Archivi categoria: Festival du Film Coréen à Paris 2014

The Divine Move

Sin-ui Hansu (Corea del Sud, 2014)
di Beom-gu Cho
con Kil-Kang Ahn, Sung-kee Ahn, Choi Jin-Hyuk 

Mi sono presentato in sala per The Divine Move non sapendo bene cosa aspettarmi (Un film d’azione basato sul go? Wat?) e ne sono uscito urlando FILM FIGATISSIMA e decidendo che per me il festival del cinema coreano di quest’anno si doveva chiudere qui, su questa nota d’esaltamento. Cose che capitano. Comunque, sì, The Divine Move è esattamente quella cosa lì: un film sul go, sulle pizze in faccia e sulle coltellate in pancia. È anche un film privo di vergogna, che si prende brutalmente sul serio – pur senza rinunciare a qualche gag – nell’utilizzare personaggi come il giocatore di go cieco, quello con un uncino al posto della mano e il bambino fenomeno, ma in fondo è divertente anche per questo. Racconta di un professionista del go un po’ sfigato che viene invischiato dal fratello nel mondo del gioco d’azzardo e finisce per questo malissimo, ma s’incazza a morte e torna with a vengeance. E da lì diventa quindi una specie di mix fra l’heist movie in stile Ocean’s Eleven, con la banda di tipi pittoreschi messa assieme per piantarla in quel posto ai cattivoni all’insegna dello stile da gran signori. Però col go. E con delle scene d’azione spettacolari, brutali, in cui è difficile non notare almeno un po’ d’influenza da parte di The Raid. E con un montaggio di allenamento esaltante in stile Rocky che alterna partite a go e cazzotti FORTISSIMI. In prigione. È meraviglioso.

Da un certo punto di vista, lo si potrebbe descrivere come una specie di Casino Royale con il go al posto del texas hold’em, in cui però le scene d’azione sono molto più spettacolari e brutali e nel quale – trattandosi di cinema orientale – non si perde tempo a far gli spiegoni sulle regole del gioco. Fra gli apetti più affascinanti del film, per altro, c’è il modo in cui il racconto è totalmente immerso nella disciplina di cui parla. The Divine Move non è semplicemente un film di pizze in faccia la cui trama sfrutta il go come fumoso pretesto, tutt’altro. Ci sono diverse partite al centro dell’azione, tutte raccontate in maniera assurdamente efficace e capaci di coinvolgermi nonostante, di fatto, io non capisca una sega di go e mi rendessi conto di come stavano procedendo le cose solo sulla base della messa in scena. Cosa che, per altro, è un risultato mica da ridere. Poi, certo, non ho idea di quanto siano realistiche, ma posso dire che il regista, presente in sala, ha sottolineato di essersi avvalso della consulenza di giocatori professionisti (ed essersi beccato qualche critica per la luce negativa che il film getta sul mondo del Go).

E mica finisce qui: tutto il film è diviso in capitoli i cui titoli riflettono le diverse fasi di una partita a go e gli stessi personaggi si punzecchiano spesso facendo paralleli con mosse e situazioni tipiche della disciplina. Insomma, The Divine Move è un film assolutamente godibile e divertente anche per chi non sa nulla di go, ma se conosci l’argomento, a occhio, mi sa che ti diverti il doppio. Se invece non lo conosci, ti godi comunque una bombetta dal gran ritmo, seppur forse con un breve momento di stanca subito prima del gran finale, che si porta in dote la solita estetica vibrante da film di genere coreano e con due o tre scene d’azione spettacolari, brutali, violente, che ti fan venire voglia di saltellare tutto contento sul seggiolino del cinema. Apposto.

Il film ha riscosso un discreto successo in patria, è stato distribuito negli iuessei (e in Canada!) e si sta girando un po’ di festival europei. Quindi, tutto sommato, dovrebbe essere reperibile.

Roaring Currents

Myeong-ryang (Corea del Sud, 2014)
di Han-min Kim
con Min-sik Choi, Seung-Ryong Ryoo, Ryu Seung-Ryong

Roaring Currents racconta la battaglia navale di Myeongnyang, una fra le più grandi vittorie del leggendario ammiraglio Yi Sun-sin, costretto ad affrontare centinaia d’imbarcazioni dell’invasore nipponico avendo a disposizione solo una dozzina di navi. Praticamente sono le Termopili (navali) della Corea, o giù di lì. E, a occhio, si tratta di un evento storico particolarmente sentito da quelle parti, se consideriamo che il film di Han-min Kim ha sfracellato tutti i record del cinema coreano, superando anche l’ex capoclassifica The Host e diventando, semplicemente, il film più visto della storia da quelle parti, anche al di sopra del colosso hollywoodiano Avatar. È il primo film di sempre a far staccare oltre quattordici milioni di biglietti nei cinema della penisola a mandorla e ha finito per superare addirittura quota diciassette milioni. Insomma, è andata bene.

