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[FF11] Fantasy Filmfest Shorts


Fantasy Filmfest Shorts (2011)

di gente varia, con gente varia

È una tranquilla domenica sera di inizio settembre, mi appresto a guardare il mio decimo film del Fantasy Filmfest (l’eccellente Perfect Sense) e, mentre pago il biglietto e scruto con l’occhietto furbetto le bionde ninfette barely legal che servono gli avventori al bar del cinema, noto un cumulo di oggetti, borse, cappellini, magliette e cianfrusaglie varie con il marchio del festival. Faccio finta di niente, ché gli ho già dato abbastanza soldi, ma mi cade poi l’occhio su un curioso DVD da dieci euro, e in pieno raptus Play.com faccio cenno al cassiere che oltre al biglietto del cinema voglio pure quello. 
E cosa ci trovo dentro? Nove cortometraggi dalla variabile provenienza: la maggior parte sono in lingua inglese (oddio, inglese: americano, australiano e via accentando), con inutile opzione per i sottotitoli in tedesco, mentre la manciata in altre lingue offre anche la possibilità di guardarli con sottotitoli in inglese. Tutto perfetto, insomma. Il genere è in linea con quello della rassegna e scivola quindi fra il fantastico e l’orrore, per una selezione di cortometraggi quasi tutti premiati a questo o quel festival e che, a parte un paio di robette discutibili, tutto sommato i suoi dieci euro se li merita. Anche perché il cofanettino include pure un secondo DVD con tre cortometraggi aggiuntivi, tre making of e un trailer.
Per quanto riguarda i cortometraggi veri e propri, è un po’ difficile descriverli senza svelare troppo, anche perché sono brevi e spesso incentrati proprio sullo stupirti con tre o quattro svolte a sorpresa nel giro di dieci minuti. Comunque ci provo, sottolineando come in ogni caso il tutto sia disponibile su Amazon (basta cliccare qui).
Quelli belli, simpatici, o perlomeno divertenti:
Arbeit für Alle è un cortometraggio tedesco che racconta di un’organizzazione che piazza dei giovani aitanti a fare da supporto per anziani che non sono più fisicamente in grado di gestirsi ma vogliono comunque proseguire le loro carriere. Tipo che li vanno a prendere a casa la mattina, li portano in giro sulla sedia a rotelle eccetera. L’anziano protagonista, però, svolge un lavoro piuttosto particolare. Monster è una deliziosa figata australiana, fatta con due soldi, che gioca sul grande classico “peluche che ti fa cacare sotto”. Itsy Bitsy è una scemenzucola su una coppia di giovani spasimanti americani che si trovano in casa una tarantola gigante. A Ninja Pays Half My Rent si descrive a sufficienza nel titolo. The Listening Dead è una bella favoletta horror tutta bianco e nero e invenzioni visive che sembra un po’ uscita dalla capoccia del giovane Tim Burton. The Saddest Boy in The World è il simpatico racconto autobiografico di un ragazzino che la prende bene.

Quello che meh:
Il giardino è una scemenza tedesca un po’ tarantinata su della gente che si porta le pistole a pranzo in un ristorante italiano e poi perde la calma.

Quello che non sarebbe neanche male, se non si prendesse così sul serio con quell’aria da guarda che autore ganzo che sono:
Las Horas Muertas è una specie di versione ridotta a quattordici minuti di Le colline hanno gli occhi, tutta cruda, sporca, sanguinaria e spagnola.
Quello che è una brutta conseguenza del successo di Shrek però presumo che un bambino ci si possa divertire anche se magari non coglie le citazioni e in ogni caso probabilmente è notevole a livello produttivo però davvero a me ha fatto schifo:
Tadeo Jones y el sótano maldito

