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Macbeth

Macbeth (UK, 2015)
di Justin Kurzel
con Michael Fassbender, Marion Cotillard, Jack Reynor, David Thewlis

Se c’è un singolo filo conduttore che lega Snowtown, placida, angosciante, ruvida, quasi documentaristica cronaca di una famosa tragedia australiana, e Macbeth, è la passione di Justin Kurzel per la recitazione basata sulla voce bassa, i grugniti, l’espressione quasi animalesca della personalità, con improvvisi scatti d’ira e momenti di furia. C’è ovviamente anche altro, ma questo aspetto spicca forse anche perché Macbeth vi unisce l’inglese shakespeariano e l’accento scozzese, generando un borbottio che a tratti perfino parecchi spettatori madrelingua hanno ammesso di interpretare a fatica. D’altra parte, Kurzel è anche un fantastico direttore di attori, che qui tira fuori da Fassbender, Cotillard e tutti gli altri interpretazioni pazzesche, capaci di comunicare con gli occhi, il corpo, le movenze, tutta la furia delle devastanti emozioni che vivono nei loro personaggi.

L’interpretazione di Marion Cotillard, ovviamente, è impressionante anche per il fatto di stare recitando in una lingua non sua, ma il modo in cui trasmette quello strano miscuglio di lucido calcolo, disperazione e rabbia ha dell’incredibile. E non è comunque da meno Michael Fassbender, che sembra nato per questo ruolo e comunica in maniera meravigliosa l’altalena d’insicurezza, arroganza, crudeltà e ambizione che definiscono il personaggio. Attorno a loro si sviluppa un film che unisce la filologia dell’ambientazione medievale scozzese, una volta tanto rispettata anche nella scelta delle location, a un’interpretazione molto moderna sul piano visivo e in alcune rielaborazioni a livello di sceneggiatura, per esempio nel tentativo abbastanza riuscito di dare maggior sostanza al personaggio di Lady Macbeth.

Dove però Kurzel lascia veramente di sasso è nella pazzesca carica visiva che riesce a tirar fuori, magari intuibile nella sua opera prima, ma forse non attesa a questi livelli. Aiutato dal “solito” Adam Arkapaw alla fotografia, Kurzel apre e chiude il film con due battaglie pazzesche per potenza evocativa, forza delle immagini, capacità di far muovere il racconto fra una testa mozzata e l’altra, e popola l’intera pellicola con una brutalità estetica fuori misura. Il suo Macbeth è un adattamento tosto, intenso, che replica il sapore della lingua shakespeariana, riproduce gli ambienti con uno spettacolare lavoro sui costumi e sui luoghi e trasporta il tutto in una dimensione visiva da moderno blockbuster, se non nei ritmi, certamente compassati, di sicuro nella forza delle immagini. Imperdibile.

Io l’ho visto al cinema, qua a Parigi, durante la rassegna locale del Festival di Cannes. La distribuzione nelle sale italiane è prevista per novembre 2015. Intanto, Kurzel è al lavoro con Fassbender e Cotillard sul film di Assassin’s Creed, che dovrebbe arrivare l’anno prossimo. La cosa, onestamente, mi spiazza e non so cosa attendermi. Un regista addomesticato per staccare l’assegno in serenità? Un film pazzesco e la miglior pellicola mai tratta da un videogioco? Un divorzio per differenze creative? Vai a sapere.

Al di là delle montagne

Shan he gu ren (Cina, 2015)
di Zhangke Jia
con Tao Zhao, Yi Zhang, Jing Dong Liang

Due anni dopo aver portato a casa il premio per la miglior sceneggiatura con Il tocco del peccato, Zhangke Jia è tornato sul luogo del delitto, ancora una volta a Cannes, per l’ennesima volta a raccontare, con un taglio e un’ispirazione sempre diversi, i mutamenti subiti nei decenni dal suo paese e dal suo popolo. Questa volta la via scelta è quella del melodramma, del triangolo amoroso con due vertici distantissimi, il proletario romantico tutto d’un pezzo che lavora in miniera e il testa dura innamorato dell’occidente, che si cambia nome in Peter, chiama il figlio Dollar e si trasferisce appena può in Australia, alla ricerca di un sogno capitalista che troverà forse solo nella propria testa. Nel mezzo, una donna tesa fra i due estremi, la cui storia non rimane al centro dell’azione per tutto il film ma fa comunque da filo conduttore che unisce apertura e bellissima chiusura sulle note di Go West.

Mountains May Depart è un film bizzarro, forse a tratti perfino sconclusionato. Si apre con un taglio leggero, sciocchino, che sembra quasi uscito da certi anime anni Ottanta (probabilmente difficile, per gente della mia generazione, non pensare a Orange Road/È quasi magia Johnny), e si fa via via sempre più drammatico e intenso, mentre salta da un decennio all’altro provando a raccontare passato, presente e futuro della Cina Moderna. Dagli ingenui anni Ottanta, carichi di aspettative per un futuro travolgente, si passa all’incasinato oggi e quindi a un domani un po’ scassato, nel quale il figlio dell’uomo che ha “vinto” il triangolo si riscopre cinese senza una patria, esportato in un paese che non è il suo, incapace di rapportarsi con la lingua, la nazione e la famiglia da cui ha avuto origine.

Non tutto il film funziona allo stesso modo e soprattutto la parte ambientata nel 2025, con quel futuro dalla mobilia lucida targata Google e la sua ricerca di simbolismi fin troppo semplici, non riesce a trasmettere fino in fondo la potenza di ciò che racconta. Ma nell’imperfetto film di Zhangke Jia c’è comunque la forza di un melodramma delicato, intenso e toccante, una storia molto personale, tutta costruita attorno alla grande prova della protagonista Tao Zhao e più riuscita nel (ma forse anche più interessata a) parlare delle sue vicende, invece che del paese in cui vive. E a raccontare tutto al meglio ci pensa anche una cornice visiva e sonora fantastica, basata sull’utilizzo di tre formati diversi per le tre epoche (un po’ come in Grand Budapest Hotel), ma anche su una composizione dell’immagine che raggiunge vette strepitose in quei momenti che raccontano tutto con lo sguardo, i movimenti degli attori, le musiche, senza alcun bisogno di affidarsi alla parola.

