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I disertori – A Field in England

A Field in England (GB, 2013)
di Ben Wheatley
con Michael Smiley, Julian Barratt, Reece Shearsmith

A Field in England è il nuovo film di Ben Wheatley, talentuoso regista inglese che si è fatto conoscere con la tripletta composta da Down Terrace, The Kill List, e Killer in viaggio, ha poi firmato un episodio dell’antologia horror The ABCs of Death e ha quindi deciso di spiazzare tutti con un quarto film completamente fuori di cozza: un’opera in costume e in bianco e nero, dal budget ridotto, dall’atmosfera teatrale e dalla narrazione totalmente surreale, ambientata ai tempi della guerra civile inglese. Se a questo aggiungiamo che io sono entrato in sala, durante il Fantasy Filmfest di Monaco, senza saperne assolutamente nulla, se non che appunto era il nuovo film di Ben Wheatley, diventa forse possibile immaginare che razza di effetto whaddafuck mi abbia fatto.

La storia racconta di quattro persone, un “royalist” e tre “roundhead”, che fuggono da un campo di battaglia particolarmente sanguinario e si ritrovano unite dal destino, a vagare per le campagne, molto poco interessate a portare avanti il proprio dovere. La cosa, però, prende una piega tutta strana quando si infila nella faccenda il presunto tesoro di un alchimista, per il quale due dei coinvolti hanno lavorato, e lo strano gruppo si mette alla ricerca del bottino. Seguono assunzioni di sostanze allucinogene e un tripudio di visioni mistiche, gente che muore male, svolte narrative insensate e virtuosismi registici.

E proprio il virtuosismo nella messa in scena, forse un po’ fine a se stesso, è la chiave del film, o comunque l’aspetto che più mi è rimasto addosso. Se si toglie quello, A Field in England racconta una storiella semplice e banalotta, seppur interessante e molto classica nel suo provare a parlar di temi universali e moderni tramite uno sguardo rivolto al passato, e anzi finisce per risultare un po’ “antipatico”, o quantomeno pretenzioso, per la maniera criptica, elitaria, con cui si propone. Cosa che per altro credo si rispecchi nella scelta di distribuire il film immediatamente tramite i tre canali, al cinema, in DVD e sulle piattaforme digitali: certamente si tratta di un’opera molto meno accessibile rispetto alle precedenti dello stesso regista. Quando funziona, però, nelle sue scene madri, A Field in England è ammaliante, quasi stordente, grazie certo anche alla bravura degli attori, impegnati in ruoli totalmente sopra le righe e che era facile sbagliare, immersi in una visione del tutto assurda e surreale. Lo consiglio? Boh?

E con A Field in England si conclude, finalmente, la mia rassegna sui film visti al Fantasy Filmfest 2013, il mio terzo e probabilmente ultimo, visto che ho abbandonato le nevose lande di Monaco della Baviera. Non è in realtà l’ultimo film che ho visto alla rassegna, dato che il gran finale è stato offerto da You’re Next, ma su quello ho espresso il dovuto entusiasmo ai tempo dell’uscita italiana. Se volete leggere quel che ho scritto delle tre edizioni del festival che ho seguito, volate a questo indirizzo. Ah, onestamente, dubito che A Field in England possa uscire in Italia, perché è davvero troppo di nicchia e troppo brit nell’anima. Il precedente di Wheatley, però, è il primo dei suoi ad essere arrivato dalle nostre parti, quindi vai a sapere.

Scenic Route

Scenic Route (USA, 2013)
di Kevin Goetz e Michael Goetz
con Josh Duhamel, Dan Fogler

Ho sempre provato un fascino tutto particolare per l’atmosfera straniante che si respira gironzolando nei deserti americani. Ogni volta che mi capita di visitarne uno, e non è che mi capiti proprio tutti i giorni, rimango senza fiato, immerso in quegli spazi infiniti, nella polvere, nel silenzio totale. L’ultima volta che ci sono passato, m’ha perfino preso a più riprese la commozione vera. Una roba che mi fa impazzire, poi, è quando ti metti a guidare e vedi nello specchietto retrovisore la stessa cosa che vedi attraverso il parabrezza: una strada senza fine, che si perde nel nulla attorno. Poi mi piace anche il fatto di stare in maglietta in pieno inverno, un po’ meno il fatto che, se vai nel deserto sbagliato, a ottobre muori di caldo, in estate muori e basta. La prima volta che ci sono andato, nel deserto, ero da solo, in macchina, ed ero pure senza telefono cellulare. Un cretino, insomma. E in effetti uno se lo chiede anche: che succede, se ti ritrovi abbandonato nel deserto, con la macchina in panne e senza connessione telefonica? Verrebbe da dire che, in fondo, sei pur sempre negli Stati Uniti, mica disperso nel cuore di terre inesplorate. Però, ehi, quei deserti sono grandi, e se è vero che in alcune aree c’è continua frequentazione turistica, è vero anche che in altre non passa praticamente mai nessuno. E quindi? E quindi ci facciamo un film, su ‘sta cosa.