Quelli che ci sarà un motivo se li hanno messi nel secondo DVD:
Why the Anderson Children Didn’t Come to Dinner è una roba assurda su una famiglia “madre + tre creature” tutta strana che sembra diretta da Wes Anderson dopo una lobotomia. Tadeo Jones è la precedente avventura di Tadeo Jones ed è la stessa tristezza, a parte il fatto che non ci sono dialoghi e quindi è in effetti un po’ meglio. Me è un videoclip emo realizzato in stile La Sposa Cadavere e musicato da tali ASP, gruppo rock depresso tedesco il cui cantante nella foto su Wikipedia sembra Adriano Galliani con in faccia il trucco dei Kiss.
Il giorno prima della domenica in questione, sono entrato in sala alla proiezione dell’ottimo Red State e mi sono visto iniziare davanti agli occhi una roba in tedesco. Mi sono poi reso conto che si trattava di un ottimo cortometraggio a tema zombesco ambientato in una suggestivissima Berlino. Purtroppo non ricordo minimamente il titolo e, fra l’altro, dato che non c’erano sottotitoli, può pure essere che i personaggi dicessero solo scemenze. Però, senza capire una parola, sembrava veramente un cortometraggio stupendo. Quindi, insomma, se vi capitano gli occhi su un cortometraggio di zombi tedesco ambientato a Berlino in cui all’inizio c’è un tizio che parla alla radio, dategli una chance. E magari poi ditemi come si intitola.

[FF11] Attack the Block



Attack the Block (UK, 2011)

di Joe Cornish
con John Boyega, Jodie Whittaker, Alex Esmail

Non c’è, veramente, non c’è, non ci può essere e non ci sarà mai modo migliore di chiudere una rassegna come il Fantasy Filmfest che riempire una sala di gente e proiettare un film come Attack the Block. E, in maniera simile, non c’è modo migliore di guardare Attack the Block che infilarsi in una sala strapiena di gente pronta a divertirsi, gasarsi, ridere, ululare, applaudire, godere del divertimento puro che l’impressionante esordio alla regia di Joe Cornish è in grado di regalare. Compratevi il blu-ray, guardatevelo nella saletta di provincia, scaricatevelo con un torrent, fate come vi pare e gustatevi comunque un gran bel film, ma sul serio: se avete l’occasione, andate in un cinema pieno di gente, nachos, pop corn, coca cola e birra come è capitato a me. No contest.

Attack the Block è un gioiello, un film divertentissimo per lo spirito comico e allo stesso tempo di puro thrilling, il taglio action, la voglia di sorprendere, il ritmo e la bravura di Cornish, che ti piazza lì, come se niente fosse, almeno un paio di scene d’azione perfettamente costruite e realizzate, senza però sentire il bisogno di ostentare chissà quali virtuosismi. Dentro c’è tutto, veramente tutto, da Carpenter a Coppola, passando per Dante, Spielberg, McTiernan e la serie B dei mostriciattoli. Non c’è il citazionismo smaccato e fastidioso, ma c’è la voglia di omaggiare un certo tipo di fare cinema senza rinunciare al divertimento puro e coinvolgente di chi guarda. E cazzo, se è divertente.

La prima metà è da incorniciare, con quei loschi teppistelli incappucciati che aggrediscono la passante, per poi ribaltare il tutto trasformandosi negli adorabili protagonisti, condurti per mano nel block del titolo e regalarti la pioggia di alieni, la corsa agli armamenti e la bellissima e lunghissima fuga dal parco. Ma poi tutto il film, gli assurdi personaggi di contorno, la comicità perfetta, la puffettosità micidiale delle creature, le morti lancinanti, la bravura dei ragazzetti protagonisti, le musichette in stile Carpenter… aaahhh, mamma mia, ma che scrivo a fare? Bello, bellissimo, emozionante, appassionante, divertente. Un’ora e mezza di meraviglioso luna park, filtrato da una lente tutta brit pop che lo rende unicissimo. Fantastico.

Ovviamente, potendo, va visto in lingua originale. Certo, al prezzo di impiegare una mezz’oretta per cominciare a capire che cacchio di lingua parlino i teppistelli protagonisti, ma tanto leggo che funziona così anche per chi l’inglese lo parla dalla nascita, e comunque il film – incredibile ma vero – è scritto tremendamente bene anche in questo senso e nel modo perfettamente comprensibile in cui usa i suoi termini e le sue incomprensibili espressioni da cacaziretti di periferia londinese.

