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Locarno/Venezia a Milano 2009

Fastidio, pessimismo e fastidio per una programmazione che infila buona parte dei film che mi interessano nella giornata in cui devo partire per Tokyo. Per il resto, diciannove film in otto giorni, per un insospettabile ritorno a ritmi di un certo livello, con la cifra tonda mancata solo per un attimo di sconforto sabato pomeriggio. E anche qualche bel film interessante, seppur in totale assenza di colpi di fulmine. Poteva andare peggio, via.

Locarno – Concorso
Akadimia Platonos (Grecia, Germania)
di Filippos Tsitos
con Antonis Kafetzopoulos, Anastas Kozdine, Titika Saringouli, Giorgos Souxes, Konstantinos Koronaios, Panayiotis Stamatakis, Maria Zorba
Pardo per la migliore interpretazione maschile

Simpatica commediola pesantuccia nei tempi della narrazione e che ha il limite di essere un po’ già vista mille volte in mille altre forme. Si racconta di tolleranza, accettazione, integrazione, cattivo vicinato e lo si fa parlando di Grecia, greci e albanesi. Moderatamente divertente, bravi gli attori, dice però davvero poco di nuovo e oltretutto lo fa senza neanche potersi nascondere dietro chissà quale splendore stilistico o sceneggiatura scoppiettante.

She, a Chinese (GB, Germania, Francia)
di Xiaolu Guo
con Huang Le, Wei Yi Bo, Geoffrey Hutchings, Chris ryman
Pardo d’oro

Il bello di guardare nel primo giorno di rassegna un film da festival, con quell’estetica da film da festival, quella gestione dei tempi da film da festival e quel tono moscio da film da festival è che sei ancora ben disposto, riposato, pronto a tutto. E riesci ad apprezzare – senza sbadigliare – questo racconto di gioventù dagli occhi a mandorla, che non ti risparmia un argomento che sia uno di quelli che ti aspetti nei film da festival (corteggiamenti, stupri, sesso, romance, morte, gravidanza, immigrazione, disoccupazione, solitudine, povertà, vecchiaia), ma lo fa con un’adorabile dose di autoironia e un taglio verace che davvero funziona. Anche se magari pensa d’essere un po’ più lirico di quanto possa permettersi.

Locarno – Sezione Piazza Grande
(500) Days Of Summer – (500) Giorni insieme (USA)
di Clark Gregg
con Joseph Gordon-Levitt, Zooey Deschanel

Una commedia deliziosa, che si porta un po’ addosso quel puzzetto da Sundance e quei soliti personaggi di contorno per forza simpatici, divertenti e fondamentalmente cretini, ma scrolla via il fastidio a colpi di romantica intelligenza. Parte bene, con una dichiarazione d’intenti che ti fa scoppiare a ridere e ti mette subito di buonumore, e prosegue gironzolando fra il cinismo, il buonismo, il malinconico realismo e una scansione temporale scombinata che fa tanto originale e fuori dagli schemi. (500) Days Of Summer non è una storia d’amore, è una storia di rincoglionimento ormonale, raccontata attraverso gli occhi di un maschio che vede solo quello che vuole vedere, mostrando come cambino le cose quando il velo del camminare sopra le nuvole ti viene strappato via dagli occhi. Descrive quanto possano essere adorabilmente, insopportabilmente, involontariamente, fastidiosamente stronze le donne e quanto riescano ad essere incredibilmente, assolutamente, devastantemente fessacchiotti di creta nelle loro mani gli uomini. E se vi sembra un po’ di parte, maschilista, o che so io, ho due parole per voi: “Sofia Coppola”.

Venezia – Concorso
Accident (HK)
di Soi Cheang
con Louis Koo, Richie Jen, Feng Tsui Fan, Michelle Ye

Un killer prezzolato che si crede Wile E. Coyote organizza omicidi sotto forma di articolate trappole, che riesce a far passare per incidenti. Qualcosa va storto e sembra proprio che Ralph il lupo si sia messo contro la banda di Wile. Ma non è tutto come sembra e il delirio d’onnipotenza si trasformerà presto nel classico iper-melodramma dagli occhi a mandorla. Produce Johnnie To, ma i suoi spettacolari virtuosismi sono lontani anni luce. Interessante, un po’ contorto, al solito molto bello da vedere.