L’ho visto qualche tempo fa alla rassegna parigina del Festival di Cannes 2015. Non sembra essere ancora prevista una distribuzione italiana e, fra l’altro, i film di Zhangke Jia, sarà un caso, paiono arrivare dalle nostre parti a corrente alternata. Vai a sapere.

The Lobster

The Lobster (Grecia/UK, 2015)
di Yorgos Lanthimos
con Colin Farrell, Rachel Weisz, John C. Reilly, Ben Whishaw, Léa Seydoux

Ci sono sicuramente tanti motivi diversi per i quali la giuria del Festival di Cannes ha assegnato un premio a The Lobster, ma fra i principali mi sento tranquillamente di inserire la sua natura totalmente fuori di cozza e il modo in cui sceglie di raccontarla. Per questo, e anche per il fatto che il film inizierà il suo regolare percorso nei cinema mondiali a ottobre, voglio dire il meno possibile in questo primo paragrafo: io mi sono presentato in sala sapendo solo che era il nuovo film di Yorgos Lanthimos, che i protagonisti erano quelli elencati là sopra e che si trattava di un film di fantascienza. Avevo in mente la foto promozionale con Colin Farrell e Rachel Weisz che corrono in un campo e fine. E, beh, guardare questo film senza saperne nulla in anticipo è davvero qualcosa di spettacolare. Quindi, come faccio in questi casi, chiudo così il primo paragrafo: se quanto detto fino a qui vi intriga, smettete di leggere, aspettate il film, guardatevelo e poi ne riparliamo.

Una Rachel Weisz di spessore per invogliare ulteriormente. Nel film non la trovate così.
Andiamo avanti, cercando comunque di svelare sempre il minimo indispensabile, perché davvero è giusto così. Innanzitutto, bisogna dire che quell’immagine promozionale là, quella di loro due che corrono, forse un po’ mente. Magari la interpreto male io, ma mi evoca nella memoria un racconto di fantasia romantico e movimentato, con un po’ d’azione. Una roba stile I guardiani del destino, magari. E invece, in The Lobster, di azione non ce n’è praticamente mai, neanche in quella scena lì con loro due che corrono. O, meglio, tecnicamente un po’ di azione c’è, ma viene messa in scena nella maniera meno action possibile. E, già che ci siamo, diciamo pure che l’elemento fantascientifico è piuttosto labile: alla fin fine il punto è che si tratta di una società distopica in cui c’è un’invenzione scientifica molto particolare, ma per il resto potrebbe essere ambientato l’altro ieri. In un altro ieri alternativo, certo, ma pur sempre l’altro ieri. E quindi che cos’è? È un film che fa quella cosa che alla buona fantascienza riesce sempre tanto bene: prendere qualche tratto della nostra società, estremizzarlo e sfruttarlo per parlare di noi stessi, facendo una satira feroce e intelligente, nel caso specifico sulla natura dei rapporti coniugali, della vita di coppia e delle imposizioni dall’alto che la riguardano. È un film lento, estremamente dialogato, ricco di belle immagini, molto ben interpretato e con parecchio da dire. Se queste cose non vi spaventano, attendetelo con ansia, perché merita, nonostante il finale sia forse un po’ tirato via. E smettete di leggere.
Neanche questa c’è nel film.
Siete ancora qui? E allora diciamo due cose sulla trama, ma proprio il minimo indispensabile e poi basta, eh! Nel mondo di The Lobster, essere single è fuorilegge. Se ti beccano al centro commerciale senza certificato di matrimonio, sono guai. Se tua moglie o tuo marito ti lascia o muore, sono guai. Oltre ai guai che di base derivano dall’essere abbandonati o dal rimanere soli, s’intende. I guai si concretizzano in un albergo d’alto profilo nel quale vieni spedito, con un mese e mezzo di tempo a disposizione per trovare una nuova dolce metà fra gli altri ospiti single. Se ce la fai e la coppia funziona, potete sposarvi e tornare a vivere in città. Se non ce la fai, scatta l’innovazione scientifica di cui sopra e vieni trasformato in un animale a tua scelta. Bonus: c’è chi non ci sta e decide di vivere da solitario nel bosco, ma ogni tanto gli ospiti dell’albergo vengono mandati a caccia dei ribelli e per ognuno di loro che catturano ottengono un giorno di permanenza in più. Ovviamente succedono tante altre cose, ma la sostanza è questa, una situazione in cui i sentimenti diventano secondari, l’affinità è una questione di forzature e si è disposti a tutto pur di accoppiarsi, perché ce lo dice la società, ce lo dice la legge, ce lo dicono la saggezza popolare e il sentire comune. Perché si fa così. Ne viene fuori un film incredibile, che nella sua maniera totalmente fuori di testa piazza uno specchio estremamente lucido di fronte al modo un po’ stonato in cui spesso interpretiamo il rapporto fra noi picchiatelli esseri umani. Colin Farrell è fantastico nel suo vacillare in bilico proprio al centro di questa situazione assurda, un concentrato di emozioni represse e pronte ad esplodere in un mondo popolato da gente ridotta ad automi che sopravvivono rinunciando a loro stessi. Ma un po’ tutto il cast funziona a meraviglia e il film è una vera bomba, anche se sì, lo ripeto, il finale sembra fare fatica a trovare una conclusione. Oppure no, magari è fantastico anche perché si conclude così.
L’ho visto un paio di settimane fa durante la rassegna parigina dei film del Festival di Cannes. In lingua originale è tutto un tripudio di gente che parla con accento irlandese, più un paio di francesi, un americano, un inglese… sembra una barzelletta. Non so ancora quando uscirà in Italia ma, come dicevo, dovrebbe manifestarsi in giro per il mondo a partire da ottobre.