[FF11] The Revenant


The Revenant (USA, 2009)

di Kerry Prior
con David Anders, Chris Wylde, Louise Griffiths, Jacy King
Il tizio che faceva Takezo Kensei in Heroes, e che evidentemente interpreta solo personaggi immortali, è un soldato americano ucciso in missione che si risveglia nella sua bara dopo il funerale. Non si sa perché, non si sa percome, si sa solo che è un non morto, un po’ zombi (l’aspetto e il “funzionamento” del corpo sono quelli) un po’ vampiro (ha conservato l’intelletto, va in vulnerabilissima catalessi quando sorge il sole, si accontenta di bere sangue senza bisogno di masticare carne). Assieme al suo amico scemo, che in questo genere di film non può mancare, decide di unire l’utile al dilettevole e si trasforma in un vigilante non morto, che ammazza criminali per cibarsi.

Messa così pare una minchiata, e in effetti The Revenant è esattamente quello, ma lo è in maniera consapevole, voluta, divertita. Scemotto e demenziale, butta in campo comicità di grana grossa, battute, gag a getto continuo, seppellendo però il tutto sotto una patina depressa, grigia e pessimista che regala al film un taglio a modo suo particolare. Minchiatona è e minchiatona rimane, divertente e adattissima a scatenare applausi continui in uno scenario come quello del Fantasy Filmfest, ma certi lampi di cupa tristezza che si manifestano ogni tanto e quel finale così opprimente riescono comunque a lasciare il segno, magari proprio perché stonati rispetto al resto del film.

Il film è del 2009 ma, come tanti altri della rassegna, fino a oggi si è visto solo in giro per festival e occasioni speciali. Pare che quest’anno sarà distribuito negli Stati Uniti, magari poi seguirà anche altrove.

[FF11] In Her Skin / I Am You


In Her Skin (Australia, 2009)

di Simone North
con Guy Pierce, Miranda Otto, Ruth Bradley, Kate Bell, Sam Neill


Girato e distribuito in Australia nel 2009 e giunto altrove rimbalzando fra i festival, I Am You racconta l’allucinata storia di Caroline Reid, ragazza piuttosto squilibrata che in quel di Melbourne decide di farsi prendere dalla rabbia e dall’invidia e fa fuori una sua conoscente più bella, brava, semplice e fortunata di lei. Ispirato a una storia vera, anche se con qualche nome un po’ cambiato, il film di Simone North si concentra su tre punti di vista differenti per raccontare la stessa vicenda, tramite gli occhi della vittima, dei suoi genitori, della carnefice. Ne viene fuori, soprattutto, un lavoro pazzesco di almeno tre attori.

Guy Pierce e Miranda Otto sono fenomenali nei panni di genitori attanagliati dal non sapere e dalla preoccupazione e il film è fantastico nel concentrarsi sulle loro umane reazioni senza uscire mai dal seminato, senza buttarla sul patetico o sull’esagerazione. Già solo per godere di questi due attori in azione, vale la pena guardarselo. E poi c’è Ruth Bradley, che interpreta la folle Caroline e fuori giri ci va più e più volte, ma riesce comunque a mettere sullo schermo un personaggio capace di provocare reale inquietudine nella sua disperata carica autodistruttiva.

A rovinare quello che sarebbe  potuto essere uno splendido film e finisce invece per vivere di alti e bassi ci pensa la regia di Simone North, che se da un lato firma con la scena dell’omicidio un momento lacerante, intenso per davvero, dall’altro tende a perdersi in insopportabili, presuntuosi svolazzi di macchina da presa e simbolismi da quattro soldi che nulla hanno a che vedere coi toni pacati del racconto. Se a questo aggiungiamo una colonna sonora insensata, con quei sussurri e bisbigli da Venerdì 13, davvero non si capisce che razza di idee schizoidi ci fossero dietro alla confezione di questo film. Ed è un peccato, però, perché nei suoi momenti buoni I Am You (o In Her Skin) è cinema davvero potente e che lascia il segno.

