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Wolf Creek 2

Wolf Creek 2 (Australia, 2013)
di Greg McLean
con John Jarratt e un po’ di vittime

La crescita umana, professionale e spirituale dell’australiano Greg McLean lo vede imparare l’arte della pittura negli anni della giovinezza, quindi diplomarsi in regia all’istituto nazionale d’arte drammatica e fare la sua bella gavetta a teatro, lavorando fra gli altri con Baz Luhrmann nella principale compagnia d’opera australiana. Con delle basi di questo spessore, dopo aver esordito con un paio di cortometraggi apprezzati e premiati, la sua carriera d’autore impegnato era già scritta. Più o meno. Al primo film, McLean ci regala Wolf Creek, una bella, cruda, agghiacciante rivisitazione in chiave australiana del modello Non aprite quella porta, passata pure da Cannes nel 2005. Quindi, due anni dopo, arriva Rogue, su un coccodrillo gigante. E infine, sette anni dopo, è il turno di Wolf Creek 2. Tutto regolare, per un autore la cui firma distintiva pare essere l’idea che i turisti stranieri, in Australia, siano destinati a fare una gran brutta fine.

Ora, da persona che aveva apprezzato parecchio il primo Wolf Creek, non sapevo bene cosa aspettarmi. Una replica tale e quale sarebbe stata forse la mossa più facile, ma in fondo anche banale e deludente. Meglio allora cambiare brutalmente la formula, pur riproponendo sulla carta lo stesso soggetto. E deve averla pensata così anche McLean, che con Wolf Creek 2 realizza un seguito in pieno stile anni Ottanta, di quelli che prendono l’icona forte del primo episodio e provano a trasformarla in un giullare onnipotente attorno a cui costruire, botteghino permettendo, una lunga serie di successi. Wolf Creek 2 prende tutto ciò che il primo episodio si proponeva di fare, da un punto di vista stilistico, di costruzione della tensione, di caratterizzazione dell’assassino, e, dopo aver fatto rapida manovra, si mette a spingere fortissimo nell’altra direzione. Il risultato è un po’ spiazzante, se ti presenti in sala con ancora in testa il ricordo di quel primo film dimesso, dal taglio a tratti quasi documentaristico, con un cattivo davvero inquietante nel suo realismo e con un trattamento senza compromessi o spettacolarizzazioni per le sue vittime.

Qua invece Mick Taylor, sempre interpretato da quel cicci di John Jarratt, torna in scena con tutt’altra carica. Sette anni fa era il babau nascosto nell’ombra, che usciva dal nulla, si mangiava il film con due battute e quattro sguardi e poi scatenava il massacro, ma non era mai vero protagonista, irrompeva in scena nel film delle sue vittime e andava a distruggerlo. Oggi parte subito schiacciando fortissimo l’acceleratore e si presenta come una sorta di Freddy Krueger col marsupio, non onnipotente o sovrannaturale, ma smargiasso, costantemente impegnato a far battutine ed esprimere la sua australo-burinaggine da leghista fra i koala che non vuole saperne degli stranieri. Dall’alto del suo scassato furgoncino, cecchina poliziotti come se stesse vincendo orsacchiotti alla fiera di paese e se la ride bello tranquillo, magari sorseggiando una birra. Insomma, è diventato personaggione e nel farlo, intendiamoci, funziona anche bene, soprattutto perché comunque il film, pur poggiandosi su una struttura abbastanza classica negli sviluppi e inevitabile nelle conclusioni, si gioca tutto sul piano delle idee e dei ribaltoni improvvisi, finendo per diventare un bel carosello divertente.

Proprio perché questa volta non si tratta di un film con dei protagonisti che vengono fatti a pezzi da un pazzo di passaggio, ma del film in cui quel pazzo s’è conquistato il ruolo da protagonista, le vittime designate calano d’importanza. Rimane la voglia di caratterizzarle come esseri umani tollerabili, e non i soliti cretini a cui non chiedi altro che di morire, ma il loro ruolo passa in secondo piano, al punto che McLean si concede anche il lusso del giocare con le aspettative sui protagonisti. Parte con i classici turisti – questa volta tedeschi – che commettono l’errore di andarsene in campeggio dove sarebbe meglio di no, ma poi piazza il ribaltone, coinvolge altra gente e alza continuamente la posta, tirando fuori almeno un paio di idee molto azzeccate, mostrando un Mick sempre più pieno di risorse e sull’orlo del diventare barzelletta di se stesso, ma tutto sommato riuscendo a centrare l’equilibrio giusto. E poi si gioca il jolly con un confronto finale bizzarro, divertentissimo, inatteso per come si era messo il film e che da solo merita la visione. Insomma, Wolf Creek 2 è un altro film, che c’entra proprio poco col primo, ma si potevano fare altri film ben peggiori.

E ricordate: il vostro non è un coltello, questo è un coltello.

Al momento il film è passato solo in qualche festival (anche a Venezia!). Per quanto riguarda la distribuzione ufficiale, IMDB elenca solo due nazioni, entrambe con data fissata per il 20 febbraio: l’Australia, ci mancherebbe, e l’Italia, anvedi. Beh, bene. Ah, sono in arrivo pure due romanzi dedicati al Mick, alla faccia delle manie di grandezza.

The Wicker Man – Final Cut

The Wicker Man – Final Cut (GB, 1973/2013)
di Robin Hardy
con Edward Woodward, Britt Ekland, Diane Cilento, Ingrid Pitt, Christopher Lee 

Quanta gente sa (o crede di sapere) perfettamente cosa sia The Wicker Man anche se non l’ha mai visto? Io, per dire, fino a un paio di mesi fa, ero esattamente in quella situazione. Del resto, la storia è nota e a portata di Wikipedia, il film di Robin Hardy ha subito tutte le sfighe di questo mondo e di quell’altro, è stato stagliuzzato dalla censura, proiettato poco e male, schivato come la peste in diversi paesi, compresa l’Italia, vuoi per i contenuti sessuali assai espliciti (ben più per l’epoca che per gli standard odierni), vuoi per il modo in cui prende di petto il tema religioso. Ma fosse solo questo… c’è pure il fatto che non si è mai riusciti e mai si riuscirà a mettere assieme un montaggio davvero corrispondente a quel che il regista voleva in origine, dato che i negativi sono finiti al macero per sbaglio, e i vari “cut” emersi negli anni sono stati assemblati mettendo assieme la copia che era stata inviata a Roger Corman, quell’altra finita negli archivi di Harvard e così via. Insomma, un guazzabuglio di sfighe, appunto, che ovviamente ha contribuito allo status di cult assoluto, per un film che comunque, oh, Christopher Lee ritiene il migliore della sua carriera e i britannici considerano fra le cose migliori mai partorite dalla loro industria cinematografica.

Ebbene, l’anno scorso, per celebrare il quarantesimo anniversario del film, è stato distribuito al cinema e nel mercato dell’home video The Wicker Man – Final Cut, un montaggio un po’ più lungo di quello uscito al cinema negli anni Settanta, un po più breve di quello che Robin Hardy avrebbe voluto. In Italia, sia chiaro, non c’è comunque arrivato, ma insomma, meglio che niente. E io oggi provo a parlarne, o comunque a tirar fuori qualche pensiero vagamente coerente al riguardo, perché nell’ultima giornata di Paris International Fantastic Film Festival me l’hanno proiettato e, per la prima volta, mi sono visto, oltretutto nello splendore del grande schermo, questo bizzarro, affascinante, seducente, inquietante film. Sigla.