Youth – La giovinezza

Youth (Italia, 2015)
di Paolo Sorrentino
con Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano

Una caratteristica un po’ surreale di buona parte dei film in concorso a Cannes 2015 sta in quel che, forse, racconta del modo in cui oggi si produce il cinema, con registi dalla personalità fortemente incastonata nella propria nazionalità che si ritrovano a lavorare con cast e produzioni anglofone, alle prese con una lingua che non è la loro. Da un lato, forse, è un peccato, perché in fondo il bello di manifestazioni del genere sta anche nel dare spazio a cinematografie di ogni dove, nell’infilare in un megafono voci lontane dall’omogeneizzazione in lingua inglese, voci come quella di Jia Zhangke e del suo bellissimo Mountains May Depart. Dall’altro, a voler ben vedere, è forse anche un’opportunità, perché da quello che magari è un compromesso possono venir fuori creature bizzarre, che parlano una lingua non loro ma riescono comunque a conservare l’identità forte del regista e del mondo da cui arriva. È un bene? È un male? Vai a sapere. Non è una novità, intendiamoci, e del resto gli ultimi tre anni di cinema hollywoodiano hanno premiato con l’Oscar altrettanti autori giunti da altrove, ma in qualche modo il regista “internazionale” che va a lavorare a Hollywood me lo aspetto un po’ di più. Immagino sia un problema mio.

Ad ogni modo, com’è andata, con questo secondo Sorrentino all’inglese? Dovunque ti giri c’è un’opinione al riguardo e vai a trovare due persone che siano d’accordo. Se lo chiedete a me, è andata molto bene, nonostante qualche perplessità. Youth, intanto, è un film dalla potenza visiva strabordante, dalla prima all’ultima inquadratura. È forse anche esagerato in questo, perché Sorrentino sembra quasi voler mandare a mille ogni fotogramma, senza dare un minimo di sosta, alzando al massimo il senso di satira surreale, anche a costo di sparare a vuoto e di perdere il controllo. E io un approccio del genere, in fondo, lo ammiro, a maggior ragione poi considerando quella che è la cinematografia italiana dell’ultimo paio di decenni. Il primo impatto è soprattutto questo qui, quello con un regista che compone immagini, sequenze, musiche in maniera fenomenale e ti sommerge con la sua bravura pazzesca. Youth è una lunga collezione di scene meravigliose, che ogni tanto cozzano un po’ l’una con l’altra, ma vanno a comporre un insieme affascinante e, forse, superiore nella somma alle singole parti che unisce.

Ma non c’è solo il tripudio audiovisivo e non ci sono solo degli attori in formissima, fra il sempre eccellente Michael Caine, una Rachel Weisz fantastica nell’ingenua semplicità del rapporto che racconta col proprio padre, nella fenomenale intesa che i due mettono a schermo, e un Harvey Keitel che un ruolo da interpretare degnamente non lo vedeva da un pezzo. Youth racconta gli anni del tramonto e la difficoltà nell’affrontarli, il rapporto fra anzianità e gioventù, la difficoltà nel rapportarsi con il proprio passato e con il futuro. Ma va a toccare anche tanti altri temi, senza aver paura di porli sotto forma di domanda diretta, letterale, anche a costo di risultare caramelloso e un po’ stucchevole. È un film che mira alto ma lo fa senza sentirsi in obbligo di risultare pesante nel linguaggio, anzi, affidandosi a una deliziosa e surreale leggerezza, alla capacità di schivare tante possibili scene madri archiviandole con un delicato sorriso, senza per questo evitare di andar giù pesante quando c’è bisogno dell’esagerazione evocativa. Il suo susseguirsi di meravigliose cartoline può suonare sconclusionato, sbarellato, magari un po’ vuoto nell’affidarsi a personaggi piuttosto schematici, dagli archi narrativi semplicistici, figuranti tramite cui raccontare temi ben più interessanti di loro. Ma in fondo, in mezzo a tutte le sue assurdità, è forse proprio questo mettere in scena esseri umani grandiosi fuori, ma di poco conto dentro, a renderlo brutalmente vivo.

L’ho visto in lingua originale durante la rassegna parigina dei film del Festival di Cannes. Ho un po’ il timore che per un film dai toni così surreali e pacchiani il doppiaggio rischi di fare dei gran danni, facendoli oltretutto a una manciata di ottime interpretazioni, e mi scatta quindi il paradosso di consigliare la visione in lingua originale (inglese) per un film italiano. E che ci vuoi fare.

Cannes e dintorni: primi film annunciati

Allora, visto che oggi c’ho un po’ da fare ma voglio comunque pubblicare qualcosa qua sul blog e dato che proprio qua dentro ho seguito il dramma da first world problems nei suoi momenti più tragici e nel successivo lieto fine catartico, rimbalzo qua sopra le prime informazioni relative all’edizione 2014 di Cannes e Dintorni. La manifestazione propone, sparsi per vari cinema milanesi, i film del festival di Cannes (più qualche simpatico intruso) e si terrà quest’anno dal 13 al 19 giugno. Di seguito, grazie a una pratica operazione di copia & incolla, i film già annunciati.

Concorso Ufficiale:
• DEUX JOURS, UNE NUIT di Jean-Pierre e Luc DARDENNE
• JIMMY’S HALL di Ken LOACH

Fuori Concorso:
• COMING HOME (GUI LAI) di Zhang YIMOU

Un Certain Regard:
• PARTY GIRL di Marie AMACHOUKELI, Claire BURGER e Samuel THEIS
Camera d’Or, Premio per il miglior cast

Quinzaine des Réalisateurs:
• NATIONAL GALLERY di Frederick WISEMAN
• PRIDE di Matthew WARCHUS

Per i “dintorni”, Far East Film Festival:
• THERMAE ROMAE II di Hideki TAKEUCHI

Il programma completo verrà reso disponibile su Lombardia Spettacolo martedì 10 giugno e ci sarà anche il tradizionale evento di presentazione, organizzato nella sede del Corriere della Sera per le ore 18:00 dello stesso giorno (Ingresso libero con prenotazione obbligatoria allo 02 67397831, dalle ore 14.30 alle ore 17.00). Che altro? I singoli biglietti costeranno 7,50 euro, la tessera per sei film viene via a 27 euro e quella da dieci film ne costa 40. A questo indirizzo qua si trovano informazioni un po’ più dettagliate sulla natura delle tessere, sulle modalità di acquisto e in generale sul funzionamento della manifestazione. E insomma, buona visione, ché mi mancano abbastanza, le rassegnine.