E poi c’è Sam Neill, che non fa molto più che interpretare il ruolo di Sam Neill, ma è pur sempre Sam Neill.

[FF11] The Divide

The Divide (USA, 2011)
di Xavier Gens
con Lauren German, Milo Ventimiglia, Michael Biehn
The Divide si apre sull’immagine di una bomba atomica che devasta New York e di un gruppo di poveretti che trovano rifugio chiudendosi nella cantina del loro palazzo. Come inizio, non si scherza affatto. Da questa premessa si sviluppa poi un film tutto claustrofobico, psicologico, ansiogeno e privo di speranza o vie di fuga consolatorie. Il mondo esterno viene appena intravisto, giusto in un paio di inquietanti occasioni, e per il resto le quasi due ore di pellicola sono interamente dedicate alla classica storia di gente confinata in uno spazio ristretto che se ne va psicologicamente in vacca.
Perché un film del genere funzioni fino in fondo, il bel talento visivo di Gens e le buone prove di quasi tutti gli attori sicuramente servono e danno una mano, ma contano fino a un certo punto e riescono a renderlo appena gradevole se la scrittura, come in questo caso, non è all’altezza della situazione. Tutto si svolge come da copione, con i personaggi psicologicamente più deboli che piano piano perdono il senno, seguiti poi a ruota da tutti gli altri, in una spirale di violenza psicologica, fisica, sessuale senza fine. I vari protagonisti cadono sempre più a pezzi, mentalmente e fisicamente, (anche se, ovvio, fra caduta di capelli, dimagrimento ed escoriazioni assortite sono quelli più antipatici a ridursi peggio, mentre i “positivi” mantengono tutto sommato un bell’aspetto fino alla fine) e piano piano si arriva a un atto conclusivo in cui è ormai tragedia spinta.
Alla fin fine The Divide non sarebbe neanche male perlomeno nelle intenzioni: tutto concentrato in un ambiente ristretto, concede davvero poco o nulla al lieto rassicurare lo spettatore e prova ad affondare anzi una coltellata – emotiva e letterale – dietro l’altra. Il problema è che i personaggi faticano ad andare oltre la macchietta e finiscono per ricordare più la teppa di Ken il guerriero che i protagonisti di un dramma fantascientifico. Se a questo aggiungiamo che le idee sono tutte concentrate nella prima parte, per poi lasciare spazio a una serie di sviluppi visti mille volte e che non hanno nulla di sorprendente, beh, allora è evidente che le ambizioni di Gens vanno oltre le capacità sue e di chi gli ha scritto il film. Anche se il finale è piuttosto efficace, bisogna ammetterlo.
Fantastico, comunque, scoprire che il tono di voce normale di Milo Ventimiglia non è il bisbiglio da ganzo che utilizza in Heroes

[FF11] Cat Run

Cat Run (USA, 2011)
di John Stockwell
con Paz Vega, Scott Mechlowitz, Alphonso McAuley, Janet McTeer