Al centro del film c’è l’ammiraglio in questione, interpretato da un Choi Min-sik un po’ diverso da quello a cui siamo abituati, impegnato a ritrarre un guerriero stanco, affaticato, rimesso al comando della sua flotta in situazione d’emergenza, dopo essere stato imprigionato e torturato dal suo popolo per essersi fatto fregare da una spia giapponese infiltrata fra i propri ranghi. Ne viene fuori un personaggio forte e problematico, ma comunque nel contesto del classico film storico che tende a esaltare il portato eroico dei suoi protagonisti e a dipingere gli invasori come una banda di cattivacci senza pietà. Nonostante questo, o forse proprio per questo, finiscono per risultare più interessanti i comandanti della flotta giapponese, impegnati in un delicato equilibrismo legato ai rapporti di forza di una flotta composta tanto da equipaggi “ufficiali” quanto da pirati tirati in mezzo per l’occasione.

Quel che ne viene fuori è fondamentalmente un melodrammone storico molto classico, con bene o male tutte le svolte narrative che è lecito attendersi, fra traditori, discorsi alle truppe, drammatici imprevisti, morti eroiche e l’inevitabile coppia di innamorati tragicamente separata dagli orrori della guerra. Il melodramma, come in ogni film coreano che si rispetti, è spinto all’eccesso, a tratti forse un po’ oltre i limiti del tollerabile, ma a tenere alta l’attenzione nella prima metà di film ci pensano comunque un taglio sufficientemente brutale e, soprattutto, la natura pittoresca dei personaggi, inevitabilmente affascinanti per il mio occhio occidentale. Poi, però, comincia la battaglia e, per la miseria, prevedibile o meno, nonostante un uso del computer non sempre impeccabile, è un’ora abbondantissima di scontro senza tregua, brutale, esplosivo, trascinato da una colonna sonora roboante, sufficientemente realistico (o credibile, via) nello sviluppo degli scontri, caricato da scontri all’arma bianca di massa molto ben coreografati e coinvolgente come poche cose. A un certo punto, in un momento di pausa dopo che sullo schermo era successo veramente di tutto, ero talmente carico che volevo alzarmi in piedi sui seggiolini del cinema in stile Benigni e mettermi a incitare la folla urlando “Libertà”, mentre mulinellavo una spada tagliando teste come se fossero fiorellini. E c’era ancora mezz’ora buona di battaglia in arrivo. Bene così, insomma.

L’ho visto al festival del cinema coreano qua a Parigi e al momento non mi risulta prevista una distribuzione capillare in giro per il mondo. Detto questo, il film è andato discretamente bene anche nel passaggio “limitato” negli USA, quindi magari non è da escludere che prima o poi si manifesti.

The Terror Live

Deu tae-ro ra-i-beu (Corea del Sud, 2013)
di Byeong-woo Kim
con Duek-mun Choi, Jin-ho Choi, Jung-woo Ha

The Terror Live si inserisce per direttissima nel filone dei thriller che vedono il protagonista incastrato in un luogo per mano di un terrorista che lo tiene in scacco, infilandosi nel sottofilone in cui l’eroe è in quasi costante comunicazione telefonica col cattivissimo e spingendosi fin là dove si nascondono i protagonisti che, di fondo, poi tanto eroici non sono. La storia racconta infatti di un ex anchorman televisivo caduto in disgrazia e ridottosi a condurre uno show radiofonico un po’ sfigato, che riceve un bel giorno una telefonata in diretta da parte di un sedicente bombarolo. Ovviamente non gli crede, ma quando salta per aria il ponte Mapo a due passi dagli studi le cose cambiano e, soprattutto, il conduttore si rivela meschino arrampicatore: tiene nascosti i fatti per avere l’esclusiva e manipola la situazione per riuscire a garantirsi un ritorno in TV. Ovviamente le cose non andranno esattamente come aveva pianificato.