Il cattivo tenente: Ultima chiamata New Orleans (USA)
di Werner Herzog
con Nicolas Cage, Eva Mendes, Jennifer Coolidge, Val Kilmer

Può il cattivo tenente di Abel Ferrara diventare com James Bond ed essere riutilizzato mille volte per raccontare storie sempre diverse? Forse, sì, boh, chi lo sa? Di sicuro Werner Herzog lo fa abbastanza bene, con un poliziesco lurido e marcio, che mostra un personaggio impossibile da odiare fino in fondo ma che ci si sente un po’ colpevoli ad amare. Alti e bassi, momenti di delirio, minestrone di giallo, romantica storia d’amore, denuncia sociale, scorre via placido per due ore e strappa qualche risata. Bravo Cage, come sempre quando si mette in mano a un regista.

Lebanon (Israele)
di Samuel Maoz
con Yoav Donat, Itay Tiran, Oshri Cohen, Michael Moshonov
Leone d’oro per il miglior film

Il primo giorno di guerra in Libano raccontato da dentro un carro armato. Tolti l’avvio e la chiusura, il regista racconta la sua esperienza in guerra mostrando solo quel che vedevano lui e i suoi tre compagni rinchiusi lì dentro. L’esterno si osserva attraverso il mirino del carro, che scimmiotta gli FPS gironzolando fra possibili bersagli e tragedie da osservare di nascosto, e il portellone che ogni tanto viene aperto lasciando entrare cadaveri, prigionieri, compagni di battaglia. Un’idea interessante e a tratti molto efficace viene sfruttata per mettere in scena tutto il campionario di stereotipi immancabili in ogni film di denuncia sulla guerra che si rispetti. Va anche bene, per carità, ma magari anche no.

Life During Wartime (USA)
di Todd Solondz
con Ciarán Hinds, Shirley Henderson, Allison Janney, Charlotte Rampling
Osella per la migliore sceneggiatura

Todd Solondz, magari non al suo meglio, ma comunque Todd Solondz, quello che ci piace a noi. Quello che racconta esseri umani dell’America di oggi, quelli un po’ più strani e bassi, quelli che sotto la facciata nascondono un po’ di perversione, un pizzico di razzismo, una punta di squallore. Sentimenti, desideri, paure, dubbi, scritti da una penna in stato di grazia, raccontati con momenti di lirismo un po’ pacchiano, perfetto per le creature un po’ pacchiane che del resto sono. Forse la cosa migliore della rassegna, anche se probabilmente non il grandissimo film che speravo ardentemente fosse.

Soul Kitchen (Germania)
di Fatih Akin
con Adam Bousdoukos, Moritz Bleibtreu, Birol Uenel, Anna Bederke
Premio speciale della giuria

Il film più divertente della rassegna, l’unico che non solo prova a far sorridere, ma ci riesce anche, sempre, dall’inizio alla fine, con gran gusto, pur non dicendo in effetti nulla di particolarmente nuovo o mettendo in mostra chissà quale comicità innovativa. Una storia ordinara, ben scritta e raccontata come si deve. Di questi tempi è già un gran risultato.

Donne senza uomini (Germania, Austria, Francia)
di Shirin Neshat
con Pegah Ferydoni, Orsi Tóth, Arita Sharzad, Shabnam Tolouie
Leone d’argento per la miglior regia

Essere donna ieri, vivere il prodigio del tuo ciclo mensile ostentando sicumera. Essere donna ieri, aspirare al ruolo che la storia ti deve: quello di simpatica, paciosa, imprevedibile nocchiero di un prelievo proiettato verso il mare del duemila al grido di “Cazzo, subito”. Essere donna ieri, non più cagafigli, bensì dolce e caparbia cagatrice dei tuoi figli. Come Loretta Goggi nella Freccia Nera, o in Maledetta Primavera mente autonoma. Donna, roccaforte quando il flusso è più copioso, sbarazzina quando è il caso o marangona di un clitoride mai domo, al grido di “Hah ggh aaaa ssiiii”. Una prostituta in crisi, la sfiorita moglie di un militare in carriera, una ribelle alla ricerca di soddisfazione politica, una timidina e puritana innamorata. Attorno a loro, un Iran scosso dagli eventi che portano alla caduta dello scià. Il Leone d’argento va immagino allo splendore delle bellissime immagini, che fin dal primo minuto abbagliano senza pietà, e alla capacità di mescolare il contesto politico, l’indagine sulla condizione femminile e il deliro d’autore. Simbolismi, metafore, cartoline intasate di fiori dai colori esplosivi, sguardi intensi, qualche momento che davvero ti fa rabbrividire, un po’ di confusione narrativa e troppa voglia di rimirarsi allo specchio.