Cat Run è un film d’azione scemo e divertente, che però non riesce ad essere abbastanza divertente o d’azione per andare oltre lo status di scemo. Si sforza tantissimo, fra i protagonisti presentati con le sovraimpressioni ganze, i personaggi totalmente sopra le righe, l’abbondanza di split-screen e altre soluzioni visive à la page, il racconto esilino e tutto costruito su coincidenze, botte di fortuna e romanticismo, l’assenza di pudore nel mostrare sangue e carne, la comicità dell’assurdo e soprattutto gli attori che si divertono come matti a interpretare le loro sagome di cartone. Ma gli manca proprio la capacità di fare quel passo in più che ci vorrebbe.
Ed è una capacità che, probabilmente, manca soprattutto a John Stockwell, regista dalla carriera piuttosto anonima e non in grado di dirigere una singola scena d’azione davvero appassionante o di dare corpo a un film che per funzionare avrebbe bisogno di un manico vero dietro alla macchina da presa. Invece c’è un mezzo incapace che scopiazza in giro tutto quello che gli pare bello e lo schianta dentro alla rinfusa, senza aggiungere un’idea che sia una. E ci sono, anche, due protagonisti vagamente simpatici, ma proprio poco convincenti e incapaci di tenere testa, per presenza scenica e bravura, a chiunque passi loro davanti.
Poi, per carità, nonostante tutto, il film scorre, strappa qualche risata, riesce a sorprendere in un paio di occasioni e ha una spettacolare Janet McTeer che da sola vale la visione. Ma non riesce comunque a sollevarsi dal pantano del mediocre, oltre a lasciare addosso l’impressione di non essere altro che un tentativo impacciato e ritardatario di scopiazzare cose fatte (meglio) da mille altri.
Il paradosso è che sembra un bruttarello adattamento da un qualche fumetto americano recente a caso, di quelli con la gente che spara e dice battute ganze e politicamente scorrette. Ma non lo è.

[FF11] Snowtown



Snowtown (Australia, 2011)
di Justin Kurzel
con Daniel Henshall, Lucas Pittaway, Craig Coyne


Snowtown racconta la storia di John Justin Bunting, un tipetto simpatico famoso per essere il peggior serial killer nella storia dell’Australia e attualmente impegnato a godersi gli undici ergastoli che gli hanno appioppato. Nel portare avanti la sua gioviale attività, Bunting ha goduto dei servigi di un gruppetto di persone, che si sono fatte coinvolgere in maniera più o meno spontanea. Fra queste c’era il giovane James Spyridon Vlassakis, attraverso i cui occhi viene raccontato il film.

Il regista Justin Kurzel sceglie un approccio quasi documentaristico, certo non da appassionante thriller o poliziesco, e mette in scena soprattutto la triste e monotona vita da periferia cittadina. Racconta di una qualunque famiglia squattrinata, di ragazzi che crescono senza una figura paterna e patiscono crudeltà e difficoltà di vario tipo. E mostra l’arrivo di Bunting in questo contesto. Un uomo che si presenta come amico e confidente, che conquista la fiducia di tutti quelli che gli stanno attorno e che sembra avere anche le proprie ragioni nel modo in cui indirizza la propria rabbia contro i (presunti) pedofili e altri tipi di personaggi.

Lento, stordente, ammorbante, ma capace di assorbire completamente proprio grazie al suo stile straniante, Snowtown si trascina sulla noia micidiale di una vita senza sbocchi, mette a disagio vero prima ancora di versare una singola goccia di sangue e colpisce come un macigno nelle sue esplosioni di violenza fuori campo. Tanto Bunting costringe Vlassakis al coinvolgimento nei suoi particolari hobby, quanto il regista Justin Kurzel trascina lo spettatore in quello stesso mondo. A tradimento, di sorpresa, sbattendoglielo in faccia all’improvviso. E poi diventa davvero difficile uscirne.

Fra l’altro ha un’estetica e un ritmo tremendamente da film dei Dardenne, anche se la poetica è piuttosto diversa, molto più storta. Kurzel potrebbe essere il terzo fratello, quello squilibrato e di cui si vergognano.

[FF11] Perfect Sense


Perfect Sense (UK, 2011)

di David Mackenzie
con Eva Green, Ewan McGregor
Siccome non bastava il Fast & Furious d’autore, adesso abbiamo anche il 2012 d’autore. E pure questo è uno spettacolo incredibile. Il tizio che sale sul palco prima di (quasi) ogni film al Fantasy Filmfest ha introdotto Perfect Sense in maniera piuttosto roboante. Almeno credo, dato che non capisco il tedesco. Ma insomma, ho captato che lo considerava l’highlight del festival e che a un certo punto ha citato Roland Emmerich. Questa introduzione, un trailer che fa il misterioso e un avvio di film un po’ pomposo mi hanno, devo dire, piuttosto mal disposto. Il che, se vogliamo, rende ancora più forte il mio essere uscito dalla sala emozionato, estasiato, gasato e considerare Perfect Sense una delle robe più belle che abbia visto quest’anno.