Il secondo film di Byeong-woo Kim si sviluppa completamente all’interno dell’edificio che ospita l’emittente e, se escludiamo qualche divagazione per corridoi, la macchina da presa se ne sta tutto il tempo all’interno dello studio di registrazione. Gli unici scampoli di esterni arrivano attraverso il punto di vista del protagonista, che può lanciare lo sguardo fuori tramite le finestre o guardandosi eventuali riprese televisive. Non si tratta certo di un’idea particolarmente innovativa, per questo tipo di film, ma il regista mette bene in scena le cose e riesce a trascinare nella situazione claustrofobica raccontata. Più in generale, vale bene o male lo stesso discorso di “solita storia, ma ben realizzata” per l’intero film, che si sviluppa secondo i canoni di questo tipo di racconto e ci porta quindi pian piano a scoprire le intenzioni del terrorista, a scavare nella personalità non proprio adorabile dell’antieroe e a scoperchiargli davanti i vari scheletri nell’armadio.

Ci sono però un paio di aspetti in cui The Terror Live va un po’ oltre quel che solitamente il cinema occidentale riesce ad offrire in questo filone. Tanto per cominciare, il protagonista è davvero un gran bel pezzo di fetente e in linea di massima un po’ tutti quelli che gli stanno attorno non è che siano poi molto meglio. Il mondo della televisione e quello della politica vengono raccontati come un tripudio di nefandezza e sebbene, per carità, sia tutto abbastanza tagliato con l’accetta, è comunque piacevole vedere un accenno di riflessione sulle condizioni della Corea del Sud moderna e un personaggio che, nonostante un arco narrativo che gli garantisce un minimo tentativo di redenzione, non si trasforma da fango umano a eroe per tutta la famiglia. Inoltre, da bravo regista asiatico, Byeong-woo Kim non si fa problemi ad ammazzare personaggi che magari altrove si sarebbero salvati per il rotto della cuffia e butta lì con nonchalance una conclusione non esattamente all’insegna del lieto fine. Aggiungiamoci alcune trovate molto riuscite, come il gioco di sottotesti nella conversazione in diretta fra il protagonista e la sua ex moglie, che riescono a dirsi quel che vogliono camuffando il tutto da normali scambi fra cronisti in diretta, e il risultato magari non è un capolavoro, ma è un film divertente, dal gran ritmo e che sostanzialmente funziona.

In patria è stato distribuito l’anno scorso e ha riscosso un discreto successo, anche a sorpresa, considerato che è arrivato nei cinema nello stesso giorno di Snowpiercer e che ha dovuto pure fare a schiaffi con diversi blockbuster di provenienza hollywoodiana. In occidente si è fatto il giro di qualche festival (compreso il Far East di Udine) ed è pure finito in un numero limitato di sale nordamericane. A occhio, direi che è reperibile. Poi vai a sapere.

Broken

Bang-hwang-ha-neun kal-nal (Corea del Sud, 2014)
di Jeong-ho Lee
con Jae-yeong Jeong, Sung-min Lee, Jun-Young Seo

Broken è il secondo adattamento cinematografico del romanzo The Hovering Blade, scritto dal giapponese Keigo Higashino e già arrivato sul grande schermo in una produzione nipponica del 2009. Higashino gode, a quanto pare, di un discreto successo in Corea del Sud, se consideriamo che questo è il terzo film coreano tratto dalle sue opere nel giro di cinque anni, ma del resto si parla di vendetta, che non è esattamente un tema raro in quella cinematografia. Ad occuparsene è Jeong-ho Lee, che torna alla regia dopo l’esordio di quattro anni fa e firma un’opera coinvolgente, dalla grande forza emotiva, che perde forse un po’ di ritmo nella seconda parte ma merita comunque una chance. A patto di non essere allergici all’estremizzazione del dramma che si manifesta per forza di cose quando un film coreano si mette a parlare di padri incazzati per la perdita della prole e, in generale, all’idea di trascorrere un paio d’ore immersi nella depressione più spinta.

La storia racconta, per l’appunto, di un padre vedovo che si ritrova improvvisamente ad affrontare un nuovo, devastante, lutto quando la figlia adolescente finisce preda di un circoletto di simpatici coetanei dalle abitudini poco simpatiche. Il padre finisce per mettersi alla ricerca dei colpevoli e, quando li trova, non li tratta esattamente coi guanti. Scatta quindi la doppia caccia, con la polizia che cerca di trovare l’assassino rimasto in vita ma anche il padre trasformato in omicida, l’uomo in questione che prosegue nella sua ricerca senza essere al corrente della situazione generale e il ragazzino colpevole che non ha la minima idea di cosa stia per piombargli in testa. Parte del fascino del film sta in questa struttura particolare con cui si sviluppano gli eventi, ma in realtà Broken si distacca dalla struttura del classico revenge movie pieno di morti ammazzati per mettersi soprattutto a chiacchierare di società, legalità e del mondo brutto in cui viviamo, oltre che per affondare le mani nella disperazione di un padre finito all’inferno.