Come descrivere The Wicker Man? Bella domanda. Un commento letto gironzolando su YouTube mi ha fatto sorridere non poco: “Creepier version of Moonrise Kingdom“. E in effetti, in un certo senso, se pigli e metti i deliri allucinati di Wes Anderson in un mondo più o meno reale di quarant’anni fa, è probabile che il risultato sia qualcosa di angosciante e dal non troppo lieto fine come The Wicker Man. Ma partiamo dalle basi: il film racconta di Neil Howie, un sergente di polizia che si reca sull’isola scozzese di Summerisle, isolata dal mondo e raggiungibile più o meno comodamente solo a bordo di un piccolo aereo, per investigare sulla scomparsa di una ragazzina. Howie si trova a dover combatte l’ostracismo della comunità locale, all’apparenza assolutamente gentile e disponibile ma decisa a non svelare i propri segreti, e a veder cozzare le proprie convinzioni contro le credenze locali. Howie è infatti un cristiano devoto, che – precisazione, vi garantisco, non accessoria – rifiuta il sesso fuori dal matrimonio e ha qualche problema ad accettare i riti pagani praticati in quel di Summerisle, fra pratiche sessuali assortite in luoghi pubblici, idoli fallici adorati dai bambini della scuola locale e strane tecniche mediche legate ad utilizzi bizzarri (ma non sessuali, eh!) degli animali.

Da queste premesse già sufficientemente stralunate, si sviluppa un film in continuo movimento fra un genere e l’altro, che parte come vero e proprio giallo investigativo ma pian piano sfocia sempre più verso il delirio horror, subdolo e inquietante, capace davvero di trasformarsi, immergendo il protagonista e lo spettatore, mano nella mano, in un tunnel senza uscita. E in più, ogni tanto, l’investigazione si mette in pausa e scatta il musical, surreale, evocativo e fondamentale nel costruire quell’atmosfera di disagio progressivo e di scivolamento verso il disastro. Ma il bello di questo incremento graduale sta anche nel modo in cui si scombinano le prospettive. Nei minuti iniziali del film si è incuriositi dalle vicende e si capisce subito che i locali, per quanto amichevoli, nascondono qualcosa, ma il primo istinto, abbastanza inevitabile, è di fastidio per il poliziotto un po’ bigotto e presuntuoso. Mano a mano che il film avanza, però, grazie soprattutto alla grande interpretazione di Edward Woodward e, in generale, al suo non essere tratteggiato in maniera caricaturale, alla forza realistica del personaggio, si scivola nei suoi panni e ci si immedesima nella lotta disperata di un uomo che vuole fare la cosa giusta e si trova a lottare per le proprie convinzioni. Intanto, la comunità di pacifici abitanti locali, che in fondo fa simpatia anche per quell’approccio così naturale al sesso, diventa sempre più inquietante e oppressiva.

Non so ovviamente come potesse essere nel 1973 e posso solo provare a immagine che razza di effetto facesse per uno spettatore di quegli anni, ma anche a guardarlo oggi, The Wicker Man conserva un fascino e una potenza fuori scala. Certo, a tratti è un po’ sconclusionato, e per ogni grandissima prova degli attori principali c’è un interprete di secondo piano che pare pescato per strada. Britt Ekland è una bomba sexy dalla fisicità bestiale, quindi perfetta per il personaggio, ma quando parla non si può ascoltare. In più, le scene aggiunte della Final Cut, per quanto intriganti e in almeno in un paio di casi molto efficaci nel contribuire al crescendo di delirio, hanno il classico problema di operazioni del genere: si integrano male, spiccano lontano un miglio e tirano un po’ fuori dal film (tant’è che le ho riconosciute tutte pur non avendolo mai visto prima). Ma alla fine, come tanti altri splendidi film, The Wicker Man funziona nonostante, anzi, proprio anche grazie a questa sua natura contorta e imperfetta, oltre che per la forza con cui mette in scena la sua critica brutale alle forme di controllo religioso (che poi è probabilmente fra i motivi che ne hanno impedito la distribuzione italiana). Magari non riesci a immergertici dal primo istante, ma pian piano, senza accorgertene, ti ritrovi rapito, condotto per mano in un mondo assurdo e al tempo stesso credibile, vicino e tragicamente possibile, preda dei pugni nello stomaco che arrivano implacabili e di quel finale così forte.

L’edizione per il quarantennale di The Wicker Man è disponibile sia su DVD, in quattro dischi, sia su Blu-ray, in tre dischi. In entrambi casi sono contenute la versione originale del film e questo Final Cut, oltre ovviamente a tutta una serie di extra. Un’edizione italiana, a occhio, ce la possiamo scordare. Oh, poi, vai a sapere.

Christine – La macchina infernale

Christine (USA, 1983)
di John Carpenter
con Keith Gordon, John Stockwell, Alexandra Paul 

La notte Stephen King di cui sto chiacchierando ormai da qualche giorno ha concluso il suo crescendo nel migliore dei modi, con un film che, poche ore dopo aver assistito allo sbaglio di Satana, ti riconcilia con te stesso e con la voglia di vivere, ti ricorda che il cinema, quello vero, è questo e non quell’altro. Perché sì, per carità, Christine, progetto totalmente su commissione, figlio dell’apice della carriera di Stephen King al punto d’esser messo in produzione prima ancora che il romanzo venisse completato, non è certo il miglior film tratto dallo scrittore del Maine, così come è inevitabilmente ben lungi dall’essere la miglior opera – o comunque fra le più personali – di John Carpenter, ma cacchio se gioca in un altro campionato rispetto al nuovo Carrie. Anzi, si tratta proprio di un altro sport.

Che sia un progetto non molto personale lo si capisce anche dal fatto che è il primo film di Carpenter basato su una sceneggiatura scritta da altri, per la precisione dal quasi esordiente, e non proprio destinato a una carrierona, Bill Phillips, ma Carpenter riesce comunque ad appropriarsi del film, tirando fuori un racconto e una forza visiva che esprimono la sua personalità in maniera fortissima. Del resto, il caro John è all’apice della forma e arriva da un avvio di carriera che l’ha visto sparar fuori in sequenza, così, come se niente fosse, Dark Star, Distretto 13, Halloween, The Fog, 1997: Fuga da New York e La cosa. E qui è d’uopo una pausa drammatica per permettere di leggere quest’elenco svariate volte di seguito e riflettere con attenzione, esprimendosi all’insegna dell’allafacciadel.

Per riprendervi dallo shock: Alexandra Paul di fronte al suo profilo IMDB recapitatole dal futuro.

Christine, come da tradizione di Stephen King, trasforma il quotidiano in orrore e gioca sul fare a pezzi e rendere terrificanti i momenti della vita di tutti i giorni. Nel romanzo, la macchina protagonista è posseduta dallo spirito del suo precedente proprietario, ma nel film le cose cambiano fin dal prologo, in cui la vediamo far vittime già in catena di montaggio. La macchina è viva, è – scopriremo poi – più o meno femmina e c’ha l’incazzatura facile. Non è una modifica di poco conto, perché va ad amplificare uno dei temi attorno a cui ruota il film e che rendono Christine assai carpenteriano, nel suo raccontare e trasformare in orrore l’ossessione tutta americana (ma non solo, via) per l’automobile, per la propria macchina ancor più che per il consumismo in senso ampio, il rapporto morboso che si viene a creare fra un uomo e la propria vettura.

Questo spunto Carpenter lo sfrutta poi per giocare come al solito con i cliché e gli stereotipi, così che ci si ritrova con il classico bravo ragazzo assai sfigato e cuore d’oro che viene brutalmente corrotto dal materialismo e ne esce trasformato, diventando nemesi di sé stesso, infame pezzo di fetente dall’improvviso successo ma che se ne frega di tutto e tutti e si libera senza problemi di chiunque provi a mettergli il bastone fra le ruote. Al suo fianco, l’atletico manzo americano John Stockwell, tra l’altro futuro regista di scemenze come Cat Run, stereotipo dello sportivo conquista femmine e non proprio genio della situazione, che poi diventerà lui eroe dal cuore puro. Nel mezzo, una splendida futura bagnina di Baywatch, che non fa mai male.