Il racconto è semplicino e parla di fine del mondo o, meglio, dell’umanità. Si ipotizza un virus – o qualcosa del genere – che va a colpire l’intera popolazione del pianeta privandola dei cinque sensi, uno per volta. E ogni perdita è anticipata da uno sfogo emotivo fortissimo. Il primo passo, per esempio, è un’eccesso improvviso d’ansia, disperazione, rimorso, cui fa seguito la scomparsa dell’olfatto. E via a proseguire, verso un finale senza uscita. Tutto questo non viene però raccontato con una visione d’insieme, con scene di massa e catastrofi assortite, ma attraverso le vite dei due protagonisti e delle persone che ruotano loro attorno.

Al di là di qualche breve inserto di montaggio, ritmato dalla voce narrante di Eva Green che illustra gli effetti della malattia, tutto il film si concentra su come i due personaggi affrontano l’esplodere della loro storia d’amore e l’implodere della vita umana. Tremendamente romantico e malinconico, nonostante un’apparenza fredda e intellettuale, Perfect Sense si prende il lusso dello sguardo circoscritto, mostra l’apocalisse tramite il panico del singolo individuo e mette in scena un trasporto poetico efficace, delicato, mai forzato. Ricercato e affascinante, dipinge un’umanità che si aggrappa disperatamente a quel che le rimane, adattandosi ogni volta che perde un pezzo e cercando di continuare a vivere nonostante tutto, scoprendo nuove forme, colori insospettabili, passioni che un tempo non esistevano. Un film bellissimo, intelligente, molto ben recitato, pieno di invenzioni e capace di emozionare per davvero.

Oh, magari esagero, magari è solo perché non sapevo bene che aspettarmi, ma insomma, davvero, mamma mia.

[FF11] Red State

Posso fare a meno di aprire il post su Red State con la tiritera su Kevin Smith, sul personaggio Kevin Smith che ultimamente ha preso a starmi un po’ sui maroni, sul fatto che sono riuscito a farmi piacere più o meno tutti i suoi film fino a Jersey Girl (compreso Jersey Girl) ma Clerks II mi ha fatto piuttosto cacare, non ho visto Zack & Miri e Cop Out m’è parso gradevole, anche se più per meriti di Tracy Morgan che altro? Uhm, no, mi sa che non posso. Comunque, quando lo Smith se n’è saltato fuori con questo progetto sfizioso e con quel trailer davvero intrigante, non so perché mi sono convinto che si fosse messo in testa di girare un torture porn, o come cacchio si chiamano adesso le robe in stile Hostel. E che sarebbe venuta fuori una schifezza. E invece Red State è una cosa ben diversa, che tutto sommato non mette in mostra particolari dosi di violenza esplicita insistita (giusto qualche pistolettata) e che si gioca tutto sull’atmosfera e sull’ansia. E non è una schifezza.

Faccio pure fatica a considerarlo un horror vero e proprio, checché ne dica Smith, perché di fatto non c’è questa gran ricerca della tensione o dello spavento. C’è un racconto semplice semplice, che parte sì dalle classiche premesse da film horror (ragazzi arrapati in cerca di sesso, troveranno guai) e per un attimo sembra davvero andare nella direzione di Hostel, ma si dirige poi in un territorio tutto suo, fatto di amoralità, disinteresse per uno sviluppo classico o prevedibile, critica insistita a un po’ tutto e tutti, sparando a caso in ogni direzione.