Fra i temi proposti c’è il continuo interrogarsi sul modo in cui la legge coreana tratta i crimini dei minorenni e la facilità con cui possono passarla relativamente liscia anche dopo aver commesso gli atti più truci. La cosa viene sfruttata molto bene soprattutto per raccontare una storia senza caratterizzazioni facili, in cui il padre protagonista non viene certo tratteggiato come eroe con cui simpatizzare e tutto si sviluppa all’insegna del cupo malessere. Non ci si trova, come in altri film, a tifare per il protagonista in cerca di vendetta e, anzi, tutto è raccontato in modo da comunicare alla perfezione il disagio e l’insensatezza di una situazione da cui non c’è una via d’uscita che possa donare pace. Tutti fanno quel che sentono di dover fare, nessuno riesce davvero a trarne soddisfazione, al massimo punizione e senso di colpa. Broken è un film che affronta il tema della vendetta in maniera intelligente, ricca di spunti e molto meno banale del solito. Ah, ed è anche messo in scena con una notevole cura per l’immagine e degli attori bravissimi. E buttali.

Oltre che, ovviamente, in Corea del Sud e in Giappone, il film si è fatto un giro a distribuzione limitata anche negli USA, quindi dovrebbe essere più facilmente reperibile di molti altri.

A Hard Day

Kkeut-kka-ji-gan-da (Corea del Sud, 2014)
di Seong-hoon Kim
con Lee Sun Gyun, Cho Jin-Woong, Man-shik Jeong

A Hard Day è uno spacco. E potrei chiuderla qui, anche perché, big surprise, si tratta dell’ennesimo poliziesco coreano talmente carico di svolte a sorpresa, capovolgimenti di fronte, inversioni di marcia e tripli finali arrotolati su loro stessi che diventa difficile parlarne in maniera approfondita senza svelare troppo. Ma insomma, per l’ennesima volta, proviamo a dire quel che si può dire. Lo spunto di partenza vede il poliziotto protagonista alle prese con un imprevisto mica da ridere: sta guidando in piena notte, diretto al funerale della madre, e per sbaglio investe una persona. Non sapendo bene come gestirsela, decide di nascondere il cadavere e dà inizio a un delirio di conseguenze che andrà in realtà a protrarsi ben oltre la giornata tosta del titolo.

Le cose si sviluppano in maniera travolgente, con casini che esplodono uno dietro l’altro, mescolando i toni da poliziesco con quelli del film d’azione e della commedia. Da un lato c’è un cast di protagonisti interamente costituito da poliziotti corrotti, senza un singolo personaggio realmente positivo e con un cattivo che è tale solo perché è impegnato a rendere un inferno la vita del protagonista ed è, sostanzialmente, del tutto fuori di cozza. Al di là dello spunto di partenza, la storia si sviluppa fra misteri, ricatti, omicidi e confronti brutali, con anche un paio di scene d’azione abbastanza azzeccate e uno scontro finale meraviglioso per il modo in cui mescola la brutalità delle pizze in faccia con l’assurda comicità della maniera impacciata in cui gli antagonisti si danno addosso.

E la comicità è l’altro aspetto azzeccatissimo del film, perché i modi in cui il protagonista tenta di risolvere i suoi guai hanno degli sviluppi che fanno ammazzare dal ridere, con menzione particolare proprio per la scena del funerale della madre, che si svolge mentre lui è ancora alla prese con il cadavere del tizio investito. Al contrario di quanto magari avvenga in altri film, poi, il mix di comicità, azione e tensione è gestito a meraviglia e tutti gli elementi funzionano perfettamente, anche grazie alla bravura degli attori. Lee Sun Gyun, il protagonista, è perfetto tanto nei momenti più seriosi, quanto nella gestione deti tempi comici, e Cho Jin-Woong è un cattivo surreale, potente, del tutto fuori di cozza e divertentissimo. Insomma, A Hard Day è uno spacco.

Al momento mi risulta uscito solo in patria, dove è stato un successone a sorpresa, però s’è fatto il giro di svariati festival occidentali (fra cui quello di Cannes) e a gennaio arrvierà al cinema in Francia, quindi non è da escludere che goda di una distribuzione un po’ più ampia. Oppure, alla peggio, fanno il solito remake americano. Vai a sapere.