Fra l’altro, durante lo scorso weekend hanno proiettato al cinema qua a Parigi una decina scarsa dei film di Cannes, ma alla fine non sono andato a guardarmi nulla perché non era cosa.

E invece Cannes a Milano si fa!

L’altra settimana segnalavo la morte della rassegna Cannes e dintorni, che da quasi vent’anni permetteva di seguire in giro per i cinema di Milano una selezione di film del Festival di Cannes. Oggi segnalo invece che, almeno per quest’anno, si farà, perché un “misterioso benefattore cinefilo” ha deciso di scucire quarantamila euro di tasca sua per coprire i costi di organizzazione. E quindi, insomma, è una bella cosa, ancora una volta siamo riusciti a risolvere un gravissimo problema da primo mondo e io ho pure un post facile da mettere qua sul blog in un lunedì mattina complicato.

Segnalo inoltre che Short Term 12 è un film bellissimo.

Niente Cannes a Milano

Oggi, in linea di massima, avrei voluto scrivere qualcosa su Hotline Miami, che ho recuperato relativamente di recente e m’è piaciuto in maniera esagerata. Solo che il mare, il relax, il sole, l’arietta fresca, gli scampoli di lavoro, whatever e insomma, sarebbe stato un po’ difficile riuscirci. Però ho trovato un modo per pubblicare qualcosa anche oggi. Nulla di che, più che altro un post all’insegna della mesta rassegnazione, per segnalare che alla fine è arrivata la sconfitta e, dopo diciotto anni consecutivi, la rassegna Cannes e dintorni, che portava i film del Festival di Cannes nei cinema milanesi, non si terrà. Le ragioni stanno nella lettera aperta che metto qua sopra, inviata da Agis Lombardia agli iscritti. Cliccandoci su dovrebbe essere possibile leggerla in formato ingrandito. E, insomma, con tutto che io, da quando mi sono trasferito all’estero, quelle rassegne non le frequento più, una lacrimuccia onoraria la verso comunque. M’hanno accompagnato per una valanga d’anni, da circa metà dei Novanta in poi, durante i quali mi sono fatto fior di maratone, correndo di qua e di là, sparandomi film come se non ci fosse un domani, dormendo, fuggendo e mangiando quel che capitava, dove capitava, come capitava, ma soprattutto guardando un sacco di roba che altrimenti non avrei mai visto. Ho ancora diversi dei programmi nel cassetto, assieme alle tessere tutte belle bucherellate, e per molti versi si tratta di un pezzo importante della mia vita, che per altro gode delle sue brave manifestazioni anche in questo blog. E sostanzialmente è un peccato. Un altro dei tanti. Poi, per carità, #firstworldproblems, ci mancherebbe, ma insomma, eh.

Se poi qualcuno per caso fremesse dalla voglia di sentirmi chiacchierare di Hotline Miami, l’ho fatto nell’ultimo Outcast Magazine, che sta a questo indirizzo qua.

Cannes a Milano 2011

A maggio ho scritto questo post qua per lagnarmi del fatto che, per la prima volta dal 1996, non sarei riuscito a frequentare la rassegna di Cannes a Milano. Ovviamente, poi, di ritorno dall’E3, ancora pienamente jetlaggato, sono riuscito a seguirmi gli ultimi tre giorni, spremendone fuori sette film (che tutto sommato, a conti fatti, è poco meno della media tenuta negli ultimi anni di frequentazione, senza contare che pure l’anno scorso, sempre causa E3, avevo seguito solo tre giornate di rassegna). Poi non ne ho mai scritto, perché così è stato, ma ne scrivo adesso, perché siamo a fine agosto, fra un paio di settimane c’è a Milano la rassegna di Locarno e Venezia (qui tutte le informazioni, casomai interessasse) e a quella non ci vado di sicuro. E allora mi spiacerebbe non scrivere dell’ultima rassegna che mi sono fatto, no?

Bergamo Film Meeting
Sulla strada di casa (Italia)
di Emiliano Corapi
con Vinicio Marchioni

Terzo premio
La rassegna si chiamava “Cannes e dintorni” e i dintorni erano i film vincitori al Bergamo Film Meeting, dove questo Sulla strada di casa ha vinto il terzo premio (nel senso che è arrivato terzo in classifica, non che ne ha vinti tre). Di che si tratta? Di una storia un po’ thriller, un po’ poliziesco, un po’ noir, un po’ denuncia sociale, su un brav’uomo costretto dalla crisi economica ad accettare qualche compromesso di troppo. Un compromesso tira l’altro, ed ecco che si ritrova a fare da corriere per degli onesti imprenditori calabresi. Succederanno brutte cose. Da premesse del genere, uno tipicamente si aspetta il classico film italiano inguardabile e prono alla derisione, anche perché di Paolo Sorrentino non è che ne saltino fuori esattamente due o tre all’anno. E invece ecco che questo esordiente Corapi ti tira fuori una cosina guardabilissima, a tratti quasi emozionante, con un colpo di scena ben piazzato, che poteva risparmiarsi tutta la questione dei fiorellini ma tutto sommato fa simpatia per la voglia di far cinema di genere, senza spaccare i maroni con filosofeggiamenti e politicherie. Non credo sia stato ancora distribuito, vedo sta facendo il giro dei festival, se capita si merita una chance.

Un Certain Regard
E ora dove andiamo? (Francia/Libano)
di Nadine Labaki
con Nadine Labaki, Claude Baz Moussawbaa, Julian Farhat

Quattro anni dopo Caramel, Nadine Labaki dirige un altro film facile facile, che si costruisce una dignità tutta sua grazie ai temi trattati, ma che proprio quei temi non riesce ad approfondire o a raccontare con la giusta sostanza. Una favoletta, che fa ridere di gusto, ammalia con i simpatici inserti musical, piazza ad arte la svolta iper drammatica, ma ha la consistenza di una commediola americana a caso, solo con la “faccia” di un film da Festival di Cannes.