Scenic Route è il film d’esordio dei fratelli Goetz ed è il classico film d’esordio di chi vuole subito far colpo con l’idea ganza, senza però avere la pesantezza del regista esordiente che vuole farti vedere quanto è virtuoso nella messa in scena. Il virtuosismo, al massimo, è a livello di sceneggiatura, perché di fatto qua si (non) racconta di due persone ferme in mezzo al nulla, senza niente di particolare da fare, e il tutto sta in piedi solo grazie all’ottima scrittura, alle notevoli interpretazioni e a una regia particolarmente efficace nel suo non mettersi più di tanto in mezzo. Il nucleo della faccenda è il rapporto fra due amici di lunga data che, col passare degli anni, si sono persi di vista. Le loro vite hanno seguito strade diverse, però si ritrovano a fare un viaggio in macchina assieme e, per una serie di motivi che non sto qui a svelare anche se vengono spiegati nel trailer, si ritrovano bloccati in pieno deserto, con la macchina in panne, senza possibilità di chiedere aiuto. Seguiranno litigi, chiarimenti, riappacificazioni, pizze in faccia, tragedie.

A guardare il trailer, viene da pensare che il film prenda in fretta una piega quasi da horror. In realtà non è proprio così ma nonostante questo, per la sua scarsa ora e mezza di durata, Scenic Route riesce a tenere la tensione quasi sempre molto alta, vuoi perché non si dilunga, vuoi perché Duhamel e Fogler sono davvero convincenti, nel tentativo di staccarsi un po’ dai loro soliti ruoli e, soprattutto, di raccontare due persone che si conoscono da sempre, che affrontano rimpianti e rimorsi, che di fondo sono un po’ simboli tagliati con l’accetta di come la vita potrebbe andare a ciascuno di noi. L’unico vero problema di Scenic Route sta nel fatto che trovare il finale giusto per una storia del genere, sia esso lieto, tragico o magari aperto e ambiguo, è praticamente impossibile. O quantomeno è impossibile farlo senza scontentare qualcuno, o magari senza dare l’impressione di non essersi voluti sbilanciare. Non sto qui a dire cosa abbiano scelto i Goetz, dico che il risultato mi è parso convincente nella messa in scena, anche se non mi ha lasciato addosso totale soddisfazione. Però, insomma, magari l’effetto era voluto.

L’ho visto a settembre, al Fantasy Filmfest di Monaco, al cinema e in lingua originale. Se IMDB non mente, al momento è uscito solo negli Stati Uniti e in Australia, direttamente in DVD. Il che significa che comunque in qualche modo lo si può recuperare. Non so quanto tratterrei il fiato sperando in un’un’uscita italiana, ecco.

Tulpa – Perdizioni mortali

Tulpa – Perdizioni mortali (Italia, 2012)
di Federico Zampaglione
con Claudia Gerini, Michela Cescon, Ivan Franek, Federica Vincenti, Nuot Arquint, Michele Placido

Mi risulta difficile capire se, come, quanto e soprattutto perché Tulpa mi sia piaciuto, dato che non sono un grande conoscitore del modello di riferimento, quel giallo all’italiana che tutti rimpiangono e a cui tutti dicono di volere un gran bene. Per carità, i film di Dario Argento li ho visti e li ho amati, per quanto si possa amare della roba che quando sei piccolo fatichi a guardare perché ti angoscia in una maniera tutta strana, destabilizzante e diversa da quella a cui sei abituato e quando sei grande fatichi a guardare perché è tutta strana e invecchiata. Però la mia conoscenza si ferma colpevolmente lì. Toh, c’è qualche visione, sempre da poppante, di quelle robe bruttarelle ma un po’ famose tipo Sotto il vestito niente, cose così, che non so neanche quanto c’entrino. È sufficiente, per apprezzare Tulpa? Immagino di sì, visto che non m’è dispiaciuto, pure lui in una maniera tutta strana.

Di certo, guardandolo, è fin troppo evidente che Zampaglione non stava cercando di fare il film pieno di citazioni, che infila riferimenti da tutte le parti, magari la butta sul ridere e si guarda allo specchio con spocchia. Tulpa è invece uno di quei film che provano davvero ad essere semplicemente e sinceramente ciò che omaggiano. Ed è evidente, mentre lo guardi: l’idea è di realizzare un film di quel genere, come se fosse stato girato in quegli anni. Ovviamente si fa per dire, perché poi lo giri con gli attori di oggi, la consapevolezza di oggi e i mezzi di oggi, infilandoci sicuramente anche tante citazioni che magari io non sono in grado di cogliere, però, per quell’oretta e mezza non mi sono mai innervosito per quell’aria da gomitata nel costato e strizzata d’occhio che in altri film sa diventare davvero fastidiosa. Poi, per carità, magari c’era e non la notavo, but still.

Come operazione in sé, insomma, Tulpa mi sembra molto riuscito, anche se poi magari non è che sia un capolavoro del giallo all’italiana, ma solo uno dei tanti, con la particolarità bizzarria di essere stato realizzato nel 2012. Il problema, casomai, sta nel fatto che aderire con assoluta fedeltà al modello significa proporre una sceneggiatura poveretta e prevedibile anche nei suoi colpi di scena, dei dialoghi e un’atmosfera che vacillano fra la fiction televisiva e il film porno, attori per lo più poco convincenti e un’atmosfera generale spesso in zona ridicolo. Di fatto, Tulpa funziona per davvero a tutto tondo, senza tirare in ballo l’effetto nostalgia, solo quando si butta sulle suggestioni e sull’esplicito: gli omicidi sono forti, sanguinari ed elaborati, le scene di sesso non mancano e la colonna sonora fa decisamente la sua parte. Anche nei suoi momenti migliori, proprio per quel suo gusto così retrò e particolare, è sempre un po’ pericolosamente in equilibrio sull’orlo del ridicolo, e immagino alla fine diventi molto una questione di gusto personale e percezione, però, ecco, io l’ho trovato molto gradevole e in qualche modo affascinante.

