del figlio, avvenuta subito dopo il suo ritorno dalla querra in Iraq. Nel farlo trova l’aiuto di una detective di polizia con la faccia imbrunita di Charlize Theron e, ovviamente, finisce per scoperchiare un brutto pentolone. Un drammone sociale e impegnato, che parte come giallo ma finisce a raccontare l’impatto che la guerra in Iraq ha avuto sulla vita dei giovani soldati americani. Bello e intenso, appassiona per il mistero che nasconde e colpisce per i fatti che racconta. Molto brava anche la Sarandon, come sempre quando non interpreta la vecchia mamma rincoglionita col monologo intenso. Annie Lennox che canta sulla bandiera ce la potevano risparmiare.

Venezia – Giornate degli autori
Continental. Un film sans fusil (Canada)
di Stéphane LaFleur
con Réal Bossé, Marie-Ginette Guay, Fanny Mallette, Pauline Martin, Gilbert Sicotte

Un film corale su cinque personaggi insopportabili e sulle loro tristi e misere vite. Piatto, prevedibile, spento e sciatto. Un film francese da festival, insomma. Con l’aggravante di essere canadese.

Venezia – Fuori concorso
Beyond the Years (Chun nyun hack) (Corea del sud)
di Kwon-taek Im
con Hyeon-jae Jo, Jung-hae Oh, Seung-eun Oh, Seung-yong Ryoo

Iperdrammatica storia d’amore fra un uomo e una donna cresciuti come fratelli pur non avendo legami di sangue. Ad allevarli c’è un padre frustrato per i suoi fallimenti come interprete del pansori (un genere musicale tradizionale coreano) e intenzionato a farli diventare dei musicisti d’elite a colpi di frusta. La mia totale ignoranza sull’argomento mi ha portato ad osservare i “numeri” musicali con interesse, ma sono stato respinto a forza dallo stucchevole manierismo del racconto e dall’invadenza della colonna sonora.

Venezia – Concorso
Espiazione (Atonement) (GB)
di Joe Wright
con James McAvoy, Keira Knightley, Saoirse Ronan, Romola Garai, Vanessa Redgrave

Classico melodrammone a sfondo guerresco, con lui che si arruola e lei che rimane a casa a piangere. Parte come una leggera commedia e piano piano si trasforma in una valle di lacrime, prima di sciogliersi in un finale un po’ impacciato, con un’interminabile spiega che ha il solo valore di farci ammirare una bravissima Vanessa Redgrave. La messa in scena è sontuosa, la parte iniziale col montaggio che mostra i diversi punti di vista è azzeccata e molto ben fatta, la colonna sonora a colpi di macchina da scrivere è un’idea davvero simpatica e il piano sequenza sulla spiaggia invasa dall’esercito è da mozzare il fiato.

Venezia – Fuori concorso
Tim Burton’s The Nightmare Before Christmas 3D (USA)
di Henry Selick
con le voci di Chris Sarandon, Danny Elfman, Catherine O’Hara
Leone d’oro alla carriera a Tim Burton

Rivista quattordici anni dopo, la favoletta gotica di Tim Burton è divertente, magica, deliziosamente cupa come allora e il bonus della lingua originale le fa guadagnare parecchi punti su alcuni numeri musicali. L’effetto 3D è notevole, anche se si vede un po’ che il film non è stato pensato per quello, e più in generale alla lunga si stancano gli occhi. Comunque un bel modo per chiudere la rassegna in allegria.