Venezia – Fuori concorso
Chengdu, I Love You (Cina)
di Fruit Chan, Cui Jian
con Tan Weiei, Huang Xuan, Guo Tao, Wu Anya

Mi piacerebbe poter dire che questo film è talmente idiota da fare il giro e diventare intelligente, ma in verità lo è al punto che pur facendo il giro rimane idiota.

The Informant! (USA)
di Steven Soderbergh
con Matt Damon, Scott Bakula, Joel McHale, Melanie Lynskey

Il Soderbergh scemo ma elegante, bravo ma inconcludente. Quello degli Ocean, insomma. C’è chi lo adora, a me diverte abbastanza, senza farmi innamorare e, anzi, venendomi un po’ a noia sulla distanza, specie quando si arrotola in un finale che tira per le lunghe qualcosa che sarebbe dovuto finire un po’ prima. Sempre più bravo Matt Damon, che riesce a infilare con innocente ed efficacissima semplicità un velo di tristezza fra le pieghe di un film indeciso tra la commedia stupidina e il minestrone agrodolce.

Venezia – Fuori concorso – Mezzanotte
Valhalla Rising (Danimarca, GB)
di Nicolas Winding Refn
con Mads Mikkelsen, Alexander Morton, Stewart Porter, Maarten Stevenson

Il cattivo di Casino Royale ha perso un occhio, è incatenato a un palo e ammazza la gente a cazzotti mentre altra gente scommette sull’esito dei combattimenti. Ambientato ai tempi in cui i danesi si vestivano di stracci e armature, adoravano divinità multiple con la barba, se ne andavano in giro armati di spada e – a quanto pare – parlavano inglese, Valhalla Rising racconta di gente che cammina, si mena, cammina, si mena, viene uccisa da altra gente, si mena, si ammazza a colpi d’accetta sulla fronte, cammina un altro po’ e poi incontra l’altra gente, che è colorata di rosso. Non ho capito molto più di questo, forse anche perché – nonostante le mazzate e i soli novanta minuti di durata – il film è di una noia devastante e io mi sono appisolato nella mezz’ora centrale. Lungaggini, viaggi lisergici senza senso e budella da tutte le parti.

Yona Yona Penguin (Giappone)
di Rintaro
con le voci di Ei Morisako, Hikaru Ohta, Lena Tanaka, Yuji Tanake

Fra pinguini, folletti, gatti ballerini e bambine giapponesi che urlano (trapanando il cranio degli spettatori grazie al volume esagerato del maledetto cinema Ariosto), Rintaro racconta una favoletta per bambini ordinaria negli sviluppi e affascinante nell’immaginario che dipinge. Alcuni momenti sono davvero molto belli, altri sono probabilmente troppo mirati a gente nata non prima di questo decennio. Non ho capito dove finissero le scelte stilistiche – alcune davvero azzeccate – e dove iniziasse l’animazione realizzata con mezzi limitati, ma forse è un problema mio. In sala c’era una mamma con due bambini, portati a guardare un film d’animazione giapponese in lingua originale, sottotitolato in italiano. I due bambini non hanno fiatato, dall’inizio alla fine, e mostravano di gradire molto (uno di loro, sulla davvero commovente scena del volo, indicava lo schermo col dito). Forse c’è speranza, per questa giovine Italia.