L’ho visto al Fantasy Filmfest di Monaco ed era in versione inglese, quindi coi vari personaggi che parlottano alternandosi fra le lingue e con diversi attori non inglesi che si arrangiano incespicando. Che poi è una cosa che ha assolutamente senso, visto che i personaggi sono degli italiani che vivono a Londra, eh, però la cosa contribuisce all’atmosfera surreale. Non ho idea di come possa essere doppiato, però forse è un po’ un peccato perdersi questo aspetto. O forse no.

House of Last Things

House of Last Things (USA, 2013)
di Michael Bartlett
con Lindsey Haun, Blake Berris, RJ Mitte

Portland, Oregon. Una coppia di coniugi decide di andare a farsi una vacanzina rilassante in Italia, di quelle rigeneranti, per aggiustare i problemi di famiglia, ritrovare l’amor perduto, volersi tantissimo bene e dimenticare una tragedia non specificata del recente passato. Durante l’assenza, affidano la casa a una giovane bionda, che si stabilisce nella villetta tutta bella volenterosa, ma viene presto raggiunta dal fratello con problemi mentali e dal fidanzato un po’ teppista e infame. Le conseguenti rotture di scatole si rivelano in fretta essere il minore dei problemi, dato che la tragedia di cui sopra ha lasciato delle tracce ectoplasmatiche nella casa e la natura della stessa è facilmente intuibile dal vagamente esplicito manifesto del film, che ho agevolato qua sopra.

House of Last Things è uno di quei film che partono senza farti capire sostanzialmente nulla di cosa stia accadendo e pian piano svelano il loro mistero, lavorando di simbolismi, accumulo di tensione e piccoli indizi sparsi in giro. In realtà, basta aver visto qualche film ad argomento simile nella propria vita per capire dove tutto stia andando a parare, ma del resto, come detto, il manifesto parla chiaro ed è evidente che il senso di sorpresa nella scoperta non è il cuore della faccenda. Il punto non è tanto quel che succede, ma come succede, il modo in cui il trio di personaggi coinvolti si trova a scoprire cosa stia accadendo e finisca trascinato nel gorgo soprannaturale di possessioni e stranezze varie, in un film che in realtà gioca molto poco sugli spaventi e molto più sul comunicare il peso e il senso di disperazione derivanti da un terribile avvenimento del proprio passato.

E com’è? Eh, insomma. La struttura con cui si sviluppa il tutto è interessante, seppur non particolarmente originale, e a questo punto si sarà capito, visto quanto sto girando attorno alle cose, spiegarla nel dettaglio sarebbe un peccato, perché si leva la parte più gustosa del film. La messa in scena, la scrittura e la recitazione vagano in quel limbo a metà fra il surreale spinto e il simpatico gruppetto di cani maledetti. C’è del pacchiano, in ballo, c’è un po’ di pretenziosità e non tutti i coinvolti sono all’altezza della situazione, ma allo stesso tempo la pochezza del tutto contribuisce all’atmosfera sbalestrata. Per cui diventa anche un po’ difficile capire quanto il film ci sia e quanto ci faccia. Una cosa, però, mi sento di dirla: a tre mesi di distanza, è il film del Fantasy Filmfest che m’è rimasto meno impresso. Qualcosa vorrà dire. Credo.

L’ho visto, per l’appunto, al Fantasy Filmfest di Monaco della Baviera a settembre. Se IMDB non mente, il giro che s’è fatto per i vari festival non sembra aver convinto molta gente a distribuirlo.

Il luogo delle ombre

Odd Thomas (USA, 2013)
di Stephen Sommers
con Anton Yelchin, Addison Timlin, Willem Dafoe

Se non ricordo male, una quindicina d’anni fa ho letto per la prima volta un romanzo di Dean Koontz. Si intitolava Intensity, era in un’edizione di quelle piccoline da edicola, sulle stile degli economici a stelle e strisce, che stavano diventando di moda in quel periodo, aveva scritte in copertina le solite robe tipo “A Stephen King è piaciuto un sacco” ed era un thrilleretto. Non ho la minima idea di che cosa raccontasse, ricordo solo una sensazione di “ci sta dentro” e ricordo anche di non aver mai più sentito il bisogno di leggere un romando di Dean Koontz. Non ho quindi mai letto i cinque o sei romanzi della serie di Odd Thomas e, prima di ritrovarmi questo film davanti agli occhi al Fantasy Filmfest, neanche sapevo esistessero. Sapevo in compenso che il film era stato diretto da Stephen Sommers, uno che trovavo molto simpatico quando faceva i film scemotti e un po’ B con Deep Rising e un po’ meno B ma comunque scemotti con La mummia, ma con il quale ho perso affinità quando, verso metà di La mummia – Il ritorno, gli è partito l’embolo degli effetti speciali al computer e ha poi finito per vomitar fuori Van Helsing. E insomma, pur essendo io una fra le quattro persone al mondo che tutto sommato non hanno odiato il suo G.I. Joe, non è che gli dessi più molto credito. Eppure, per qualche motivo, questo Odd Thomas mi incuriosiva. E mi incuriosiva nonostante non avessi mai visto Addison Timlin che si mostrava mezza ignuda in Californication! Pensa te se l’avessi fatto.

Ciao, sono il labbruccio allinsù di Addison Timlin, voglimi bene.