Selezione ufficiale – Concorso
Drive (USA)
di Nicolas Winding Refn
con Ryan Gosling, Carey Mulligan, Bryan Cranston, Albert Brooks, Ron Perlman

Premio per la miglior regia

A proposito di cose che hanno una faccia da Festival di Cannes pur essendo qualcosa d’altro. Questo qui è un film della madonna, è il mio film preferito della rassegna (dei sette che ho visto, chiaro), se la gioca ancora fra le cose più belle che ho visto nel 2011 ed è semplicemente una figata allucinante. Ne ho scritto a questo indirizzo qua ma, come sottolineavo in questo post qui, uomini migliori di me ne hanno scritto da quest’altra parte qua. In Italia esce a novembre, e ora di novembre, a furia di leggere da tutte le parti che è una figata, ci sarà un hype talmente alta che poi ne usciranno tutti delusi. Quindi leggetevi anche la recensione di Fulgenzio sul numero 7 di Players (a questo indirizzo qui), che ha gradito decisamente meno perché non capisce niente.

Quinzaine des Réalisateurs
Code Blue (Olanda)
di Urszula Antoniak
con Bien de Moor, Lars Eidinger, Annemarie Prins

Un’indagine approfondita, viscerale, malata, sordida, sulle difficoltà emotive, umane, sensoriali vissute da un’infermiera alle prese con disperazione, morte, malattia. Subito dopo il film migliore della mia rassegna, giusto per riportarmi coi piedi per terra, arriva una di quelle belle pellicole tutte perversioni sessuali, gioielli di famiglia in bella mostra, stupri, umori, allegria e vene tagliate. Leggo in giro che la regista ha diretto il film con l’intenzione di mettere a disagio lo spettatore e che parecchi, a Cannes, se ne sono usciti indignati dalla sala. Mi permetto di azzardare che siano usciti indignati perché il film era una porcheria, anche perché a Cannes si è visto e si vedrà ben di peggio che un seghino, un manrovescio e due tettine moleste. Però sicuramente non ho compreso la profondità dell’opera. Sarà stato il jet-lag che finalmente prendeva possesso di me.

Selezione ufficiale – Concorso
Polisse (Francia)
di Maïwenn Le Besco
con Karin Viard, Joey Starr, Marina Foïs

Premio della giuria

Un anno di non troppo quieto vivere nella Brigade for the Protection of Minors di Parigi, una squadra che si occupa di problematiche legati ai minori. Attori bravissimi, regia pseudo documentaristica, affascinante sia per le brutte realtà che mette in scena, sia per l’attenzione alla vita dei poliziotti che racconta. Un po’ prolisso, con qualche svolta narrativa discutibile, ma bello e interessante. Ne ho scritto in maniera un po’ più approfondita sul numero 7 di Players (sempre a questo indirizzo qui).

Quinzaine des Réalisateurs
The Island (Francia)
di Kamen Kalev
con Thure Lindhardt, Laetitia Casta, Bertille Chabert

Un tizio tedesco va in vacanza su un’isoletta Bulgara assieme a Laetitia Casta, con cui fa sesso un paio di volte, una delle quali in piscina, prima di accorgersi di essere in realtà Bulgaro e in vacanza sull’isoletta dove trascorreva le sue estati da bambino. A quel punto diventa mezzo scemo e il film, dopo una breve fase da commovente ricerca delle proprie origini, si trasforma in un’assurda farsa con pretese da indagine sociologica e delirante finale ambientato nella casa del Grande Fratello (bulgaro), da cui il nostro eroe si congeda con una serie di sermoni sulla natura umana. Qualche risata la strappa, va detto.

Selezione ufficiale – Concorso
Il ragazzo con la bicicletta (Belgio)
di Jean-Pierre Dardenne e Luc Dardenne
con Thomas Doret, Cécile De France, Jérémie Renier

Gran premio della giuria

Esattamente il film che uno si aspetta dai fratelli Dardenne, anche se forse un po’ meno deprimente del film che uno si aspetta dai fratelli Dardenne, soprattutto perché a un certo punto arriva il momento in cui sei sicuro che i fratelli Dardenne stiano per tirarti uno dei loro proverbiali pugni nello stomaco e invece, toh, la vita si rialza dal fango e trova la forza di andare avanti come se niente fosse, nonostante sia un film dei fratelli Dardenne. Vite deprimenti, giovani senza speranza, incomprensione, tragedia, terremoto, smarrimento, ricordatevi tutti che c’è gente che sta molto peggio di voi e cose del genere. Mi è piaciuto più di quanto dovrebbe piacermi un film del genere, non mi è troppo chiara la ragione.

Eccoci, ce l’abbiamo fatta, quasi due mesi dopo, con in mezzo una Gamescom (e una GDC Europe), ho scritto anche di questa mia (probabilmente) ultima Cannes a Milano. Lacrimuccia. La vita va avanti. Un po’ come in un film dei Dardenne. Un po’ meglio, dai.

Cannes 2008

La rassegna milanese di Cannes, negli anni pari, è sempre un delirio, perché ai film, al lavoro, alle finali NBA, all’evento che per qualche motivo mi ruba sempre uno o due giorni, si aggiungono i Mondiali/Europei di calcio. E infatti si paga dazio con un livello di stanchezza devastante e una necessità di dormire insopportabile. Comunque, ancora una volta, sono sopravvissuto, e – seppur in notevole ritardo – sono pronto a parlare un po’ di quel che ho visto. Tanto per cambiare, invece che secondo l’ordine di visione, metto i film in film divisi per sezione, e magari pure in ordine alfabetico. Tanto ne ho visti pochi, appena una dozzina, quindi facciamo in fretta.