Perché, a rivederlo oggi, fra l’altro nello splendore del grande schermo, Christine, con tutti i suoi limiti, è comunque bellissimo? Beh, intanto perché l’ha diretto Carpenter e si vede lontano un miglio. Ha un’atmosfera, una personalità, una forza unica nella messa in scena, una pazzesca capacità di tenerti sull’attenti con due note di quelle fantastiche musiche, un grandissimo equilibrio nell’alternare suggestioni e dubbi ad esplosioni di spettacolo e splendidi effetti speciali, che reggono incredibilmente bene ancora oggi. Insomma, è una gioia per occhi e orecchi. E in più è uno di quegli horror lì, quelli di quel periodo là, realizzati da quella gente lì, che finiscono in vacca, non consolano, puniscono senza pietà chi dovrebbe essere buono ma si è lasciato devastare dalla società di merda in cui vive e ti lasciano addosso un bel senso di disagio e fastidio. Avercene.

Fra l’altro Christine è uno dei pochissimi romanzi di King di quel periodo che non ho letto. Merita?

Cimitero vivente

Pet Sematary (USA, 1989)
di Mary Lambert
con Dale Midkiff, Fred Gwynne, Denise Crosby, Brad Greenquist, Miko Hughes

Come scrivevo l’altro giorno, a novembre mi sono sparato al cinema una maratona notturna dedicata a Stephen King e il terzo film della rassegna era Pet Sematary. Ora, guardarmi per la prima volta al cinema un film che così tante volte avevo visto in televisione da bambino è stato affascinante e surreale, per diversi motivi. Intanto, perché mi sono reso conto che in TV l’avevo sempre visto censurato, dato che ci sono almeno un paio di scene in cui l’edizione integrale si prende il lusso di insistere un po’ su scarnificazioni assortite e, soprattutto, quei pochi secondi d’indugio sulla moglie rendono il finale ancora più forte, rispetto al taglio netto che ricordavo. In secondo luogo perché di fronte agli occhi strabuzzati di Fred Gwynne sono stato colto da epifania e mi sono tornate in mente le sigle di Notte Horror su Italia 1, momento formativo decisivo nella vita di chiunque in quegli anni fosse giovincello e guardasse le cose giuste, che a riguardarle oggi avevano al loro interno un tasso pazzesco di Pet Sematary. Agevolo contributo video da quella che ricordo con maggior piacere e che guardacaso vedi un po’ cosa c’ha come thumbnail.

E poi ci sarebbe l’elemento più evidente, il fatto che, a tanti anni di distanza, ho sì ritrovato il film largamente imperfetto che ricordavo, ma ho anche visto un qualcosa di tremendamente figlio dei suoi anni. Ma non solo, attenzione, in ciò su cui in genere ci si sofferma a chiacchierare quando si parla di anni Ottanta, il suo essere invecchiato per estetica e linguaggio, ma anche e soprattutto in ciò che di buono all’epoca avevano anche gli horror “di cassetta” e oggi neanche per sbaglio. Perché sì, Pet Sematary era allora e oggi ancor di più, con sulle spalle il peso dell’estetica fuori dal tempo, delle musiche così passé, un film pieno di limiti. È una storia di genere semplicissima, dallo sviluppo prevedibile, che ti piazza qua e là qualche “buh” a effetto ed è infestata da attori e personaggi un po’ tirati via, interpretati spesso sopra le righe. Tra Fred Gwynne che parla con in bocca un sacchetto di biglie e Dale Midkiff che urla fortissimo al cielo la sua disperazione, non è proprio uno di quei film che puntano su sottrazione e controllo. Ma in fondo va bene così, è il fascino un po’ camp dell’horror anni Ottanta, che all’epoca andava benissimo e oggi va contestualizzato: impieghi qualche minuto a riabituarti al sapore e poi vai tranquillo. Anche perché poi affondi appunto i denti nei lati positivi del suo essere film d’altri tempi e, beh, è solo un piacere.

Mettiamola subito sul brutale, e scusate per gli spoiler, ma insomma, sarebbero anche passati venticinque anni. Pet Sematary è un film in cui vediamo un bambino di due anni venire (1) investito e ucciso da un camion, SBRAM, senza tante cerimonie, con sorpresa, disperazione, terremoto e smarrimento, poi (2) sepolto, riesumato e riseppellito in un cimitero indiano dalle losche frequentazioni, quindi (3) resuscitato in versione invasata che ammazza la gente e si mette pure a fare l’infame che prende in giro i genitori giocando sul sentimento, infine (4) nuovamente ucciso nonostante stia facendo il furbo e frignando disperatamente per cercare di sfangarla. E tutto questo utilizzando come attori un vero bambino dal visetto inquietante e, giusto in qualche occasione, un pupazzo, senza maledetto computer, movimenti bizzarri, capelli scuri davanti agli occhi e fesserie del genere. È tutto crudo, brutale, fisico, legato al vero, inquietante.

Ecco questo è un genere di cosa che, oggi, neanche per idea. Soprattutto non in un film comunque pensato per la grossa distribuzione, che andrà a incassare cinque volte il suo budget e che poi sarà regolarmente trasmesso in televisione negli anni a venire. Ma neanche per sogno. Son proprio cambiati i tempi. Oggi, nei multisala, bisogna rallegrarsi se ci arriva un film come il remake de La casa, per carità gradevolissimo, ma che alla fin fine ne esci dopo aver visto per un’ora e mezza un tripudio di sangue, gente morta male e belle gnocche che si tagliano la faccia coi cocci di vetro divertendoti. Non ti rimane addosso angoscia, non ti senti sporco, ti sei solo divertito, senza neanche saltare particolarmente sulla sedia per i “buh”. Gradevolissimo, appunto. E invece, con Pet Sematary, passi un’ora e mezza guardando un film che nel suo piccolo ti parla di amore, famiglia, egoismo, incapacità di accettare il senso di perdita e scendere a patti col proprio tormento interiore, ritrovandosi a commettere atti imperdonabili in piena consapevolezza.

Poi, certo, tutto questo viene raccontato attraverso un film scritto con addosso i guanti da forno. È tutto di grana grossa, si sviluppa praticamente solo all’insegna dei cliché e, sebbene sia apprezzabile il modo in cui vengono messe in scena alcune situazioni tipicamente kinghiane (e ci mancherebbe altro, la sceneggiatura l’ha scritta lui), alla fine è difficile non notare i tanti limiti. La verità è che, paradossalmente, Pet Sematary è un film oggi più apprezzabile di allora, per il modo in cui traccia un circoletto rosso attorno all’involuzione cinematografica a stelle e strisce, all’ansia per il PG-13, all’anestetizzazione  della violenza e delle tematiche. Non so cosa metta addosso più tristezza, in questo senso, se riguardare un film dell’epoca, mettersi davanti a roba come il remake di Total Recall o pensare che Wolverine debba trascorrere tutto un film stagliuzzando gente senza che schizzi una goccia di sangue e potendosi permettere di esclamare un solo “fuck!”. Oh, io a dieci anni andavo a vedermi al cinema Predator e Robocop, ma che scherziamo? Così si forma il carattere! Altro che la violenza dissanguata di World War Z.

Mi rendo conto che ho divagato, ma che volete che vi dica? Pet Sematary è un film horror “medio” degli anni Ottanta, nel bene e nel male, non dei più belli, non dei più brutti, con alcuni elementi che lo rendono particolarmente moscio e altri che ti fanno dire “apperò!”. C’è di peggio, c’è di meglio, comunque un po’ ne sento nostalgia.