Comunque, non divaghiamo: Odd Thomas è il nome “funzionale” (un po’ come il famoso calciatore Felice Evacuo, o come quelle battutacce da quarta elementare tipo Gustavo La Pizza e Yokopoko Mayoko) del protagonista di una serie di romanzi per ragazzi del Koontz, da cui Sommers ha tratto un film pseudo horror, pseudo thriller, pseudo agiografia del posteriore di Addison Timlin, ma soprattutto innocuetto, con qualche brividino, ma fondamentalmente per ragazzi pure lui. Thomas ha il potere di vedere i morti male che sono rimasti legati al pianeta Terra e che gli chiedono di improvvisarsi Topolino, risolvere i misteri dei loro omicidi e consegnare i responsabili al capo della polizia, una specie di incapace commissario Basettoni interpretato da Willem Dafoe, in un raro caso di ruolo che potrebbe rivelarsi a sorpresa quello del cattivo e invece non lo fa. Inoltre, Oddie vive in una soleggiata cittadina californiana che pare il reboot della Sunnydale di Buffy l’ammazzavampiri, per la quantità di sfighe soprannaturali che vi si verificano, manco fosse posizionata su una hellmouth. Tant’è che Thomas non vede solo i morti, ma anche altre creature bizzarre che portano disgrazia dovunque vadano, più o meno come noi milanesi ci portiamo dietro nebbia e pioggia. In tutto questo, Tommy, che di giorno lavora preparando pancake al diner locale, ha come aiutante, nonché fidanzata, nonché amore della sua vita, nonché una delle poche persone che conoscono la sua reale identità di slayer indagatore dell’incubo quello che vede la gente morta, nonché indossatrice di jeans corti aderenti che ti fanno innamorare al primo sguardo, Addison Timlin.

Sono molto triste, stringimi forte.

E alla fine quel che ne viene fuori è proprio una storiellina in stile Joss Whedon dei bei tempi, con un po’ di pacchianerie, qualche demone, mostri assortiti, misteri da svelare, brividi si fa per dire, ma poi di fondo quasi tutta incentrata sulle battutone, l’umorismo assortito e il melodramma dei protagonisti, tutti impegnati in una tenera storia d’amore che c’ha un po’ la sfiga addosso perché la presenza di morti viventi tende a far rischiare la vita. Ci sono un po’ di colpi di scena e tutto sommato non tutti sono telefonatissimi, in un paio di occasioni il Sommers tira perfino fuori qualche idea e, sì, c’è il solito tripudio di effetti speciali gommosi al computer totalmente privi di fisicità e mosci nell’interazione con gli attori, ma, per qualche motivo, sembra cozzare meno del solito col tono del film. Al di là di questo, Odd Thomas funziona, se funziona, e non è detto che funzioni, ma per me ha abbastanza funzionato, più che altro per i protagonisti. Il Dafoe non fa molto più che incassare l’assegno, e OK, ma il film è popolato da piccoli caratteristi di passaggio che fanno colore e la coppia di protagonisti fa abbondantemente il suo dovere.

Sì, così, stringimi, con la borsa in mano.

Anton Yelchin è proprio un simpaticone, già lo si sapeva, e alla fine il ruolo di quello un po’ strano, tutto matto, ma adorabile e buono nell’animo, che non riesce a fare a meno di aiutare la gente anche quando non sarebbero fatti suoi, gli calza a pennello. Poi c’ha il fisicaccio, che fa sempre il suo ed è narrativamente giustificato dal fatto che Tommaso ha deciso di tenersi in allenamento, visto che trascorre tutto il suo tempo libero combattendo criminali e creature bizzarre. Tanto più che, ehi, dovrai ben essere quantomeno di bell’aspetto, se vuoi convincerci che, pur essendo mezzo matto e costantemente alle prese con i morti viventi, c’è Addison Timlin perdutamente innamorata di te. E poi, appunto, c’è Addison Timlin, che è tutta simpatichina, col labbruccio imbronciato e perfetta nel ruolo di quella che deve fare la fidanzatina innamorata ma un po’ smartass, col jeans aderente, la camminata tutta sexy e una mezz’ora finale da damigella in pericolo. Apposto.

Stringimi, mangiamo il gelato assieme.

Quel che impedisce a Odd Thomas di essere veramente bello è il tono non completamente azzeccato. Vorrebbe essere simpatico, sbarazzino, ma anche ganzo, pieno di battute autoconsapevoli e con la sua voce narrante che rompe il quarto muro in stile Ferris Bueller. A tratti la cosa funziona, per brevi tratti perfino molto bene, ma ci sono parecchi momenti in cui dà sul serio l’impressione di sforzarsi troppo, ben più del dovuto, e assume quell’aria da bambino con la faccia tutta gonfia e paonazza che spinge, spinge, spinge e poi gli esce la puzzetta. Nonostante questo, però, e mi rendo conto che è anche un po’ una faccenda di gusti e sensibilità personale, non sono riuscito a volergli male. Anzi, ‘sto Odd Thomas m’è proprio risultato simpatico, gradevole e divertente, senza contare che ha un finale sì abbastanza prevedibile, ma tutto sommato neanche scontatissimo, in questo genere di produzione, con un taglio melodrammatico che mi alza il tasso di simpatia. Insomma, lo consiglio? Non lo so. Però, se in questo post c’avete letto qualcosa che vi intriga, potete dargli una chance.