Intruders

Jo nan-ja-deul (Corea del Sude, 2014)
di Young-Seok Noh
con Suk-ho Jun, Tae-kyung Oh

Eliminiamo subito eventuali dubbi: questo Intruders qua non è il remake coreano di quell’Intruders con Clive Owen che non ho mai visto ma di cui ho letto piuttosto male in luoghi mediamente affidabili. Ora, intendiamoci, non è che leggendo Intruders sul programma del festival del cinema coreano abbia subito pensato “Toh, ma pensa, un remake di quel film là con Clive Owen!”, però poi ci sono incappato su IMDB e ho pensato che fosse meglio precisare. Certo, di solito sono gli occidentali a rifare i film orientali, ma viviamo pur sempre in un’epoca che ha visto emergere nei cinema orientali il remake giapponese di Gli spietati (e pare sia pure bello), quindi non ci sarebbe neanche poi troppo da stupirsi, no? Ad ogni modo, la verità è che sto cazzeggiando sulla fascia perché Intruders è un altro film di cui è difficile parlare a fondo senza svelare elementi della storia che, tutto sommato, è bello scoprire guardandosi il film. Ma proviamoci.

Lo spunto di partenza non è esattamente un tripudio di originalità. C’è un uno scrittore un po’ sfigatello che decide di andarsene in una casa isolata in montagna per lavorare in tranquillità e completare la sceneggiatura su cui sta lavorando. Durante il viaggio in autobus verso il luogo disperso nella neve, si trova a chiacchierare con un paesano eccessivamente gentile, un po’ invadente, quasi inquietante, che spinge lo spettatore a chiedersi se sia squilibrato. Non bastasse lui, nelle prime fasi di permanenza il nostro amico avatar del regista e sceneggiatore Young-Seok Noh incontra prima dei cacciatori locali altrettanto inquietanti e poi un gruppo di giovani turisti che decidono di insediarsi nelle casette lì attorno. C’è davvero qualcosa di cui preoccuparsi o in realtà è tutta gente tranquilla? Nel dubbio, verso metà film scatta il primo morto ammazzato e da lì in poi è tutto un dubitare di chiunque si presenti davanti alla macchina da presa, fino alle rivelazioni finali.

A rendere Intruders interessante non è tanto quel che succede, onestamente visto mille volte, ma come e perché avviene. Le montagne in cui è ambientato il film non vengono messe in scena con la solita estetica colorata e sfolgorante del cinema di genere coreano, anzi, Young-Seok Noh punta invece al realismo e ai toni sporchi. Lo stesso approccio è evidente nella caratterizzazione dei personaggi, una banda di anime semplici e meschine che, sarà la neve, mi ha ricordato un po’ quella volta che anche i fratelli Coen ci raccontarono di gente meschina immersa nel bianco. Il film si sviluppa costruendo la tensione con calma, senza ricorrere praticamente mai alla violenza esplicita, puntando un sacco sull’umorismo che deriva dall’inadeguatezza del protagonista e tutto sommato alimentando a sufficienza la curiosità di capire cosa stia accadendo. Ma il punto esclamativo ce lo mette uno strato di satira sociale che sostanzialmente getta fango su ogni singolo personaggio (e, quindi, sul popolo sudcoreano), si lega a doppio filo alla rivelazione finale e lascia forse un po’ addosso l’impressione che, da occidentale, sia difficile capire fino in fondo di cosa parli questo film.

Inoltre c’è la classica scena da film orientale in cui mangiano come delle fogne e m’è venuta voglia di andare al mio ristorantino coreano a spararmi i miei soliti calamari. Vado, eh.

Hwayi: A Monster Boy

Hwayi: Gwimuleul samkin ahyi (Corea del sud, 2013)
di Joon-Hwan Jang
con Yun-seok Kim, Jin-gu Yeo, Jin-woong Jo

Dieci anni dopo il film di culto Save the Green Planet!, Joon-Hwan Jang dirige la sua seconda opera andando in una direzione completamente diversa e inserendosi nella tradizione dei melodrammoni coreani a sfondo criminale. Non che io mi possa definire un esperto di questo presunto filone, però diciamo che i tratti ricorrenti mi sembrano esserci tutti: c’è una discreta dose di violenza, ci sono un paio di solide scene d’azione, con menzione particolare all’inseguimento in macchina verso metà, c’è una dose brutale di melodramma e c’è una durata forse un po’ eccessiva, con una parte finale che si trascina abbastanza oltre il dovuto. Insomma, Hwayi è quel genere di film lì, con quella strepitosa cura per l’immagine lì, quelle fantastiche facce perfette per il melodrammone poliziesco lì e quel tono in costante gironzolare fra la commedia, il poliziesco e il drammone esagerato lì. Vale a dire un qualcosa che puoi sdoganare quanto vuoi ma che comunque, nei suoi momenti più intensi, difficilmente può non risultare almeno un po’ pacchiano all’occhio occidentale.