Creepshow

Creepshow (USA, 2013)
di George A. Romero
con Hal Holbrook, Leslie Nielsen, Adrienne Barbeau e un sacco di altra gente

Era l’ormai lontano 23 novembre 2013. Un sabato. Stavo frequentando il Paris Fantastic Film Festival in quel del Gaumont Opéra di Parigi, un grosso multisala in centro che si permette di riservare per una settimana intera la sua seconda sala più grossa (ma grossa, eh!) a un festiva del fantastico. Dopo averci riflettuto per qualche giorno, avevo deciso di affrontare l’avventura della Notte Stephen King. La mia serata cinematografica s’era aperta alle 19:00, con la visione dell’ottimo Cheap Thrills. Poi un salto fuori a mangiare un hamburger e quindi dentro, ché la nottata cominciava alle 22:00. E cominciava da schifo, con la proiezione del remake di Carrie, in anteprima, usato come pretesto per organizzare la nottata. Nottata che, però, sarebbe proseguita con Creepshow, Pet Sematary e Christine. Che, insomma, non saranno magari tre capolavori, non sono nemmeno fra i migliori film più o meno legati a Stephen King, ma cacchio se mi ci sono rifatto la bocca. Senza contare che non li avevo mai visti al cinema e farlo in una sala di quello spessore, beh, è stata una bella esperienza.

Io al termine della Notte Stephen King.

Nel riguardarmi Creepshow dopo tanti anni dall’ultima volta, mi sono reso conto di due cose. La prima è che da piccolo devo averlo visto davvero tante volte in TV, perché mi ricordavo quasi alla perfezione ogni singola scena. La seconda è che si tratta ancora oggi di un film delizioso. Certo, è invecchiato nell’estetica e negli effetti speciali, ma in quella maniera comunque ben più dignitosa, rispetto a tanto computer degli anni Novanta, in cui invecchia il cinema fisico degli anni Ottanta. E sì, è un film scemotto, sopra le righe, ingenuo, ma all’insegna di uno spirito di fiero, sincero, irresistibile amore per quel che racconta e ciò che sta omaggiando. Ed è per questo semplicemente adorabile.

L’esplosione d’ammore veniva dalle mani e dalle capocce di George Romero (regia), Stephen King (sceneggiatura) e Tom Savini (effetti speciali). Tre mostri di bravura nel fiore degli anni, che avevano deciso di mettere su pellicola la sana passione maturata in gioventù per le pubblicazioni horror EC, esplose all’improvviso negli anni Cinquanta per scardinare dall’interno un mondo dei fumetti adagiato sui purissimi supereroi e sostanzialmente prime responsabili per la nascita del Comics Code Authority. In Creepshow rivive esattamente quello spirito lugubre, sanguinario, ma anche carico di humour nero e malinconia, oltre che permeato da un forte senso morale, pieno di protagonisti infami che si meritano il loro truce destino.

Chiunque veda un po’ di sé in questa foto tiri una riga qua sotto.
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L’omaggio è totale e dichiarato, nelle titolazioni e transizioni in stile fumettoso, nella storia del ragazzino appassionato di fumetti che va a unire fra loro gli episodi del film, nella presenza di uno scheletro a fare da narratore. Ma è in generale l’intero film ad avere un’aria naif da fumetto di vecchissima scuola, ricercata nell’uso dei colori, nella gestione delle inquadrature, nella semplicità e assurdità della scrittura, nella recitazione sempre e costantemente sopra le righe di ogni singolo attore. Ne viene fuori un film surreale e adorabilmente naif, che sulle prime può magari lasciare perplessi per questa sua faccia un po’ caramellata, ma è veramente difficile non prendere in simpatia.

I cinque episodi non sono tutti riusciti allo stesso modo, ma hanno tutti motivi di fascino, e non solo per il cast pieno di facce note. La cassa è forse quello che funziona meglio sul piano dell’inquietudine e delle suggestioni, Alta marea ha dalla sua un’idea di base fulminante, La festa del papà è troppo assurdo per non volergli bene, Strisciano su di te è roba da non far dormire la notte chiunque abbia timore o disgusto degli insetti e La morte solitaria di Jordy Verrill è un piccolo racconto tragicomico, capace di lasciare addosso uno strano senso di malinconia e impreziosito dalla delirante prova d’attore di Stephen King. Tutti assieme formano un oggetto strano, figlio dei suoi tempi e che difficilmente oggi potrebbe nascere alla stessa maniera. Riguardarlo trent’anni dopo – mamma mia, trent’anni dopo, che ansia – è strano, surreale, bello. Farlo al cinema, per la prima volta, è bellissimo.

Per la cronaca, la maratona è iniziata alle 22:00 e si è conclusa alle 7:00. Avevo controllato tutto preoccupato gli orari degli autobus notturni, ma alla fine sono uscito dal cinema che la metropolitana aveva già riaperto. Fra l’altro, la sala era strapiena e davvero in pochi hanno mollato in corsa. Fra un film e l’altro c’era una pausa, durante la quale si creavano la processione al bagno e quella al tavolino dove alcune ragazze distribuivano caffè. Poi afferravano il microfono i due organizzatori che introducevano il film e si ripartiva. Io, lo sottolineo, ce l’ho fatta senza bere un goccio di caffè. Passato il giro di boa delle tre di notte, ho anche smesso di avere sonno. Bello.

Lo sguardo di Satana – Carrie

Carrie (USA, 2013)
di Kimberly Peirce
con Chloë Grace Moretz, Julianne Moore, Gabriella Wilde

Staccate un attimo gli occhi dallo sguardo ipnotico qua sopra e seguitemi. Oggi si parla di Carrie, il remake del 2013, che in Italia hanno intitolato Lo sguardo di Satana – Carrie, invertendo i fattori rispetto al titolo del film di De Palma del 1976, con una mossa da gran premio del whaddafuck dei titolisti. Curiosità: in Francia l’hanno intitolato Carrie, la vengeance, come se fosse un seguito, come se un seguito non l’avessero già fatto negli anni Novanta, come se con quel “la vendetta” volessero in qualche modo avvisarci, come se fosse un riferimento alla reazione un po’ incazzata che chiunque potrebbe avere una volta uscito dal cinema. Mi rendo conto che sto divagando, un po’ come mio solito, un po’ probabilmente per meccanismo d’autodifesa, perché in fondo io non voglio ripensare a questo film. La cosa che fa più paura del nuovo Carrie è ripensarci. Ripensare a quanto non riuscivo a capacitarmi della bruttezza di ciò che stavo guardando. Ripensare al fatto che qualche ora dopo, nella stessa sala, ho rivisto il Christine di John Carpenter. Tutt’altro che il miglior film di Carpenter o la miglior trasposizione da King, ma, caspita, talmente superiore in ogni suo aspetto da farmi dubitare che quell’ora e mezza che avevo visto in precedenza, la stessa sera, nella stessa sala, non fosse neanche cinema. Quello, quello di Carpenter, quello sì che era cinema. Questo no, questo non è cinema. O comunque non è la stessa cosa. È un’altra cosa. Magari è videoarte. Un documentario sul pessimo cinema? Avanguardia? Ecco, sì, il Carrie del 2013 è avanguardia. Dev’essere così. Altrimenti non saprei proprio come spiegarmelo. Mamma mia. Andrea. Calmati. Respira. Conta fino a dieci. Ricominciamo. Dai. Ricominciamo. Ci provo. Sul serio.

Carrie (USA, 2013)
di Kimberly Peirce
con Chloë Grace Moretz, Julianne Moore, Gabriella Wilde

Mi sono presentato in sala per guardare questo nuovo Carrie, credo, nel migliore dei modi possibili. Ho letto e amato il libro, ma tanti anni fa. Ho visto e amato il film originale, ma tanti anni fa. Me li ricordo molto poco. Ma veramente molto poco. Mi ricordo che nel libro lei era sovrappeso, mi ricordo che è la sfigata della scuola, mi ricordo che De Palma ci ha messo gli split-screen (e se non me lo ricordo fa lo stesso, tanto è De Palma, ci sono di sicuro), mi ricordo del sangue di maiale, della sbroccata finale, che c’era John Travolta e poi alla fine la mano dalla terra. Fine. Troppi anni sono passati dall’ultima volta. Quindi, insomma, non ero certo pronto a fare lo spaccamaroni su quel che han cambiato e quel che no. E non solo! Non ho problemi coi remake, penso possano sempre venirne fuori cose interessanti, specie se c’è la voglia di reinterpretare in una maniera diversa, con una personalità diversa. Tant’è che La cosa e La mosca sono due fra i miei film preferiti. Insomma, ottimismo, sempre. Vogliamo aggiungere che ho la tendenza a cogliere sempre i lati positivi nelle peggiori monnezze, a meno che mi risultino proprio antipatiche? Che, a volte consciamente, a volte meno, mi piace fare il bastian contrario? Che, insomma, volevo crederci?

