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Locarno/Venezia a Milano 2010

Mi è toccato dormire quattro ore a notte per una settimana intera, ma anche quest’anno sono riuscito a togliermi lo sfizio di frequentare le sale della rassegna dedicata ai festival di Locarno e Venezia. Il bello, poi, è che è una faticaccia, ma ne vale sempre la pena: nei cinema milanesi si dorme benissimo.

Locarno – Concorso
Han Jia (Cina)
di Li Hongqi
con Bai Junjie, Zhang Naqi, Bai Jinfeng, Xie Ying
Pardo d’oro

Pardo d’oro a un film cinese per il secondo anno di fila, anche se piuttosto diverso dal vincitore della scorsa edizione. O da quel che mi ricordo del vincitore della scorsa edizione. Certo, si tratta comunque di un film cinese da festival, quindi portatore sano di digitale, staticità, immagini sporche, tempi dilatati a dismisura. Ma qui il racconto non è di normale e quotidiana tragedia, quanto piuttosto di normale, quotidiana e assurda banalità. Ragazzini che chiacchierano del loro futuro, un bambino convinto di voler diventare orfano, una donna che compra una verza (!). Cose così. Cose divertenti. Cose anche molto divertenti e oltretutto messe in scena tramite una cura certosina per la composizione dell’immagine e per la natura “rumorosa” di una colonna sonora davvero azzeccata. Solo che attorno a queste cose, fra una risata e l’altra, c’è una statica patina di insostenibile e lentissima noia. E insomma, sì, ok, rende bene il senso di Assago che si respira in quei dispersi sobborghi cinesi, però che palle.

Womb (Germania/Ungheria/Francia)
di Benedek Fliegauf
con Eva Green, Matt Smith, Istvan Lenárt, Lesley Manville

Premio L’Ambiente è Qualità di Vita
Fantascienza adulta, o tentativo di realizzarla, con un film che affronta non troppo di petto il tema della clonazione, regalando a una vedova la possibilità di partorire il proprio uomo perduto. Potenti silenzi, gran cura per l’immagine, un sottile velo d’inquietudine e qualche momento riuscito, ma anche l’impressione che di fondo sia tutto un pretesto per mettere in scena belle cartoline, da parte di un regista che non sente abbastanza i suoi personaggi. Si affonda poco il coltello, e lo si fa in maniera tutto sommato piuttosto banale.

Venezia – Concorso
Ballata dell’odio e dell’amore – Balada Triste de Trompeta (Spagna/Francia)
di Álex de la Iglesia
con Carolina Bang, Santiago Segura, Antonio de la Torre, Fernando Guillen-Cuervo
Leone d’argento per la miglior regia

Osella per la miglior sceneggiatura
De La Iglesia fa una Del Toro e mescola momenti fondamentali della storia recente spagnola con il suo stile variopinto, esagerato, sempre sopra le righe. Ne viene fuori un film bello, folle, imperfetto, pieno di idee e che chiede un po’ di sforzo per essere accettato, anche perché va ben lontano da quel che è solito fare Del Toro. Viene più in mente Tarantino, a dirla tutta, ma si va tutto sommato lontani anche da quello, vuoi per il melodramma esagerato e il taglio totalmente malinconico, vuoi per il pagliaccio che si auto sfigura il viso con un ferro da stiro e semina il panico imbracciando un mitragliatore. Bei premi.

Essential Killing (Polonia/Norvegia/Ungheria/Irlanda)
di Jerzy Skolimowski
con Vincent Gallo, Emmanuelle Seigner

Premio speciale della giuria
Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Vincent Gallo
L’uomo che si è fatto fare un soffocone da Chloe Sevigny davanti all’obiettivo (ma avrebbe preferito Juliette Lewis) prosegue per la sua strada e interpreta un talebano in fuga, costretto a ridursi ai minimi termini per sopravvivere e pronto a fare cose che voi umani vi ritorcerete sulla sedia presi dall’ansia e dal disgusto. Più che un film, una thrill ride da luna park, un percorso alienante sulle ali dell’istinto di sopravvivenza e una prova d’attore di Gallo che levati. E pure un regista con due palle così, via.

Jusan-nin no shikaku – 13 Assassins (Giappone)
di Takashi Miike
con Kôji Yakusho, Takayuki Yamada, Yusuke Iseya, Goro Inagaki

Che ti aspetti, quando vai a vedere un film storico su tredici assassini che vogliono giustiziare un sadico ufficiale al servizio dello Shogun diretto dal regista di Audition, Yattaman, Sukiyaki Western Django e Ichi The Killer? Di certo non mi aspetto due ore di sbudellamenti, perché sarebbe banale, e infatti Miike fa il regista serio, costruisce i suoi magnifici tredici con calma, costringe lo spettatore a odiare follemente il cattivo, assembla il team con cura e passione, regala un paio di suicidi rituali d’antologia e trascina tutti verso quel che tutti ci aspettiamo: una seconda parte in cui un’ora (circa) di battaglia finale riempie lo schermo, gli occhi e l’anima sommergendoli di sangue, onore, sassi in testa, trappole da falegnami e cavalli in fiamme. E chiude tutto con un bel dito medio. Eroe.