L’ho visto a settembre, in lingua originale, al Fantasy Filmfest di Monaco della Baviera. Non è che sia esattamente un film dalla grande scrittura, però la voce stramba di Yelchin e quella tutta sexy della Timlin meritano e, in generale, mi sembra proprio il classico film che viene trattato maluccio negli adattamenti. In linea teorica, il film doveva uscire un po’ dappertutto quest’anno, compresa l’Italia, ma sono scoppiati dei bubboni dietro le quinte e, tolta l’uscita in DVD in Ungheria, pare tutto rimandato all’anno prossimo. Boh?

Aftershock

Aftershock (Cile, 2012)
di Nicolás López
con Eli Roth, Ariel Levy, Nicolás Martínez, Andrea Osvárt, Natasha Yarovenko

Vi siete mai trovati a chiedervi come potrebbe essere un disaster movie cileno ispirato al terremoto realmente verificatosi da quelle parti nel 2010, realizzato a bassissimo budget ma con cura e passioni tali da non far pesare troppo la cosa, popolato da un cast quasi interamente locale tranne un paio di attoracci stranieri nel ruolo dei turisti sfigati e diretto dal regista (cileno) di Que pena tu vida :(, Que pena tu boda 😦 e Que pena tu familia 😦? Io, per dire, non sapevo neanche dell’esistenza di queste commediole con lo smile nel titolo e no, non me l’ero mai chiesto, o comunque non fino a che non ho visto spuntare Aftershock in giro per i siti poco raccomandabili che frequento nell’internet, oltre che nel programma del Fantasy Filmfest di Monaco della Baviera, dove abitavo fino a un paio di mesi fa e dove, per l’appunto, sono andato a vedermi al cinema questo filmetto. E com’è? Vale la pena di recuperarlo nei cestoni dei DVD quando passerete da HMV durante la gita a Londra organizzata spendendo quindici euro di volo low cost e dovendo quindi limitare l’acquisto di souvenir e puttanate varie, perché se vi presentate al gate con un sacchetto di troppo scatta la legge del taglione?

Eh, insomma. La chiave della faccenda sta nel fatto che Eli Roth, in piena carica da produttore illuminato che gira il mondo offrendo le sue vaste ricchezze ai nuovi talenti nascosti, ha deciso di ungere Nicolás López e prestargli anche il proprio talento nelle vesti di attore, interpretando il ruolo autobiografico del turista cretino, impacciato, allupato e un po’ fantozziano. Da questa collaborazione nasce un film che per i primi venti minuti, o giù di lì, sembra un remake sudamericano di The Hangover, con riferimenti chiaramente voluti, a cominciare dalla composizione del trio di protagonisti. Poi scoppia il casino e improvvisamente scatta il lato survival della faccenda, che, rispetto a tanti altri film dall’argomento simile, risulta apprezzabile per la sua brutale onestà, oltre che per la buona cura nella messa in scena, davvero in grado di nascondere il budget da mercatino delle pulci, e per il ritmo assolutamente azzeccato con cui si procede.

Di fondo, il punto è che Aftershock va nella direzione opposta rispetto a quel che in genere ci raccontano i film sui disastroni e i terremoti. Da un lato la gente, invece di estrarre un ritrovato spirito di fratellanza e umanità, mette in luce il suo lato peggiore e diventa tutto un tripudio di “ma mollami, ma chitticonosce, fammi passare, levati dalle palle”. Dall’altro c’è il sangue. Che sembra una banalità, ma ditemi un po’ quante volte capita di guardare un disaster movie e vedere le persone schiacciate, sepolte, squartate, smembrate, arse vive, fatte a pezzi e ribaltate. E alla fine, il divertimento di Aftershock sta tutto lì, nella sua natura, non certo nel fatto di raccontarti le vicende di un gruppo di personaggi insopportabili, insopportabilmente stupidi e alle prese con un’insopportabile sequela di botte di sfiga. È un film piccolino, fatto con passione e pochi soldi, che proprio per questo può permettersi di affrontare in maniera truce argomenti che siamo abituati a vedere messi in scena all’insegna della patinata pulizia. È simpatico, ritmato, non si prende troppo sul serio, sprizza sangue da tutti i pori e, tolto magari un avvio davvero impacciato, scorre via divertendoti in una serata da pizza, birra e rutto libero. Poteva andare peggio, no?

Come detto, l’ho visto al cinema in un contesto da festival, chiaramente in lingua originale. Non che, al momento, ci sia molta scelta sulla lingua in cui guardarselo. Arriverà mai in Italia? Vai a sapere.

Haunter

Haunter (USA, 2013)
di Vincenzo Natali
con Abigail Breslin

Dunque, fra una cosa e l’altra, ho avuto tre mesi pieni di tempo per pensarci, eppure non so ancora bene come scrivere di Haunter, soprattutto considerando che nel frattempo, se IMDB non mente, il film è uscito solo in qualche pezzetto degli USA e in Polonia (wut?), chissà quando arriverà dalle nostre parti e probabilmente mi leggeranno molte persone che non l’hanno visto. Il problema è che la maggior parte del divertimento nel guardare Haunter sta nell’andarlo a vedere come ho fatto io: senza saperne nulla, se non che il regista è Vincenzo Natali e che si intitola Haunter, quindi, presumibilmente, ci sarà di mezzo una qualche forma di possessione. Così, in linea di massima, ci si diverte. Mi sento addirittura di sconsigliare la visione del trailer, che però piazzo qua sotto per voglia d’indurre in tentazione: non è particolarmente spoileroso, ma insomma, comunque svela cose che per me è stato divertente scoprire guardando il film. Quindi, se quanto scritto fino a qui, per qualche motivo, vi intriga, smettete di leggere, non mi offendo. Se invece ve ne fregate degli spoiler e/o avete già visto il film, proseguite pure. Segue un secondo paragrafo in cui non faccio spoiler ma elargisco qualche dettaglio in più sulla produzione e sulla natura del film.