Ma sì, dai, aggiungiamo anche che il trailer, pur non sembrandomi promettere bene in maniera esagerata, mi pareva suggerire che, perlomeno, avremmo visto gli effetti speciali moderni applicati per mettere in scena un casino paragonabile a quello che Carrie scatena nel libro. E anche che Julianne Moore mi pareva adatta al ruolo della mamma sbalestrata. E che Kimberly Peirce è pur sempre la regista di Boys Don’t Cry, sarà ben capace di trattare alla sua maniera, con del gusto e della personalità, un film che parla delle cose di cui parla Carrie, no? Sì, lo so, dev’essere esattamente il ragionamento superficiale che ha fatto chi le ha affidato il film, ma in ogni caso almeno un po’ torna, no? No? E poi c’è Chloë Grace Moretz, che è un’attrice molto brava, quindi adatta a qualsiasi ruolo, no? No, OK, questo non lo pensavo nemmeno io.

Voglio dire, basta guardare i due poster qua sopra e pensare alle altre due Carrie del passato. Quella del libro, una che in fondo, dietro gli strati di adipe, sarebbe potuta anche essere molto carina, e che quando si metteva tutta in tiro per il ballo di fine anno, beh, dai, non era male. E quella del film di De Palma, una a cui bastava non truccarsi troppo e forzare qualche espressione per risultare credibilissima nel ruolo della sfigata maltrattata della scuola che, nel momento in cui iniziava a trattarsi bene, diventava una bella ragazza. E invece qui abbiamo Chloë, il sex symbol Chloë, quella che a volte ne guardi le foto in cui si mette in posa e ti chiedi se alla sua età si sia già rifatta le labbra, quella che abbiamo imparato a conoscere nei panni della spaccaculi sboccata e che qui vogliono venderci come la bruttina sfigata maltrattata della scuola. Hit-Girl. La bruttina sfigata della scuola. OK, ha le spalle larghe, ma insomma, eh, non è che se la pettini male e la fai vestire e truccare come se fosse la Willow delle prime stagioni di Buffy diventa una bruttina sfigata. Ma insomma, vogliamo crederci? Crediamoci.

Magari l’idea era di raccontare che in fondo anche le belle ragazze, nel contesto sbagliato, possono sentirsi brutte, impacciate e perseguitate, ma che poi basta cambiare un paio di vestiti e truccarsi bene per tirare fuori la propria bellezza interiore e riscoprirsi belle dentro e fuori, in un trionfo morale educativo. Forse il punto è che se una è bella è bella anche quando è vestita male, l’occhio esperto delle altre gnocche lo nota, le altre belle diventano quindi gelose e la trattano malissimo, perché ne temono la potenza gnocca. Tant’è che, dopo aver riscoperto la propria bellezza interiore, se la nostra viene fatta sbroccare e decide di ammazzare tutti quanti, possibilmente ricoperta di sangue (possibilmente di maiale), da bella dentro e fuori diventa proprio una gnocca da competizione. Perché in fondo la vera bellezza è quella che abbiamo dentro. Quella che fa decollare le automobili e morire la gente. Ma non tutta la gente, solo quella cattiva e che non aspetta figli. E poi si fanno le crepe nelle lapidi. E le mamme sono cattive. Ma forse sono buone. O forse il messaggio è che il sangue di maiale è un ottimo sostituto per i cosmetici testati sugli animali. No, un attimo, che sto dicendo… OK, mi sono incasinato di nuovo. Respira. Conta fino a dieci. Ripartiamo.

Carrie (USA, 2013)
di Kimberly Peirce
con Chloë Grace Moretz, Julianne Moore, Gabriella Wilde

Il nuovo Carrie è un film brutto. Per quanto mi riguarda è la cosa peggiore che ho visto l’anno scorso, di gran lunga peggiore rispetto a certe trashate impresentabili, o a certi film pretenziosi e inconcludenti, per il modo in cui sbaglia tutto lo sbagliabile, sprecando tutto lo sprecabile. Fra l’atmosfera totalmente sballata, le piccole incongruenze, gli accenni anche interessanti, ma male approfonditi, i raccordi e le soluzioni narrative alla come capita, messi lì tanto per, forse nel tentativo di ricalcare senza sforzarsi troppo un film di quarant’anni fa, seppur inserendo spunti pescati dal libro, per far vedere che si erano fatti i compiti, è una delusione continua. Manca di  coinvolgimento, manca di forza, manca di qualsiasi cosa, compresi i fantomatici effetti speciali in cui, almeno, uno poteva sperare: a conti fatti, questa Carrie non combina nulla di particolare, anzi, per certi versi fa pure meno di quel che aveva fatto Sissy Spacek.

La vera colpevole, comunque, è Kimberly Peirce, che non riesce a (non prova nemmeno a? non ha il permesso di?) dare la benché minima personalità al tutto e si limita a fare il compitino diligente, moscio, impegnato a rimuovere qualsiasi oncia di carisma avesse il film originale (e qui mi viene in mente pure il remake di Total Recall). Non s’inventa nulla sul piano visivo e fallisce miseramente anche nel dirigere gli attori, certo con una grossa mano da parte di una sceneggiatura che probabilmente ha fatto passare la voglia a tutti. Perché un po’ di colpa dovrà pur avercela, la Kimberly, se Julianne Moore va completamente fuori giri dall’inizio alla fine e se la Chloë, che pure s’impegna e a tratti risulta pure convincente, ogni volta che usa i poteri non sa fare di meglio che spalancare la bocca, alzare le sopracciglia e muovere le mani in giro come se stesse giocando davanti a un Kinect.

Ed è un peccato, perché – occhio, arriva quello che vuole sempre trovare i lati positivi – in fondo, via, qualche spunto che poteva avere un senso c’è. Il tentativo di mostrare la cattiva di turno come un personaggio magari non del tutto monodimensionale, per esempio. Questa voglia, appunto, di raccontare una brutta che brutta non è, ma che tale diventa perché oppressa dall’ambiente familiare e dal contesto scolastico. Solo che per ogni momento appena un po’ riuscito, ogni trovata che pare avere dietro una mente pensante, ogni istante in cui cominci a dirti “ah, aspetta… “, subito arriva la mazzata fra i denti, la scena inguardabile, l’ansia di spiegare tutto come se stessi parlando a un bambino di tre anni, i tentativi impacciati di raccontare una storia moderna e gggiovane con quel tono del babbo impacciato che prova a mettersi sul piano del figlio adolescente. Insomma, il disastro. Fra l’altro, a proposito della cattiva, ogni volta che appariva, non riuscivo a fare a meno di pensare a Betty Rizzo, me la ricordava troppo. E adesso, mentre scrivevo, l’ho cercata su Google e ho scoperto, non me lo ricordavo, che l’attrice che la interpretava era Stockard Channing. Che ho appena finito di vedere in azione in diversi episodi della quarta stagione di The Good Wife chiedendomi chi mi facesse venire in mente. Era Betty Rizzo di Grease! Pensa te, Alicia Florrick è la figlia di Betty Rizzo. Mh, OK, mi sono di nuovo perso nei miei pensieri. È il meccanismo di autodifesa.

Dai, chiudiamola qui, chiudiamo così: questo nuovo Carrie è un brutto, brutto film, che fa innervosire perché sotto sotto ci vedi anche le tracce di quel che sarebbe potuto essere un bel film e invece no. Ed è brutto per davvero, non è una bella gnocca che non si pettina, non si trucca e si mette il maglione scucito della mamma pazza. E lo è senza neanche stare a tirare in mezzo Brian De Palma, Sissy Spacek o Stephen King. È brutto di suo. E poi, dai, la crepa sulla lapide, ma su.