Concorso
Entre les murs (Francia)
di Laurent Cantet
con François Bégaudeau
Palma d’oro

Cantet – di cui prometto che prima o poi riuscirò a guardare il celebratissimo Risorse umane – mi aveva fulminato con A tempo pieno nella rassegna di Venezia del 2001 (madonnadeddio, all’epoca ero in grado di vedere quarantasette film in otto giorni, ora mi sfianca vederne undici… mi sento vecchio). Poi, però, mi ha fatto venire lo scorbuto con Verso il sud, visto nella rassegna di Venezia del 2005. Sono quindi molto lieto di annunciare che questo Entre les murs è veramente un gran bel film e una Palma d’oro una volta tanto davvero convincente. Racconta della vita di tutti i giorni all’interno di una scuola media francese, seguendo in particolare il lavoro di un professore, ma lo fa evitando di romanzare e di cadere nei soliti stereotipi da film “scolastico”. Il piglio è quasi documentaristico, la sceneggiatura è solida e credibile, piena di personaggi che scivolano fra le zone d’ombra e non si mostrano come strettamente positivi o negativi. E, soprattutto, il cast è perfetto: bravo davvero Cantet a far recitare in questo modo pazzesco tutti quanti gli attori, molti dei quali dubito siano esattamente professionisti scafati. Forse Il divo e Gomorra sono superiori, forse no, ma certo questo è un gran film, potente, intenso, importante.

Gomorra (Italia)
di Matteo Garrone
con Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale, Salvatore Cantalupo
Grand Prix

Non ho letto il libro (“Ma come, sei pazzo? Leggilo subito!”), ma ho letto in giro che Garrone ha pescato nel sottobosco, tralasciando le grandi storie di camorra e limitandosi a raccontare dei piccoli pesci, della bassa manovalanza. E ha fatto gran bene, perché ne vengono fuori personaggi lontani anni luce ma allo stesso tempo impossibili da non sentire tremendamente vicini. Gomorra ti prende e ti trascina nello squallore e nella merda, ti costringe a vivere per un paio d’ore abbondanti dove non vorresti mai stare. Non giustifica, non motiva, non ragiona, ti sbatte solo in faccia, con la cruda voglia di farti del male vero, duro, fisico. Realistico e schietto, privo di moraline o di approfondimenti, racconta quel che deve raccontare in maniera splendida e perfetta, commettendo il solo (presunto) “errore” di non fornire contesto, di non voler fare il vero film “di denuncia”.

Il divo (Italia)
di Paolo Sorrentino
con Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Giulio Bosetti, Flavio Bucci
Premio della giuria

Splendida, splendida prova di coppia per Sorrentino e Servillo. Il primo si conferma regista pazzesco, in grado di porre (quasi) definitivamente il suo enorme talento registico al servizio di ciò che vuole raccontare, senza più l’impressione del virtuosismo autocompiaciuto e bisognoso di applausi. Il secondo regala un’interpretazione mostruosa, perfetta, capace di non apparire macchiettistica nel ritrarre un uomo che per certi versi macchietta è. Il divo è un grandissimo film, grottesco, seducente, curato nei minimi dettagli, in cui ogni singola inquadratura, ogni minimo movimento di macchina ha un suo senso perfetto e meraviglioso. Ha forse il solo “difetto” di dare davvero tanto per scontato e pretendere attenzione vispa e solida da parte dello spettatore fin dal primo minuto, ma vale ogni sforzo che richiede.

Üç maymun (Turchia)
di Nuri Bilge Ceylan
con Yavuz Bingöl, Hatice Aslan, Ahmet Rifat Sungar
Premio alla regia

Le solite storie da film festivalieri, con donne disposte a tutto per il bene del proprio figlio e mariti che faticano un po’ ad accettare fino a dove possa giungere questo “tutto”. Girato davvero bene, poco da dire, da vedere è proprio una goduria. Però ‘sto premio mi sembra un po’ un voler accontentare tutti e – questo sì – che non sia andato a Sorrentino fa un po’ ridere.

Waltz With Bashir (Israele, Francia, Germania)
di Ari Folman
Un soldato israeliano che ha assistito al massacro di Sabra e Shatila ha rimosso dalla memoria l’accaduto, fino al punto di non avere più certezze sulla sua reale partecipazione. Per cercare di mettere assieme i ricordi, decide di incontrare le persone che si trovavano in Libano con lui e farsi raccontare la loro versione dei fatti. Ne nasce una specie di interessante e toccante documentario realizzato sotto forma di cartone animato. Ritmi blandi, molto dialogo, qualche passaggio davvero evocativo, una voglia di “far poesia” a tutti i costi che a tratti mi ha lasciato perplesso, una colonna sonora magari un po’ fuori posto e più adatta a un film d’azione americano, ma anche tanta capacità di colpire allo stomaco con forza e impeto. La parte finale, nella quale finalmente il protagonista recupera i ricordi e l’animazione lascia spazio ad immagini di repertorio, lascia di sasso. Agghiacciante.

Fuori concorso
Sangue pazzo (Italia)
di Marco Tullio Giordana
con Monica Bellucci, Luca Zingaretti, Alessio Boni

Marco Tullio Giordana deve aver perso il senno da qualche parte durante la lavorazione di La meglio gioventù e non sembra essere in grado di riprendersi. Con quella precedente produzione, Sangue pazzo condivide la natura televisiva del progetto e l’impressione che sepolto lì sotto ci sia un gran regista non in grado di esistere fino in fondo. Ma mentre la saga dei Carati aveva il problema di perdere mano a mano coesione e, dopo una bellissima prima parte, sfaldarsi sempre più, questo Sangue pazzo è un’opera schizofrenica, fatta di clamorosi alti e bassi. Il melodramma, che dovrebbe fare da motore alla vicenda, funziona davvero poco, vuoi per una scrittura abbastanza debole dei personaggi, vuoi per le prove poco convincenti di buona parte degli attori, vuoi perché la Bellucci azzecca due espressioni in croce su 150 (centocinquanta!) minuti. A funzionare meglio è lo sguardo sulla grettezza a cui la guerra è capace di condurre, con scoppi di forza drammatica improvvisi e che ogni tanto colpiscono allo stomaco, nonostante un fastidioso retrogusto di maniera e di posticcio. Due ore e mezza che vanno via abbastanza tranquillamente, va detto, ma non dicono nulla di nuovo e quel che dicono lo dicono pure maluccio. E l'”amichevole partecipazione” di Lo Cascio è davvero buttata lì, sembra un cameo da film di John Landis.

Un Certain Régard
Tulpan (Germania, Svizzera, Kazakistan, Russia, Polonia)
di Sergey Dvortsevoy
con Ondas Besikbasov, Samal Esljamova, Askhat Kuchencherekov
Vincitore della sezione Un Certain Régard

Un affascinante e divertente viaggio nella vita selvaggia di una famiglia kazaka. I dubbi, le speranze, i desideri e i difficili rapporti famigliari. Film standard da festival, silenzi, macchina da presa ferma, drammi quotidiani dallo scarso impatto melodrammatico. Però bello.