Alla regia, l’ho detto, c’è Vincenzo Natali, che è un po’ l’emblema del regista che bene o male tira sempre fuori film pieni di spunti interessanti, originali in molti aspetti, magari divertenti per la struttura su cui si basano, ma che non riescono a convincermi fino in fondo, anche se poi c’è chi li adora. Ecco, vale anche per Haunter, che fra l’altro ha per protagonista Abigail Breslin, la bambina di Little Miss Sunshine a cui avrei molto volentieri tirato una vangata sui denti e che con Benvenuti a Zombieland s’è poi riscoperta attricetta da film horror. La storia ruota tutta attorno a lei seguendo una struttura che gente migliore di me probabilmente identificherebbe come “a scatole cinesi” e che proprio per questo rende un po’ difficile parlarne senza rovinarne la visione. Qualche colpo di scena è prevedibile, qualcun altro un po’ meno, in generale il punto sta anche nel fatto che, almeno per un po’, il giochetto funziona, perché ti fa adagiare su una rivelazione, ti suggerisce che hai capito tutto e poi prova a coglierti di sorpresa, dando vita a un film che non rallenta mai e fa anzi capitare cose a getto continuo, risultando appassionante nonostante l’atmosfera di reale tensione si sciolga relativamente in fretta. Quando poi la struttura diventa troppo palese, Natali e i suoi fidi sceneggiatori finiscono di scoprire le carte ed esplode il casotto finale, che ha il gran sapore pacchiano da finale catartico stile horror medio anni Ottanta/Novanta, pur non rinunciando  completamente a una certa forma di malinconia di fondo.. Non è, insomma, un film in cui te la fai sotto dall’inizio alla fine. E, di fondo, gran parte del riuscire a godersi o meno Haunter sta anche lì, nel riuscire (o meno) ad apprezzare il modo in cui Natali getta nella fornace ogni pretesa di delicatezza e sbraca, buttandola in caciara. Io, nel complesso, mi sono divertito, anche se ammetto che il tripudio di pacchiano finale mi ha un po’ fatto “uscire” dal film. Segue – dopo il trailer – un terzo paragrafo in cui mi concedo qualche spoiler ma, insomma, anche meno di quel che si vede nel trailer.

In pratica, il film inizia, tu sei lì che lo guardi e pensi “Ah, ho capito, è come in quell’altro film là”, ma prima ancora di essere riuscito a completare il pensiero, ecco che Natali ti cambia le carte in tavola. E allora subito ti ritrovi a pensare “AAAAAHHHH, hai capito, sta mescolando le cose, è ANCHE come quell’altro film là! T’ho sgamato, hai provato a fregar… ” ed ecco che di nuovo si aggiungono elementi e situazioni. A quel punto, ti ritrovi che “Hahahahaha, ma grande, aspetta, quindi adesso succede che… ” e lì si entra più o meno nella situazione in cui le carte iniziano ad essere tutte belle scoperte sul tavolo, la Breslin smette sostanzialmente di investigare sulla natura del suo destino e viene chiaramente identificato il problema della situazione, da affrontare nella totalmente sbroccata parte finale di film. A quel punto, il pensiero dominante è “ROTFL, OK” e ti limiti a divertirti con quel che succede davanti ai tuoi occhi. Più o meno. Segue un quarto paragrafo in cui SPOILER.

All’inizio, si vede fin dal trailer, è Ricomincio da capo, con però un mezzo retrogusto da casa infestata. Poi, però, e questo il trailer lo suggerisce ma non lo dice chiaramente, ti rendi conto che siamo anche in The Others. Dopodiché scoppia il bordello e, come il trailer mostra in abbondanza, ci si ritrova con Stephen McHattie che interpreta il diabolico cattivone un po’ in stile Freddy Krueger, con la faccia brutta, onnipotente, pressoché inarrestabile, e diventa per l’appunto tutto un pacchianotto – ma divertente, oserei dire appassionante – cercare di fermarne le azioni, fino al catartico scontro finale. Magari io ho vissuto la cosa in maniera più spiazzante del dovuto perché sono arrivato al cinema totalmente vergine, quindi non sapevo cosa attendermi, ma per quanto mi riguarda, la formula un po’ alla René Ferretti funziona complessivamente bene, nonostante qualche passo falso, e il film merita. Insomma, whatever.

L’ho visto a settembre al Fantasy Filmfest di Monaco della Baviera. Come dicevo là sopra, al momento, potete recuperarlo in Polonia. O giù di lì.