L’ho visto a dicembre, qua a Parigi, al cinema, in lingua originale, durante il Paris International Fantastic Film Festival, in avvio di una maratona notturna Stephen King che è poi proseguita con altri tre film di ben diverso spessore. Uno l’ho citato sopra, gli altri due erano Creepshow e Pet Sematary. Eh, insomma, non è che Pet Sematary sia mai stato un capolavoro, eh, ma al confronto mamma mia.

Cheap Thrills

Cheap Thrills (USA, 2013)
di E.L. Katz
con Pat Healy, Ethan Embry, Sara Paxton, David Koechner

Diverse fra le persone che leggono questo post, probabilmente, hanno familiarità col concetto di “Patto Soros”. Molte altre, altrettanto probabilmente, no. A loro beneficio, copio e incollo quel che Ualone aveva gentilmente scritto per me, qualche anno fa, al fine di spiegarne la natura. Volevo infatti usare la sua spiegazione per inaugurare una serie di post in cui avrei raccolto i Patti Soros che mi sembravano più divertenti, solo che poi la cosa è finita nel mucchio delle tante cose che avrei voluto fare sul mio blog e non ho mai fatto. Quindi, la parola a Ualone, che ci spiega i Patti Soros.

“Dunque, i Patti Soros.
Tutto nasce da questa domanda: ‘[dettagli censurati per proteggere il pubblico sensibile] per un milione di euro?’
Ce lo chiedevamo (la cifra era simile, in lire) io e i miei amici una dozzina d’anni fa. L’avranno fatto un po’ tutti, immagino, soprattutto quelli che hanno subito il fascino di
Proposta Indecente, il film in cui Robert Redford voleva farsi Demi Moore, la moglie di non-mi-ricordo-come-si-chiama, per un milione di dollari.
Una proposta affascinante, senz’altro. Ma pure indecente, appunto.
Un po’ come quella di
[dettagli censurati per proteggere il pubblico sensibile] per soldi.

La cosa ci piaceva per svariati motivi.
1) Era un meraviglioso motivo di chiacchiera.
2) Era affascinante scoprire i grippi della gente (cioè l’incapacità, da parte delle persone, di superare alcune barriere psicologiche, seppur in cambio di robe estremamente convenienti, tipo un milione di euro).
3) Era meraviglioso fantasticare sull’opportunità di avere un milione di euro.
4) Pucchiacche, chiaramente.

Da ‘[dettagli censurati per proteggere il pubblico sensibile] per un milione?’ si passò velocemente a qualsivoglia tipo di proposta, patto, affare, situazione.
Il bello dei Patti Soros (oggi è questo il nome più comune, inizialmente era più diffuso Proposte Soros) è che garantiscono ciò che i normali affari (dall’acquisto di un DVD alla formazione di una Società per Azioni) non possono né potranno mai assicurare: la perfetta riuscita dell’accordo.

Mi spiego meglio.
Se accettate la proposta di rinunciare al braccio sinistro in cambio di 60 milioni, nel momento stesso in cui accettate avete un braccio in meno e 60 milioni in banca.
Automatico. Niente dolore per la perdita del braccio (a meno che non sia diversamente specificato nel patto) e nessun casino per ritirare i soldi.
Niente a che vedere, per fare un esempio, con 60 milioni vinti al superenalotto. Se Soros dice 60 milioni, significa 60 milioni. Subito. Non in case, non in terreni, non in proprietà. Proprio 60 milioni di euro in banca. Fine.

Perché Soros?
Ahahahahahahah, George Soros è una persona che esiste davvero. Per conoscerlo avete internet. Comunque non importa, è semplicemente diventato il protagonista dei Patti Soros, nella nostra fantasia.
Il Soros dei Patti è una versione esagerata di quello vero (che comunque è una persona esagerata di suo, ricchissimo e bravissimo a fare fatti di alta finanza, al punto da guadagnarsi eterna ammirazione da parte di El Pibe de Oro, uno degli amici con cui ci si divertiva a formulare Proposte). Il Soros dei Patti è onnipotente.
La sua organizzazione, Soros Enterprise (o nomi simili, sceglie lui come presentarsi), è in grado di realizzare qualunque cosa. Può farvi volare, cambiare pelle, farvi entrare nel corpo di un’altra persona, eliminare un continente, togliervi naso e orecchie, riempirvi di soldi.”

E quindi abbiamo spiegato cosa sono i Patti Soros. Perché tutto questo? Perché Cheap Thrills è un gran bel film che racconta di una specie di Soros (quello dei Patti) wannabe, approcciando la questione da un punto di vista realistico, brutale, a modo suo intrecciato alla realtà dei nostri giorni, divertente, credibile. Sul serio: c’è un tizio pieno di soldi che ne offre parecchi per fare cose discutibili. A due pezzenti. O, se preferite, a due uomini in difficoltà. E le cose prendono molto in fretta una gran brutta piega. Se vi fidate di me, o del pubblico del Paris International Fantastic Film Festival, che ha fatto vincere il concorso a Cheap Thrills, smettete pure di leggere e segnatevelo fra i film da recuperare. Altrimenti proseguite.

George Soros alla prima di Cheap Thrills.
Cheap Thrills racconta veramente quel che ho provato a sintetizzare sopra. Un tizio squattrinato con moglie e prole va ad affogare i problemi in un pub, dove incontra un suo amico di vecchia data altrettanto squattrinato, ma dalle losche frequentazioni. I due, mentre sbevazzano, s’imbattono in un terzo tizio e nella sua gnocca moglie, della quale stanno festeggiando il compleanno. Una cosa tira l’altra, scatta l’amicizia alcolica, ci si ritrova tutti a casa della coppia, incidentalmente ricca sfondata, succedono varie cose più meno edificanti ed ecco poi scattare la proposta, dai simpatici sposini ai due sfigatelli: abbiamo un sacco di soldi che siamo disposti a darvi se fate quello che vi chiediamo di fare. E siccome ho già detto troppo – ma avevo avvisato, eh! – mi fermo qui. Come va avanti, scopritevelo da soli.

Il film, tolte un paio di comparse, ruota tutto attorno a questi quattro personaggi e all’interazione fra di loro. E lo fa con un ritmo, un gusto per la suspense, l’accumulo, le domande scomode e i colpi di scena a dir poco deliziosi, con tanto humour nero e un mix trovate a tratti prevedibili, a tratti molto meno. Il bello, poi, sta anche negli attori, tutti tremendamente in parte, nonostante interpretino personaggi che non ti verrebbe necessariamente da immaginare nelle loro corde. Sarà che Pat Healy e Sarah Paxton me li ricordo nell’ottimo The Innkeepers, ma vedere lei passare dalla ragazzina tutta indifesa che era lì alla dark lady sexy e un po’ flippata che interpreta qui m’ha un po’ spiazzato. Ma per quanto siano azzeccati lei e Ethan Hembry, il cuore del film sta nella rassegnata disperazione di Healy e nel sorprendente David Koechner. Il suo personaggio è cupo, sinistro, manipolatore, molto lontano dal fesso col cappello da cowboy di Anchorman ma perfetto.

Ed è soprattutto grazie alla bravura degli attori, oltre che alla semplicità della sceneggiatura, se il film funziona. Ci si trova ad affezionarsi e a seguire con trasporto la vicenda di questi due sfigatelli che in fondo, specie in questo periodo storico, se avessimo fatto quella scelta sbagliata lì o fossimo incappati in quella botta di sfiga là, potremmo tranquillamente essere noi. E proprio per questo, oltre che per il perfetto equilibrio di violenza e ironia, che la storia, pur surreale, regge fino alla fine e ti spinge per la maggior parte del tempo a chiederti cosa faresti in quella situazione, se in fondo, nonostante tutto, non ti spiacerebbe avere quell’opportunità. Il tutto, poi, è tenuto in piedi alla perfezione dal regista, altra sorpresa, perché non ti aspetti un tale equilibrio di forza e misura da un esordiente. Insomma, Cheap Thrills è un gioiellino ed è un horror (o un thriller o un quel che vi pare) di quelli veri, che ti lasciano addosso almeno un pizzico di disagio, non solo divertimento e sangue sbracato. Avercene.