La passione (Italia)
di Carlo Mazzacurati
con Silvio Orlando, Giuseppe Battiston, Corrado Guzzanti, Cristiana Capotondi

Di Mazzacurati, in passato, dovrei aver visto solo La lingua del santo, che ricordo piuttosto divertente e piuttosto fastidioso quando si prendeva sul serio (non è vero, non me lo ricordo, sono andato a rileggermi cosa avevo scritto nel post su Venezia 2000). Questo nuovo film è piuttosto divertente, anche se in più punti ti vien voglia di tirargli un coppino perché quella gag davvero se la poteva risparmiare. E purtroppo non si prende mai sul serio, sprecando tematiche magari interessanti per tirar fuori la solita commediola di fuga nel paesino a riscoprire se stessi. Poi uno apprezza anche che il protagonista non riscopra chissà cosa, ma si parla comunque di oltre cento minuti con Silvio Orlando circondato da personaggi inutili e bravi attori sprecati, più Guzzanti appiccicato sopra un po’ con lo sputo.

Il sentiero di Meek – Meek’s Cutoff (USA)
di Kelly Reichardt
con Michelle Williams, Bruce Greenwood, Will Patton, Zoe Kazan

Un gran bel western di quelli moderni, tutto silenzi e paesaggi, ritmo spesso e intreccio semplice, sporcizia lurida e bravi attori. A occhio, guardandolo, o ti annoi senza speranza, o ti fai trascinare nel suo disastro, pure lui senza speranza. Io mi sono fatto trascinare.

La bella statuina – Potiche (Francia)
di François Ozon
con Catherine Deneuve, Gérard Depardieu, Fabrice Luchini, Karin Viard

Una bella bella bella commedia tutta seventiez, colorata, festosa, allegrotta, con una protagonista bravissima e una capacità rara di trattare in maniera spensierata argomenti su cui altri monterebbero insopportabili e interminabili monologhi. Gioiellino.

Somewhere (USA)
di Sofia Coppola
con Stephen Dorff, Elle Fanning
Leone d’oro

Il problema di Sofia Coppola, ammesso che glie ne freghi qualcosa, è che alla gente – me compreso – è piaciuto un sacco Lost In Translation. Il problema degli altri film di Sofia Coppola è che non sono ambientati in Giappone e non hanno Bill Murray come protagonista. E allora, improvvisamente, la gente scopre di non apprezzare i film di Sofia Coppola, se non raccontano di Bill Murray in Giappone. Io, invece, ho scoperto che Sofia Coppola mi piace a film alterni. Somewhere, per dire, mi è piaciuto. Mi è piaciuto l’avvio, con due sequenze che dicono a chiare lettere “in questo film non succede nulla, se non vi va bene levatevi dalle palle”. Mi son piaciuti gli attori, e per far recitare bene Stephen Dorff qualche merito devi avercelo. M’è piaciuto il modo in cui ti fa respirare senza clamori un pezzetto di vita totalmente aliena, nei luoghi, nei tempi e nelle forme.

Venezia – Fuori concorso
The Town (USA)
di Ben Affleck
con Ben Affleck, Rebecca Hall, Jon Hamm, Jeremy Renner

Se si pensa che in fondo Ben Affleck è diventato famoso vincendo mezzo Oscar per una sceneggiatura, non ci sarebbe neanche troppo da stupirsi del fatto che si stia costruendo una (sorprendente) carriera dietro alla macchina da presa. Il problema è che abbiamo tutti stampato in mente il Ben Affleck davanti alla macchina da presa, uno che quando gli è andata proprio bene ha recitato male in bei film e quando gli è andata proprio male ha fatto Daredevil e Gigli. E che è pure il fratello scemo di suo fratello (no, non l’ho visto Hollywoodland, e va bene, mi fido: lì è bravissimo). E invece poi ti tira fuori un film d’esordio come Gone Baby Gone e questa bella bella bella opera seconda, che magari per certi versi mira meno alto, ma forse anche per questo era ancora meno semplice da realizzare. Perché misurarsi coi classici non è mai facile e farlo quando devi dare seguito a una roba per cui ti hanno lodato tutti lo è ancora meno. E invece il mascellone ha diretto un gran bel film, ancora una volta immerso nel lato più lurido e puzzone della sua Boston, infilandoci dentro due o tre rapine mozzafiato, raccontando con romanticismo e pulizia una storia straclassica, conducendo al meglio un signor cast e riuscendo pure a non sfigurare in un ruolo da protagonista che, vabbé, si è anche un po’ cucito addosso. Bravo Ben, continua così che sei forte. E forse un giorno smetteremo di considerarti quello che “apperò, pensavo fosse scemo”.

Venezia – Settimana Internazionale della Critica
Hitparzut X (Naomi) (Israele/Francia)
di Eitan Zur
con Yossi Pollak, Melanie Peres, Orna Porat, Suheil Haddad

Gelosia, tradimenti, rabbia, passione, follia, ooomiiiiciiiiidiiiiiiiiooooooooo, sensodicolpa, terrore, ansia, panico, amore, speranza. Un po’ thriller, un po’ commedia, un po’ un bel film solido, compatto, magari lento, ma che si trascina inesorabile verso una soluzione a metà fra il melodramma e la farsa. Bella sorpresa.

Sto cercando di completare e pubblicare i post che mi sono lasciato dietro durante il trasloco, ma non è semplice. Ovviamente tutta ‘sta roba l’ho vista in lingua originale e così va vista, specie quando si parla di ottime prove degli attori. Leggo in giro che nella versione italiana di The Town John Hamm ha una voce insostenibile. Poi fate voi.