The Human Race

The Human Race (USA, 2013)
di Paul Hough
con Paul McCarthy-Boyington, Eddie McGee, Trista Robinson

Nel leggere la premessa alla base di The Human Race, è difficile non farsi venire in mente La lunga marcia, quel vecchio delizioso romanzo che Stephen King aveva firmato con lo pseudonimo di Richard Bachman. Anche qua, infatti, si racconta che s’affronta in una gara di corsa, su un circuito prestabilito, nella quale infrangere le regole porta all’eliminazione fisica. In realtà, poi, la sostanza della situazione è abbastanza diversa e Paul Hough ci infila dentro anche un po’ di Battle Royale, con la gente selezionata in giro e sbattuta a forza in un’arena che diventa presto teatro di un conflitto brutale, alimentato dalla natura stessa delle regole, e un po’ di fantascienza, dato che il funzionamento del tutto si basa su trovate non proprio delle più ancorate alla realtà. Il risultato è un frullatone che a modo suo riesce ad essere quasi originale e che dà vita a un filmetto divertente e pieno di spunti azzeccati, pur con tutti i suoi limiti.

In particolare, è apprezzabile la voglia di prendere lo spettatore in contropiede giocando con le aspettative, dalla classica mossa di pasticciare con l’importanza dei personaggi, ammazzandoti magari a sorpresa quello che pensavi sarebbe stato un protagonista, al modo in cui le – infami – regole della competizione vengono pian piano svelate e poi utilizzate per alimentare l’azione e i bagni di sangue. Non c’è nulla di clamorosamente mai visto prima e, anzi, diverse svolte sono abbastanza prevedibili, ma i cliché vengono utilizzati bene e in generale c’è abbastanza da divertirsi, pur nella consapevolezza di star guardando un film d’esordio fatto con quattro soldi, che per altro si vedono tutti nei momenti in cui Hough prova a fare l’ambizioso con gli effetti speciali.

Ma soprattutto, The Human Race è un film onesto, che non si nasconde dietro a un dito e prende di petto il suo essere serie B, senza per questo scivolare nell’autoparodia o nel frullato di citazioni a caso. Sa quel che è e non se ne vergogna. Dopodiché, se funziona, è anche perché il cast è azzeccato. Non ci sono certo interpreti da Oscar, anzi, ma fanno tutti il loro dovere e funzionano. Con menzione d’onore in particolare per Eddie McGee, attore privo di una gamba (gli è stata amputata a undici anni a seguito di un tumore), ovviamente limitato da questo nella sua carriera, ma forte di una grande presenza fisica, grazie alla quale prende abbastanza in fretta il controllo del film e riesce ad esibirsi in due o tre bei momenti d’azione. Il che, considerando che tutto ruota attorno a una corsa, non è certamente male. Fra l’altro, curiosità, scopro oggi, spulciando Wikipedia, che si tratta del vincitore della primissima edizione del Grande Fratello americano.

Ho visto il film al cinema a settembre, al Fantasy Filmfest di Monaco di Baviera. L’uscita negli USA sembra essere prevista per gennaio, ma in generale non mi aspetterei una gran distribuzione in giro per il mondo. D’altra parte è il classico film che ti godi se lo guardi con un pubblico da festival a far casino o con un gruppo di amici armati di pizza e birra. Regolatevi di conseguenza.

Wrong

Wrong (USA, 2012)
di Quentin Dupieux
con Jack Plotnick, Todd Giebenhain, Eric Judor, William Fichtner

Nella carriera di Quentin Dupieux spiccano, a oggi, due accadimenti in particolare. Ha diretto le pubblicità e il videoclip con protagonista Flat Eric, il pupazzo giallo della Levi’s che ci ha tormentati per qualche tempo verso la fine dello scorso millennio, e, tre anni fa, ha curato sceneggiatura, montaggio, musiche, fotografia e catering per Rubber. Quest’ultimo, forse, se lo ricorda meno gente, comunque si tratta del film che ha per protagonista uno pneumatico di nome Robert, dotato di poteri mentali, che se ne va in giro a far esplodere le teste della gente. E diciamocelo, uno, di fronte a una descrizione del genere, s’aspetterebbe una bella cacatona trash con cui farsi quattro risate da sbronzi fra amici. Invece, Rubber è un film intellettuale e raffinato, tutto metaforoni e metacinema. Per cui, insomma, l’emblema del film che lo guardi e ci rimani un po’ male. Cosa aspettarsi dalla sua opera successiva?

Questo, per esempio.
Secondo la trama di Wrong riportata su IMDB, il protagonista Dolph Springer si sveglia una mattina e scopre che il suo cane Paul, unico grande amore della sua vita, è sparito. E quindi Dolph va alla ricerca di Paul per rimettere in sesto la propria vita, ma nel farlo si trova a cambiare radicalmente le vite del prossimo suo e a rischiare di perdere la propria sanità mentale. Che è un po’ come descrivere Rubber dicendo che c’è un copertone che va in giro ad ammazzare la gente: tende ad essere ingannevole. Il problema è che, allo stesso tempo, quel riassunto è perfetto, perché è indiscutibile: il film racconta di questo tizio a cui è sparito il cane e del suo tentativo di recuperarlo. Ce la farà? Non ce la farà? Ce ne fregherà mai qualcosa dall’inizio alla fine del film?
Ecco, il fatto che il sottoscritto, come noto persona che si commuove come un cetriolo appena gli mostrano un qualsiasi genere di animale in difficoltà, abbia guardato Wrong fregandosene completamente del destino del cane, forse, è indice quanto Paul sia importante nella logica del film. Ammesso che ci sia una logica, nel film. La storiellina alla base di Wrong è fondamentalmente una scusa per mettere in fila tutta una serie di sketch completamente assurdi, incentrati sul fatto che Dolph è un uomo bizzarro in un mondo bizzarro, pieno di accadimenti bizzarri e situazioni bizzarre. All’inizio, fra l’altro, Dupieux ci tiene anche a sottolinearlo, il fatto che è tutto bizzarro, piazzando un suono tutto strano, una specie di BRUONG, ogni volta che si verifica qualcosa di bizzarro. E del resto BRUONG suona un po’ come Wrong. Wink wink.
Immagino si possa apprezzare o meno Wrong a seconda di quanto ci si trovi in sintonia con la poetica e l’umorismo di Dupieux. Io qualche risata me la sono fatta e in generale non posso dire di essermi annoiato, nonostante il ritmo letargico. Ma io, per qualche motivo, non mi annoio facilmente, coi film dal ritmo letargico. Più che altro, il fatto è che se realizzi un film buttandoci dentro tutte le idee più stupide e surreali che ti vengono in mente, così, alla rinfusa, è inevitabile: qualcosa di buono, nel mucchio, lo azzecchi per forza, così come è facile che almeno una gag riuscita per ogni singolo spettatore ci sia. Se poi ci aggiungi William Fichtner che fa lo scemo nei panni dello psicologo dei cani orientale coi tratti somatici occidentali ma che parla con accento da orientale, beh, hai svoltato.