L’ho visto al cinema, in lingua originale, al Paris International Fantastic Film Fest. L’uscita nelle sale americane è prevista per marzo e a maggio arriverà in Gran Bretagna. Al momento non ho altre notizie.

All Cheerleaders Die

All Cheerleaders Die (USA, 2013)
di Lucky McKee, Chris Sivertson
con  Caitlin Stasey, Sianoa Smit-McPhee, Brooke Butler, Amanda Grace Cooper, Reanin Johannink

All Cheerleaders Die è il titolo di un film messo assieme con quattro soldi e senza alcuna ambizione di distribuzione cinematografica dalla coppia di registi Lucky McKee & Chris Silvertson. Evidentemente, con quel film, sul quale ammetto ignoranza totale, i due si sono fatti conoscere, ma senza esagerare, e a partire da quella base si sono costruiti una carriera. Oltre dieci anni dopo, con alle spalle una serie di regie, talvolta in solitaria, spesso a braccetto, più o meno tutte gravitanti attorno al genere horror da cui sono partiti, i nostri due simpatici amici hanno deciso di chiudere il cerchio realizzando un remake con qualche soldo in più ma con quello stesso spirito da scemenzona trash adolescenziale, piena di (neanche troppo) belle gnocche appena scopertesi legali e con un sacco di morti ammazzati in maniera sanguinaria a fare da contorno. Insomma, All Cheerleaders Die.

La storia racconta di quattro cheerleader (ma no!) che si ritrovano per diversi motivi a far gruppo, nonostante alcuni forti conflitti di fondo, e per altri motivi ancora entrano in contatto con una ragazza che pratica l’antica arte della stregoneria, nientemeno. Precisiamo che qui “stregoneria” significa avere un sacchetto di pietre coi superpoteri che non sai bene cosa facciano ma tendono a fare cose molto brutte. Il simpatico quartetto di gnoccolone si ritrova in contrasto con alcuni membri della squadra di football della scuola, ivi incluso lo scontroso, cattivissimo e sostanzialmente molto pericoloso maschio alfa della situazione. Com’è, come non è, una cosa tira l’altra, son ragazzini, che ci vuoi fare, si sa come siamo a quell’età, va a finire che le ragazze muoiono più o meno tutte, ma tornano in vita grazie alla stregoneria e hanno un po’ voglia di rifarsi, oltre che di mangiare parecchia carne cruda.

Ne viene fuori un film sconclusionatissimo, una specie di frullatone sbalestrato che mette assieme un po’ di Jennifer’s Body, un pizzico di Buffy l’ammazzavampiri, due quarti di Carrie, una spruzzata di Easy Girl, un cucchiaino di Mean Girls e magari anche una snasata di Streghe. Insomma, un gran casino, che ha dalla sua l’evidente voglia di divertirsi senza pretese, un tono sorprendentemente azzeccato in un paio di passaggi e degli attori dignitosi nell’interpretare ruoli onestamente vuotini, ma nel complesso non riesce per davvero in praticamente nulla di quel che prova a fare. L’umorismo non fa particolarmente ridere, il sangue è tanto, ma poco pungente, gli spaventi sono non pervenuti, le continue svolte da dramma adolescenziale lasciano il tempo che trovano e, insomma, anche dal punto di vista della presenza femminile, non è che ci sia esageratamente da lustrarsi gli occhi. All Cheerleaders Die, è uno di quei film che con la compagnia giusta possono anche divertire e di sicuro scorre via tranquillo, senza stupire mai ma anche senza annoiare particolarmente, però acquista davvero un po’ di ritmo solo quando prova a sbracare sul conflitto finale e poi si chiude così, un po’ a caso, con pure un mezzo “to be continued”. E se ne fa anche a meno, eh, di continuare.

È il primo dei film in concorso che ho visto al Paris International Fantastic Film Festival. La cosa divertente è che prima di ogni film proiettavano un videomessaggio inviato dal regista, nascosto chissà dove da qualche parte sul pianeta. Spoiler: non ha vinto il concorso.

Operazione diabolica

Seconds (USA, 1966)
di John Frankenheimer
con Rock Hudson, John Randolph

Complice il fatto che il programma di novità Paris International Fantastic Film Fest proponeva diversa roba in lingue non intellegibili e pure qualche film già visto altrove, anche il secondo giorno mi sono ritrovato a guardare un classico del passato. Ma passato passato, eh, qua si ritorna addirittura al 1966, quasi vent’anni prima dell’uscita di Re-Animator, per un film “oscuro” di John Frankenheimer, registone di quelli grossi per davvero, le cui opere più famose oggi come oggi rimangono, forse, Il braccio violento della legge 2, Ronin, L’uomo di Alcatraz e Va e uccidi, quest’ultimo sottoposto una decina di anni fa al trattamento del remake nel The Manchurian Candidate con Denzel Washington). Oggi riverito e amato, il compianto Frankenheimer, all’epoca della presentazione a Cannes di Operazione diabolica, venne preso a pesci in faccia dalla critica, con conseguente scarsa distribuzione nelle sale e sostanziale fiasco. Il che, per un film con protagonista Rock Hudson all’apice della carriera, rappresentò un fallimento non male, con rimorsi e rimpianti del caso da parte del regista. Ovviamente, i critici che fischiarono a Cannes meritavano solo una gran bella raffica di schiaffi.

Guardare Operazione diabolica è più o meno come guardare un episodio di Ai confini della realtà con la particolarità di essere diretto da un regista della madonna a cui si è chiusa la vena sul collo e che ha deciso di sfogarsi in maniera totale, senza freni, puntando tutto sulla potenza visiva del film. Basta guardare la primissima scena, per rendersene conto: un tripudio di paranoia, ansia, tensione, diretto con tecniche sperimentali (ricordiamoci che stiamo parlando del 1966), piazzando in giro macchine da presa minuscole, fra chioschi, negozi, dentro una valigia, addosso a un personaggio. Non tutto il film procede su questi binari e ci sono momenti più “rilassati”, dettati dall’evolversi del racconto, ma fra gli aspetti più affascinanti di Operazione diabolica c’è proprio il modo in cui Frankenheimer si diverte a giocare con l’immagine, in maniera straniante, spiazzante, a tratti facendosi magari anche un po’ prendere la mano, ma dando al film una forza e una personalità pazzesche. In più, ci sono due attori in forma smagliante, l’attempato, modesto, dimesso, malinconico John Randolph e un Rock Hudson forse mai così potente, efficace, tanto nei momenti di sbroccata quanto nelle situazioni più tranquille e intense, oltre che efficacissimo nel modo in cui si trova, sostanzialmente, a interpretare due ruoli in uno.

E poi c’è la storia, basata sul romanzo Seconds di David Ely, che ha appunto quell’aria da Ai confini della realtà, da racconto fantastico bizzarro, affascinante, strettamente legato a un contesto sociale, completo di finale tutt’altro che accomodante. Se qualcuno mi legge senza aver mai visto il film, farebbe bene a fermarsi qui e a recuperarlo, perché presentarmi in sala alla cieca, senza saperne nulla, è stato proprio bello. D’altra parte, stiamo parlando di un film risalente a cinquant’anni fa, abbiate pazienza se, pur limitando al minimo gli spoiler, mi concedo di svelare lo spunto di partenza, che vede un uomo contattato da un amico creduto morto e portato, tramite una serie di “suggerimenti” sibillini, negli uffici di un’organizzazione in grado di, per l’appunto, simulare la morte delle persone e donare loro nuova vita. Ne nasce una storia che mescola un fortissimo senso di paranoia e delirio col dramma di persone per nulla a proprio agio con la propria vita, tanto “prima” quanto “dopo”, la tremenda forza dei rimpianti, degli errori commessi, delle proprie mancanze personali, e la brutalità di un finale che è davvero un pugno nello stomaco. Insomma, se non avete paura di guardarvi un film che, ovviamente, mostra i suoi anni in certi cliché, in un approccio alla scrittura e alla recitazione cui non siamo abituati, nel suo splendido bianco e nero, fatevi un favore e recuperatevi Operazione diabolica. Per eventuali lamentele, ci sono i commenti.