Ma d’altra parte, appunto, lo sdoganamento è avvenuto, se vai a vederti un film di questo tipo sai bene o male cosa ti aspetta e si presuppone che tutto sommato ti piaccia. Il film, comunque, si apre alla grande, introducendo in maniera fortissima l’attività di una banda criminale dai comportamenti parecchio brutali e che, fra le sue ultime imprese, può vantare il rapimento di un bimbo e l’aver sfregiato un poliziotto lasciandolo con addosso una rogna fuori scala. Si salta poi in avanti di diversi anni: il bimbo in questione è cresciuto assieme a cinque padri dalla dubbia moralità, i suoi genitori biologici sono ancora in vita, c’è un politicante dalle abitudini criminose e il poliziotto di cui sopra non s’è ancora levato di dosso la rogna. Tutti gli elementi finiscono ovviamente per ricollegarsi fra loro in diversi modi, la tragedia fa ciao ciao con la manina da dietro l’angolo e hilarity ensues.

La storia ruota prevalentemente attorno al rapporto del ragazzino protagonista con il mondo attorno a lui, la masnada di “genitori” che si ritrova, le difficoltà nel relazionarsi con la gente della sua età, varie ed eventuali. Solo che le varie ed eventuali finiscono per scatenare una serie di eventi da cui nasceranno sparatorie, spericolati inseguimenti in macchina, brutali risse a base di coltelli e altre sciccherie del genere. E, niente, ne viene fuori un film dalle svolte narrative divertenti, con dell’azione gradevole, un cast molto ben assortito e una discreta capacità di coinvolgere grazie ai temi che racconta. Insomma, funziona, diverte e a tratti perfino appassiona, nonostante gli sviluppi siano abbastanza telefonati e, come detto, a un certo punto la mariomerolata parta un po’ per la tangente. Ma, insomma, è un film coreano, ormai ci siamo abituati. Bene così.

Se IMDB non mente, al momento il film è stato distribuito solo in Corea del Sud e in un altro paio di nazioni asiatiche. Non sembra essere previsto l’arrivo in Occidente, in compenso è in lavorazione un remake, con la compagnia di produzione coreana coinvolta “per garantire la qualità”. Boh. Ad ogni modo, è il primo film che ho visto al festival del cinema coreano in corso in questi giorni qui a Parigi. Cercherò di scrivere di tutti i film, c’è della bella roba.

La robbaccia del sabato mattina: Out of Office

Dunque, questa settimana c’ho avuto proprio poco tempo a disposizione, più che altro perché negli scorsi tre giorni mi sono diviso fra Game Connection Europe e Festival du Film Coréen à Paris, con il secondo che va avanti fino a martedì. Sono comunque riuscito a buttar fuori un post al giorno perché m’ero portato avanti, ma insomma, oggi mi risulta difficile avere chissà cosa da infilare qua dentro, al di là del fatto che Benedetto come Dottor Strange mi sembra molto adatto, anche se non ho capito se è confermato o no. C’è però il poster qua sopra, saltato fuori nel momento in cui ci hanno segnalato che oggi verrà mostrato per la prima volta il primo trailer di Fast & Furious 7. Anzi, di Furious 7. Ed è ufficialmente fotta. Solo che, appunto, sarà immagino stasera, a meno di leak, quindi boh, vediamo quando salta fuori e com’è. E poi ci sono queste cose qua sotto.

Sbaglio o il tizio in moto con lo scudo sembra avere il braccio meccanico del Soldato d’inverno? Fotta? Fotta. Fotta!

Abbiamo poi il primo trailer di Ex Machina, il nuovo film di Alex Garland con dentro due attori del prossimo Star Wars. Si parla di intelligenze artificiali, ovviamente, è il trailer inquieta e intriga abbastanza. Arriva a gennaio.

A margine, Tim Riggins confermato per la seconda stagione di True Detective. Ci piace.