Quinzaine des Réalisateurs
Acné (Uruguay, Argentina, Spagna, Messico)
di Federico Veiroj
con Alejandro Tocar, Julia Català

Un bel filmetto sulla vita di un adolescente brufoloso e un po’ sfigato alla disperata ricerca del suo primo bacio (per il sesso si è già abbondantemente provveduto a colpi di prostitute). Simpatico e tenero, forse un filo ripetitivo, ma interessante per come riesce a raccontare la solita storiella in maniera tutto sommato inedita.

Eldorado (Belgio, Francia)
di Bouli Lanners,
con Bouli Lanners, Fabrice Adde
Premio Label Europa Cinemas

Divertente road movie che mette assieme un’improbabile coppia di pseudo amici improvvisati: un burbero bestione e una specie di sfigatissimo ladro/tossico colto con le mani nella marmellata. I due s’imbarcano in un viaggio alla ricerca di genitori perduti e raccontano allo spettatore una faccia di Belgio affascinante ed evocativa. Risate e un po’ di malinconia. Quando sono passato a Brusselles c’erano manifesti dappertutto: fanno bene, è un bel film.

The Pleasure of Being Robbed (USA)
di Josh Safdie
con Eléonore Hendricks, Josh Safdie

Uno sguardo ammosciato e spento nella vita di una tizia che tira a campare rubando a destra e a manca. Piatto, monocorde, banale e “festivaliero” nel peggiore dei modi possibili. Un lancinante mattone sui testicoli.

Ecrans Junior
Diari (Italia)
di Attilio Azzola
con Roisin Greco, Amine Slimane, Antonio Sommella, Manuel Ferriera, Maria Teruzzi, Matilde Pezzotta, Joseph Scicluna, Monica Barbato, Davide Lottfalla, Luca Sonetti,
Sonny Aro, Elena Lolli, José Alberto Beltran Madalenguitia
Vincitore della sezione Ecrans Junior

Tre storie di varia gioventù (ma non solo) italiana, raccontate per immagini e tramite le parole scritte sui diari dei protagonisti. Un film d’esordio realizzato con quattro soldi, una produzione indipendente firmata da un regista che – dice – fino all’altro ieri si faceva le rassegne da spettatore e sognava di prendere in mano una macchina da presa. Dopo dieci minuti di film stavo cercando una corda con cui impiccarmi, ma alla fine ho deciso di aspettare e dare fiducia, facendo tutto sommato bene. La natura un po’ amatorial-televisiva non se la scrolla di dosso fino alla fine, ma piano piano il racconto prende forma e fanno capolino una manciata di trovate divertenti e personaggi gradevoli. Certo, c’è del poetismo un po’ forzato e a conti fatti si vede poco di davvero “nuovo” ma, considerando i mezzi con cui sembra essere stato girato, poteva andare ben peggio.

Cannes 2007

Edizione in formato estremamente ridotto per gli Addams, complici il fatto che potevamo frequentare solo gli spettacoli serali, l’improvvida scelta di andare all’Heineken Jammin’ Festival e lo scazzo che mi ha portato a pisciare gli spettacoli pomeridiani anche di domenica. Comunque, questi sono gli otto film che ho visto:

Concorso
4 mesi, 3 settimane e 2 giorni (4 luni, 3 saptamani si 2 zile) (Romania)
di Cristian Mungiu
con Laura Vasiliu, Anamaria Marinca, Vlad Ivanov, Alexandru Potoceanu
Palma d’oro

4 mesi, 3 settimane e 2 giorni è il primo episodio del progetto Ricordi dell’età dell’oro, che mira a raccontare il comunismo in Romania tramite le (più o meno) leggende urbane e le persone comuni che le vivevano da protagonisti. In questo caso si parla di aborto clandestino, e lo si fa con un taglio estremamente verace, terra terra, tutto puntato alla visione in prima persona della protagonista (la compagna di stanza di una ragazza che si sottopone ad aborto). Mungiu segue il personaggio “selezionato” e ci racconta una storia cruda, crudele, angosciante, dal suo solo punto di vista. Lo spettatore si trova così a seguirla nella sua triste e insopportabile giornata, vivendo con lei l’angoscia di non sapere cosa succede alla sua amica. Il film è ben raccontato, soprattutto grazie a dialoghi molto credibili nella loro sciatta banalità, ma – esattamente come il cinema dei Dardenne a cui molti l’han paragonato – non è proprio il mio genere. Detto questo, vado forse un po’ controcorrente, ma dico che preferisco di gran lunga questo a L’enfant (Palma d’oro a Cannes 2005).

Un Certain Régard
Il viaggio del palloncino rosso (Le voyage du ballon rouge) (Francia/Taiwan)
di Hou Hsiao Haien
con Juliette Binoche, Simon Iteanu, Fang Song

Ok, lo ammetto, ho capito come buttava nel giro di dieci minuti, ho appoggiato la testa sulla spalla della Rumi e mi sono addormentato. Quando ho riaperto gli occhi era passata quasi un’ora, eppure nel film doveva ancora succedere qualcosa. Non ci posso fare niente, a me non interessa guardare due ore di gente che si fa i cazzi suoi, in casa, senza che accada non dico qualcosa di interessante, ma anche solo qualcosa. E Juliette Binoche non sta invecchiando bene. Eppure ‘sto film su imdb ha già una media bella alta (certo, su nemmeno venti votanti). Bah…

Quinzaine des Réalisateurs
Smiley Face (USA)
di Gregg Araki
con Anna Faris, Danny Masterson, Adam Brody

Tre anni dopo lo splendido Mysterious Skin, Gregg Araki torna alla ribalta con un filmetto divertente, una scemenzuola che racconta la giornata di una ragazza fatta, strafatta e fattissima e le mille disavventure che le possono capitare se, per sbaglio, finisce per essere mostruosamente più fatta del solito. La mano di Araki c’è, nell’uso dei colori, nella capacità di mettere assieme immagini evocative anche mentre racconta una fesseria del genere, ma il film è davvero poco più che un divertissement. Esilarante per una buona mezzora, alla lunga mostra un po’ la corda, anche se fino all’ultimo secondo riesce a tirare fuori qualche trovata davvero gustosa. E, mi dicono, sotto certi aspetti è davvero realistico.