L’ho visto, come detto, al cinema, in lingua originale e in versione integrale, al Paris International Fantastic Film Festival. Il film è reperibile in DVD nell’edizione italiana di Golem Video, ma segnalo anche l’edizione in Blu-ray firmata Criterion, ovviamente di spessore ma, come al solito, disponibile solo in versione americana e con protezione regionale.

Re-Animator

Re-Animator (USA, 1985)
di Stuart Gordon
con Jeffrey Combs, Bruce Abbott, Barbara Crampton, David Gale

Nel 1985 ho otto anni, i film horror li guardo più o meno di nascosto quando riesco a intercettarli in TV tramite i vari cicli delle reti pubbliche e Re-Animator non so neanche cosa sia. Il mio svezzamento a base di carne e sangue è già abbondantemente iniziato, ma c’è ancora qualche ostacolo da superare. Fra i miei ricordi più netti di quegli anni ce n’è uno che mi torna sempre alla memoria, quello della sera in cui davano per la prima volta La mosca di Cronenberg in TV (1987?). Lo sto guardando, a volume basso, sullo scassato televisore piccolino che per qualche bizzarro motivo mia madre mi ha permesso di tenere in camera, e arriva la scena del braccio di ferro. Dal salotto sento un urlo: “Andrea, non lo stai guardando, vero?!?”. No, figuriamoci. Nel 2013 di anni ne ho – glom – trentasei, Re-Animator ricordo di averlo visto in videocassetta chissà come e chissà quando, ma fondamentalmente non me lo ricordo, e scopro che al Paris International Fantastic Film Festival, nella città in cui mi sono appena trasferito, proiettano un mix di novità e classici del passato (e di roba che ho già visto al Fantasy Filmfest di Monaco). Il mio primo impatto con la rassegna consiste in una proiezione della versione integrale di Re-Animator, sullo schermo gigante della seconda sala più grossa di un multisala di quelli fatti come si deve. La vita mi sorride.

Quindi, la sostanza è che in pieno 2013, time paradox, mi sono presentato al cinema per spararmi Re-Animator come se fosse la prima volta, o quasi. Non è un’immagine bellissima? Sì, è un’immagine bellissima, ed è stata una serata bellissima. Re-Animator è il film d’esordio di Stuart Gordon, regista che all’epoca arrivava dal teatro e che con questo film iniziava la collaborazione cinematografica quasi tutta a base Lovecraft con l’amico Brian Yuzna, partendo per l’appunto da un racconto breve del paparino di Cthulhu. La storia, in origine, nasceva come parodia di Frankenstein e questo aspetto diventerà poi fondamentale nel seguito, diretto proprio da Yuzna come una specie di perverso remake de La moglie di Frankenstein. Ma intanto qui c’è un primo episodio fondamentale nella storia dell’horror moderno e nella formazione di tante persone malate nella capoccia che passano la vita guardando al cinema gente che muore male. Perché la verità è che Re-Animator è uno di quei film che chiunque segua il genere di riferimento ha visto mille volte anche se non l’ha mai visto. Perché qua dentro c’è di tutto ed è un tutto che verrà poi preso, smembrato tanto quanto suoi cadaveri e riappiccicato in giro non sempre con gran criterio, per andare a formare molto dell’horror successivo. Guardi Re-Animator nel 2013 e ti sembra di averlo già visto mille volte, anche se in realtà non l’hai visto mai e non te lo ricordi. Ci sarà un motivo, no?

Il bello, però, è che Re-Animator è un film meraviglioso anche se (o proprio perché) l’hai visto mille volte. Perché il punto è che non sono mica tante, le volte in cui questa cosa qui l’hai vista fatta tanto bene. Il film si apre con una dichiarazione d’intenti chiara, pulita, onesta: qua ci sarà da rabbrividire, da schifarsi e da farsi qualche risata. Quello di Re-Animator non è il trash ammiccante e tedioso di questi tempi, è un fare cinema convinto, onesto innanzitutto con se stesso, prima ancora che coi suoi spettatori. C’è un gusto per la messa in scena completamente folle, esagerata, flippata oltre i limiti, stupefacente nella bravura con cui trasforma le costrizioni di budget in geniali trovate di messa in scena. C’è una forza macabra assurda, c’è sì umorismo, ma quasi mai al punto dell’auto presa in giro smaccata, e, anzi, anche nei suoi momenti più surreali e ridanciani, si respira sempre quell’aria putrida, puzzolente e sghemba che ti aspetti da un racconto ispirato a quel certo tizio là. E ci sono pure un paio di trovate, soprattutto nelle fasi iniziali, che il brividino, o magari un certo senso di disagio, te lo mettono addosso. Senza contare che Re-Animator, anche nel suo teatro farsesco, di quelli che scatenano l’applauso e l’urlo isterico in sala, non fa poi tanti sconti e finisce da horror vero, nello schifo e nel malessere, senza concedere mezzo mignolo al rassicurante lieto fine, raccontandoti una storia in cui non c’è nessuno da salvare, in cui i protagonisti sono due schifosi egoisti in pieno delirio d’onnipotenza, “buoni” solo perché quell’altro è perfino peggio di loro.

E non è neanche invecchiato, il caro, dolce, Re-Animator, perché in fondo la sua aria bislacca, il suo gusto da fumetto EC senza tempo, ce l’aveva addosso fin dalla nascita e anche a vederlo oggi non ti soffermi un attimo a ridacchiare delle pettinature. E poi ci sono gli strepitosi effetti speciali, curati nel rispetto – si fa per dire – della realtà, fisici, palpabili, orgogliosi del proprio valore e ancora mostruosamente efficaci, perfetti. La testa mozzata del dottor Hill, quel che riesce a fare e come riesce a farlo senza poter ricorrere alla piatta CG del giorno d’oggi (e meno male!), ha dell’incredibile. Poi ti vai a leggere come hanno realizzato tutto quel ben di Dio e gli vuoi ancora più bene. Certo, lo guardi oggi per la prima volta, nell’ottica sbagliata, e ti sembra magari una roba pezzente e ridicola. E ti meriti gli schiaffi. Perché il punto è che Re-Animator è uno di quei rari, splendidi film capaci di conservare tutta la propria carica passionale anche a decenni di distanza. Non sarà magari un capolavoro assoluto in grado di trascendere il genere in ogni senso, anche se, volendo farne una questione d’inventiva e di carica espressiva, se ne potrebbe discutere, ma è ancora lì, con tutta la sua forza e il suo divertimento.

Ed è lì grazie a uno di quei fantastici, perfetti, allineamenti di pianeti, che vanno a unire i puntini facendo incontrare tutti i pezzetti di cast che servivano. Cosa evidente anche nella scelta degli unici due attori che contano qualcosa, con un David Gale davvero disgustoso e un meraviglioso Jeffrey Combs, capace di creare un’icona horror nel giro di quattro scene, di tenersi sulle spalle il film con la sua interpretazione totalmente assurda e sopra le righe, di restare impresso a fuoco nella memoria di qualunque appassionato d’horror l’abbia incontrato senza bisogno di mettersi una maschera per una dozzina di film. Bastano un paio di occhiali, una siringa piena di roba che brilla al buio e un’assurda faccia da orrore.

Come detto, l’ho rivisto nella miglior condizione possibile e immaginabile, che mi rendo conto essere difficile da riprodurre. Da quel che leggo in giro, l’edizione in Blu-ray uscita l’anno scorso dovrebbe essere ben più che dignitosa, magari anche ottima, seppur non da strapparsi i capelli.