Ispirandosi al reverendo Fred Phelps e alla sua simpatica congrega battista, Smith sembra quasi voler spiegare a tutti quanti che in realtà è molto più capace di quanto si pensi. La sceneggiatura è micidiale, perfetta nel suo prendersi i tempi che servono e costruire la tensione con uno sviluppo dalla lentezza lancinante, puntuale nei rarissimi accenni di risata, ottima nel tratteggiare i vari protagonisti esattamente per quel che servono. Non si prende le parti di nessuno, anche se è evidente che ci sono personaggi per i quali è più facile simpatizzare, e si lascia spazio a una direzione del film e degli attori incredibile, che zittisce tutti quelli che han sempre considerato Smith una capra. Certo, poi aiutano le interpretazioni notevoli di praticamente tutti gli attori coinvolti, ma è proprio il film tutto a funzionare davvero, forse anche e soprattutto per la sua capacità di sorprendere fino in fondo lo spettatore che vi si presenta davanti più o meno vergine, oltre che per la subdola bravura nel dipingere una situazione totalmente assurda senza sconfinare nel ridicolo, ma ricordandoti anzi che, tutto sommato, robe del genere, nella pazza pazza America, sono sempre dietro l’angolo.

Guardando il film ho realizzato che il “God Hates Fangs” di True Blood fa riferimento al “God Hates Fags” motto della chiesa di Phelps. Non ci avevo mai pensato, sono parecchio stordito.

[FF11] Super


Super (USA, 2010)

di James Gunn
con Rainn Wilson, Ellen Page, Liv Tyler, Kevin Bacon, Michael Rooker

Nel momento in cui per la prima volta la DC riesce a portare al cinema qualcosa che non sia Batman o Superman, la Marvel riesce a organizzare un mega cross-over fra sei film distribuiti nell’arco di cinque anni, ci sono altre due o tre saghe di roba sui supereroi apprezzata da critica e pubblico, è in lavorazione un sequel di Ghost Rider con Nicolas Cage che piscia fiamme e siamo addirittura ai sotto-generi radicati, con quattro esponenti per il filone dei supereroi sfigati e fatti in casa, beh, è evidente che i tizi in calzamaglia non ce li leveremo dalle scatole per un bel po’. Oppure il genere sta per implodere e collassare su se stesso, può anche essere. Comunque, nel caso specifico, viene spontaneo chiedersi se dopo Special, Defendor e Kick-Ass ci sia ancora spazio per un nuovo rappresentante della categoria. Eh, dipende. Per dire, a un film il cui trailer si presenta con “From the lunatic who directed Slither” gli si vuole già bene a prescindere. Anche perché io, al lunatico James Gunn e al suo adorabile Slither, voglio in effetti un gran bene. 
Lo spunto che differenzia Super dai suoi predecessori, comunque, sta nella natura del protagonista, che questa volta non è semplicemente uno sfigatello nerd o un povero ritardato, ma uno squilibrato vero. Uno che decide di mettersi in costume dopo aver avuto una visione mistica in cui dei tentacoli in stile Urotsukidoji gli aprono la capoccia, l’enorme dito di Dio gli tocca il cervello e Nathan Fillion vestito da Holy Avenger gli dà un paio di dritte. Un tizio seriamente pericoloso, che procede a tentoni e si agita sostanzialmente preda della rabbia per l’amor perduto, abbattendo a colpi di chiave inglese sulla fronte piccoli e grandi criminali, ma anche gente che – per dire – salta la fila al cinema.
Ed è seguendo la sua furia psicolabile che il film abbandona i temuti toni da Sundance Festival accennati in avvio per andare alla deriva verso un fiume in piena di improvvisi, fortissimi, raptus violenti e comicità dell’assurdo. Anzi, ancora meglio: Gunn riesce a mescolare le due anime, sfruttando non a caso una folle e ottima Ellen Page e partorendo un film che riesce a ritagliarsi un’identità tutta sua, che ti fa innamorare dei suoi personaggi squilibrati e che ti appassiona con la sua narrazione schizoide. Insomma, una figata.
Ha forse solo un po’ il “problema” che il trailer rischia di attirare un pubblico non necessariamente avvezzo ai crani scoperchiati mostrati dal film. Voglio dire, il trailer di Slither era decisamente più sincero.