Concorso
Lo scafandro e il papillon (Le scaphandre et le papillon) (Francia/USA)
di Julian Schnabel
con Mathieu Amalric, Emmanuelle Seigner
Premio per la miglior regia

Sette anni dopo l’interessante Prima che sia notte (Venezia 2000), Schnabel ritorna con una bella prova di regia, davvero giustamente premiata. Lo scafandro e il papillon racconta della malattia di Jean-Dominique Bauby, editor di successo della rivista francese Elle, che a quarantacinque anni subisce gli effetti di un improvviso e devastante attacco, capace di punirlo con una paralisi quasi totale. Da quel giorno in poi, Bauby potrà muovere solo l’occhio sinistro, che imparerà a usare per comunicare col mondo e, addirittura, scrivere un libro che racconti la sua esperienza (e da cui è tratto il film). Schnabel racconta una discreta fetta di storia in prima persona, mostrandoci gli eventi tramite lo sguardo del protagonista, con un risultato straniante, certo imperfetto per i limiti del mezzo, ma incredibilmente efficace. E anche nel momento in cui decide di abbandonare l’esercizio di stile, confeziona un film notevole per asciuttezza, coinvolgimento, capacità di colpire dritto al bersaglio senza scivolare nel patetismo.

Concorso
We Own the Night (USA)
di James Gray
con Joaquin Phoenix, Mark Wahlberg, Eva Mendes, Robert Duvall

James Gray “nasce” registicamente nel 1994 con Little Odessa, un film sulla mafia russa che non ho mai visto, ma che ricordo molto celebrato. Passano sei anni e dirige The Yards, con Mark Wahlberg e Joaquin Phoenix, anche quello mai visto dal sottoscritto. Passano altri sei anni (facciamo sette) e dirige un film sulla mafia russa con Mark Wahlberg e Joaquin Phoenix. Un regista versatile, attivissimo e pieno di idee, insomma. Comunque, We Own the Night sembra un film scritto dal fratello scemo di Martin Scorsese (un po’ come gli ultimi di Martin Scorsese) e diretto dal cugino stordito di Martin Scorsese (e questo, via, non si può proprio dire neanche degli ultimi, di Martin Scorsese). Un’epica (ma dove?), commovente (ma quando?), emozionante (certo, come no) e avvincente (ma per favore) storia di mafia, polizia, infiltrati, tradimenti, controtradimenti, amori, droga, amicizie, famiglia. Una regia a tratti imbarazzante e a tratti, per esempio con l’inseguimento in macchina, inspiegabilmente splendida. E nient’altro, al di là di Joaquin Phoenix che infila la mano nelle mutande di Eva Mendes.

Concorso
Persépolis (Francia)
di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud
con le voci di Chiara Mastroianni, Catherine Deneuve, Danielle Darrieux, Simon Abkarian
Premio della giuria

Tratto dallo splendido e omonimo fumetto, Persépolis racconta in prima persona la vita dell’autrice Marjane Satrapi, divisa fra Francia e Iran, desideri e speranze da adolescente qualunque e difficile realtà della vita in un paese in guerra, affetto per la propria famiglia e ricerca dell’amore. Un racconto delizioso, ironico, graffiante, molto fantasioso e allo stesso tempo tremendamente ancorato alla realtà. L’edizione animata è fedelissima al fumetto per tratto, atmosfere e spirito, pur concedendo ovviamente qualcosa sul piano narrativo nel passaggio dalle centinaia di pagine alla novantina di minuti.

Un Certain Régard
Mio fratello è figlio unico (Italia)
di Daniele Luchetti
con Elio Germano, Riccardo Scamarcio, Diane Fleri

Di Luchetti in passato ho visto solo La scuola e, dopo una dozzina d’anni, devo dire che ne conservo ancora un buon ricordo. Così come penso conserverò un buon ricordo di questo ennesimo racconto di formazione, che esplora la vita di un ragazzo tirato dentro il caos ideologico, politico, sociale degli anni sessanta e settanta. Il rapporto col fratello attivista di sinistra e con la famiglia tutta, la scoperta dell’amore, l’indecisione ideologica e tutti i soliti argomenti trattati da questo genere di film. Nulla di nuovo e, soprattutto, nulla di particolarmente coraggioso, senza particolari idee o prese di posizione. Ma un film piacevole, divertente, che scorre via e merita la visione anche solo per le belle prove di Angela Finocchiaro e di uno strepitoso Elio Germano (che, diciamocelo, caga in testa al pur efficace Scamarcio).

Concorso
Paranoid Park (Francia/USA)
di Gus Van Sant
con Gabe Nevins, Daniel Liu, Taylor Momsen
Premio speciale per il 60° anniversario a Gus Van Sant

Gus Van Sant, c’è poco da fare, non è proprio nelle mie corde. E la cosa è tanto più evidente se penso che l’unico suo film (dei pochi che ho visto, va detto) ad avermi davvero soddisfatto è Good Will Hunting, quello probabilmente meno “suo” e più marchettaro. Comunque, con Paranoid Park siamo anni luce sopra a quella roba insopportabile di Last Days, vista sempre a Cannes due anni fa. Perlomeno c’è un personaggio con un minimo accenno di spessore, c’è una vicenda vagamente interessante, ci sono delle trovate di regia che sembrano avere senso. Epperò c’è anche la solita, insopportabile, sensazione che se ne potesse tirar fuori un mediometraggio, invece di un’ora e mezza che pesa come quattro. E poi, c’era davvero bisogno di menarsela con l’ennesimo film dalla scansione temporale scombinata, per raccontare di questo ragazzino sminchiato e sminchiatello, primattore in una tragedia da bassa periferia americana? No, perché cosa sia realmente accaduto lo si capisce dopo cinque minuti, e a quel punto il racconto incasinato serve solo a rompere i coglioni.