Ho visto Wrong a settembre, durante il Fantasy Filmfest a Monaco di Baviera. Il film s’è fatto il giro di un po’ tutti i festival dell’universo – compreso quello di Torino – ed è uscito in Polonia, Francia, Belgio, Ungheria, Brasile, Danimarca, Stati Uniti. Tutto sbagliato.

Upstream Color

Upstream Color (USA, 2013)
di Shane Carruth
con Amy Seimetz, Shane Carruth

Shane Carruth è un laureato in matematica che ha iniziato la sua carriera lavorativa impegnato nella creazione di simulatori di volo e poi ha deciso di darsi al cinema, facendolo senza compromessi, nel ruolo di sceneggiatore, regista, attore, produttore e financo autore della colonna sonora di film stra-personali, realizzati di testa sua, in maniera totalmente libera e indipendente, senza tollerare alcun tipo d’ingerenza da parte di produttori o chicchessia. Nel 2004 è uscito Primer, suo film d’esordio, che ha vinto numerosi premi ed è generalmente noto come “Quel film sui viaggi nel tempo in cui non si capisce niente e forse, se ti concentri molto, alla terza o quarta visione capisci metà di quel che racconta”. Dopodiché, probabilmente anche un po’ per quella storia bizzarra del “Faccio come dico io e non rompetemi le palle”, per vedere il suo secondo film si è dovuto aspettare il 2013. Nove anni di attesa, durante i quali il suo nome è spuntato praticamente solo in relazione a Looper, per il quale ha contribuito alla sceneggiatura con qualche annotazione. E com’è, Upstream Color? Beh, è “Quel film in cui non si capisce niente e forse, se ti concentri molto, alla terza o quarta visione, capisci perlomeno di che cosa parla.”

Considerando che io di visione ne ho alle spalle una sola, oltretutto risalente ormai a quasi due mesi fa, potrebbe risultarmi un po’ complesso riassumere in poche parole il soggetto alla base del film. Ma, intendiamoci, mi sarebbe risultato altrettanto complesso farlo subito dopo averlo visto. Anzi, ricordo distintamente più di una chiacchierata con altre persone in cui (non) raccontavo quel che avevo visto. Provo quindi a segnalare alcuni punti fermi. Al centro del film c’è una storia d’amore, o qualcosa del genere. All’inizio del film c’è un personaggio che alleva dei vermi, o qualcosa del genere, che gli permettono di controllare volontà, movimento e comportamento delle persone a cui li inocula (o qualcosa del genere). Dopo l’avvio del film, questo personaggio scompare del tutto e la storia si concentra sul rapporto complicato fra due reduci – un lui e una lei – del trattamento di cui sopra, dal quale difficilmente si esce bene. Ah, c’è anche un tizio che alleva dei maiali.

E dunque? Dunque, Upstream Color è innanzitutto un film tremendamente affascinante per le sue atmosfere, la sua messa in scena surreale, la sua stordente cura per l’immagine e il gusto tutto particolare con cui riesce a piazzarti in fila una lunga serie di visioni e scene molto evocative. Preso scena per scena, fra l’altro, ti dà anche l’impressione di stare capendo quel che accade: è quando provi a trovare un filo logico che unisca tutto quanto, che emergono i problemi. Non perché il filo logico manchi, anzi, è evidente e neanche troppo sottile, ma perché se si cerca di trovare un senso lineare nel racconto si finisce per impantanarsi nel whaddafuck. E allora godersi Upstream Color diventa in fretta molto facile: assimilato lo stato delle cose, butti fuori dalla finestra il disperato tentativo di star dietro alla storia e ti limiti a immergerti nel mondo stralunato di Shane Carruth, godendoti il suo tripudio d’immagini assurde, la forza romantico-depressa del rapporto fra i due protagonisti e la riflessione sul libero arbitrio e sul senso d’identità che nonostante tutto, pur nel delirio sconclusionato della narrazione, emerge di prepotenza. Per il resto ci sono la seconda, la terza e la quarta visione. E le successive.

Ho visto Upstream Color a settembre, al cinema, durante il Fantasy Filmfest a Monaco di Baviera. Il film è uscito nei cinema americani a distribuzione limitata e pure in quelli britannici. Esiste inoltre in formato DVD e Blu-ray, ma al momento solo in America. Non tratterrei il fiato in attesa di una distribuzione italiana.