Venezia – Settimana internazionale della critica
Good Morning Aman (Italia)
di Claudio Noce
con Valerio Mastandrea, Said Sabrie, Anita Caprioli

O forse non ce n’è, di speranza, per questa giovine Italia. Che un bravo attore come Mastandrea e una bella (e brava, via) gnocca come la Caprioli debbano perdere tempo dietro a queste porcherie mi dà veramente fastidio. Un pasticcio sconclusionato, che cerca di darsi un tono gggiovane senza però rinunciare alla pochezza visiva del cinema italiano da denuncia. A me il risultato appare abbastanza ridicolo, ma magari è perché comincio a non essere più abbastanza gggiovane. Di sicuro, nel raccontare l’amicizia fra il somalo Aman e un ex pugile alla deriva, ‘sto Claudio Noce fa una gran fatica a dire qualcosa. Qualsiasi cosa.

Kakraki – Come gli scampi (Russia)
di Ilya Demichev
con Mikhail Efremov, Olga Sunn, Sergey Koltakov, Natalia Vdovina

Gogol riletto al giorno d’oggi, con ironia, romanticismo e senso tragico, in una commedia agrodolce sugli anni che avanzano e la fuga dalla noia quotidiana, con uno sguardo tagliente sulle contraddizioni della società russa contemporanea. Qualche lungaggine, tante risate, un filo di amarezza, in un esordio che non sorprende ma convince.

Listicky (Repubblica Ceca)
di Mira Fornay
con Réka Derzsi, Rita Banczi, Aaron Monaghan, Jonathan Byrne

Il classico film da festival che racconta di una tizia insopportabile, che si comporta in maniera insopportabile, rovina la vita a tutti quelli che le stanno attorno e tratta di merda una sorella altrettanto insopportabile ma che è buona e brava e sta per sposarsi e cerca di aiutarla. Ma alla fine – occhio – anche nei cuori più insospettabili si nasconde del marcio. More than meets the eye!

Venezia – Giornate degli autori
Celda 211 (Spagna, Francia)
di Daniel Monzón
con Luis Tosar, Alberto Ammann, Antonio Resines, Marta Etura

Una guardia carceraria al primo giorno di lavoro (anzi, il giorno prima) si ritrova nel bel mezzo di una rivolta e, per cavarsela, si finge galeotto. Ci saranno spiacevoli conseguenze. Ottima sceneggiatura e bravi attori per un film teso, appassionante, che rischia di sbracare con un paio di colpi di scena forse troppo sopra le righe ma regge benissimo fino in fondo. Produzione e realizzazione spagnola per un film che si racconta all’americana, ma mantenendo una sua fortissima identità e senza diventare patetico e malriuscito scimmiottamento. In Italia, invece, si gira Good Morning Aman.

Di me che cosa ne sai (Italia)
di Valerio Jalongo
Un documentario che racconta lo stato attuale del cinema italiano e prova a spiegare come i fasti produttivi e qualitativi di un tempo abbiano potuto ridursi a questo. Mentre scorrono i titoli di coda – ma in effetti anche prima – spunta nella capoccia quel classico desiderio d’emigrare che qualsiasi documentario sull’Italia riesce a tirarti fuori, se ci si mette.

Honeymoons (Serbia, Albania)
di Goran Paskaljevic
con Lazar Ristovski, Petar Bozovic, Mira Banjac, Nebojsa Milovanovic

Racconti di vita dell’est, di amori difficili e desideri per un futuro migliore. Una coppia di albanesi vuole trasferirsi in Italia per sposarsi e rifarsi una vita. Una coppia di Serbi appena sposati si prepara a un viaggio in Ungheria, dove lui deve affrontare un’audizione per l’orchestra filarmonica. La prima parte di film mostra con taglio amaramente ironico usanze, contraddizioni e fastidi della tradizione locale, raccontando la deliziosa assurdità dei matrimoni e la difficoltà dei rapporti fra giovani e famiglia. Poi iniziano i due viaggi e le cose si fanno ben più complicate, con una svolta drammatica che mostra quanto possa essere difficile il varco di una frontiera per persone che nulla di male han fatto ma pagano, anche a distanza, le colpe dei propri padri. Qualche lungaggine di troppo nella prima parte, ma anche la capacità di anestetizzarti e spiazzarti poi con la svolta improvvisa. Discutibile forse la caratterizzazione un po’ semplicistica dei personaggi che i protagonisti incontrano una volta varcato il confine. Ma in fondo neanche troppo, via. Bello? Interessante e comprensibilmente figlio di una rabbia e un fastidio che hanno il loro bel fondamento. Certo, La polveriera me lo ricordo ben altra roba.