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Un giro all’Expo

Dunque, l’altro giorno, per la precisione venerdì 29 maggio, ce ne siamo andati all’Expo. Avevamo il biglietto da giornata intera, ci siamo presentati verso le undici scarse e siamo rimasti lì fino quasi alle sette di sera. Io sarei andato avanti, pur essendo a pezzi, perché funziono così, ma giustamente la mamma in divenire era brasata e ce ne siamo tornati a casa. Non so quindi come sia l’Expo serale, quello che – mi dicono – sta rubando tutta la clientela dell’ora di cena alla Milano da bere grazie al suo prezzo contenuto, alle luci, ai colori e alle mille fantabulose attività. E quello diurno? Quello diurno, secondo me, se lo prendi come “una fiera”, una roba che vai a visitare e di cui ti gusti i lati positivi, è molto bello. Certo, è anche un bello sbattimento, considerando le dimensioni notevoli, la facilità con cui di fronte ai padiglioni migliori si creano code (soprattutto nel primo pomeriggio, specie poi quando arrivano le scolaresche), il fatto che le code te le devi sucare sotto al sole e pure il fatto, non secondario, che molti padiglioni sono abbastanza deludenti. Però, nel complesso, merita. E si mangia bene. Altro discorso, invece, se ti ci presenti abbagliato dal concetto di “Oh, caspita, l’ESPOSIZIONE UNIVERSALE, uah!”, dal numero di anni in cui se n’è parlato e, non sia mai, dal fatto che dovrebbe essere interamente organizzata attorno a un tema specifico.

Nel padiglione zero il tema viene affrontato come argomento generale. E non è niente male.

In realtà per me l’aspettativa era bassa in partenza, perché, non ci posso fare nulla, nella mia capoccia l’Expo è un’altra cosa. L’Expo che ho sempre visto nei fumetti, nei libri, nei film, anche piuttosto di recente, è un mondo di tecnologia e futurismo spinto. L’Expo che hanno organizzato per quest’anno è un mondo di cibo e pappe assortite. Che va benissimo, eh! Non sia mai che io dica di no all’occasione di assaggiare roba buona. Però, appunto, non è quella cosa un po’ fantascientifica e fuori dal mondo che la narrativa popolare m’ha inculcato per anni e anni. Forse, quindi, è anche per l’aspettativa di partenza un po’ bassa che ne sono uscito abbastanza soddisfatto, mentre la mia gentile signora, che s’aspettava qualcosa di incredibile, ne è uscita sparando sventagliate di mitra per aria dal fastidio. E magari la verità sta nel mezzo.

Un’istantanea del mezzo, che è anche dove si trova l’ombra.

Dicevo del tema: a me è un po’ parso che per la maggior parte sia stato affrontato fischiettando e facendo finta di niente. C’è Eataly, dove si magna, ci sono mille e più stand dove il punto è far pubblicità al proprio paese, con tanto di video promozionali in pieno stile ente del turismo, ci sono un po’ di utensili, vasi, vestiti, piante, piatti, whatever. Qualcuno ha fatto l’attrazione ganza, tipo la rete dei brasiliani, e i poveretti del Nepal hanno un padiglione delizioso, ma disabitato per ovvi motivi. Sembra per la maggior parte di stare girando in una versione meno “densa” e meno concentrata sul venderti roba della fiera dell’antiquariato. Ma quella storia del “Feeding the Planet, Energy for Life”, per gran parte della fiera, spazia fra il #fottesega e il “Sì, beh, OK, ci tocca, facciamo che se volete potete informarvi leggendo su questo terminale, però guardate che belle spiagge e che bei vasi che abbiamo dalle nostre parti”.

In Messico ci sono tanti colori deliziosi, ma l’allestimento m’è parso un po’ pigro.

Non che vada così dappertutto, eh! C’è chi ha saputo investire nella maniera giusta e ci ha provato, a tirar fuori cose che fossero allo stesso tempo marketing, spettacolino e percorso informativo. L’hanno fatto per esempio i coreani e gli statunitensi: i risultati non sono proprio da urlare per la gioia, ma insomma, quantomeno ci hanno provato. L’hanno fatto anche i giapponesi e ne è venuto fuori uno stand eccellente, informativo, dinamico, interattivo, con anche un po’ di spettacolo e di autoironia, una roba deliziosa. E non a caso, per entrare, è abbastanza inevitabile la coda, anche se va detto che l’indicazione sulla durata della stessa tende ad essere un po’ abbondante. Più in generale, è evidente che le code si formano soprattutto davanti agli stand migliori e quindi è soprattutto per questo, più che per le dimensioni in sé, che è difficile visitare tutto in un giorno: se vuoi vedere le cose che meritano, passi un po’ tanto tempo a rosolarti al sole in attesa. Ed è stancante.

Kuwait e USA mano nella mano.

Di buono c’è che l’architettura è formidabile. Quasi tutti gli stand, anche quelli che poi all’interno lasciano a desiderare, visti da fuori sono spettacolari, fantasiosi, variopinti. Fra la cesta di vimini formato gigante, i mille colori delle aree latinoamericane, il legno giapponese, le sfere giganti trasparenti e i crisantemi cinesi, anche solo passeggiare nell’area centrale (l’unica coperta dal sole… o dalla pioggia) è un piacere. E infatti la mia impressione è che il modo migliore per godersi l’Expo sia girarselo senza ansia. Vai lì, ti fai una passeggiata, ti gusti gli stand, entri dove non c’è coda, decidi di dedicare il tempo necessario ad entrare in quel paio di stand “popolati” a cui tieni davvero, ti fermi a fare uno spuntino, ti organizzi magari per passare dai russi o dai coreani nell’orario in cui fanno gli assaggi di (rispettivamente) dolci e kimchi… l’importante è rilassarsi e godersela, non farne una malattia se entri dai vietnamiti e trovi il vuoto, anzi, calmarti e apprezzare quelle due o tre cose buone che hanno pure loro. E poi gironzolare, scoprire le cose magari un po’ nascoste, arrivare in Svizzera con il fiato corto, accorgerti che è in corso uno strano concerto e sederti un’oretta a rilassarti. Noi abbiamo beccato due violoncellisti dell’orchestra di Basilea che si esibivano con arrangiamenti bizzarri, accompagnati da un DJ che metteva su le basi, e che hanno buttato dentro pure una strana versione della sigla de Il trono di spade. Assurdo ma piacevolissimo e ottimo come pit stop.

Il trono di Basilea.

E il cibo? Boh, ovviamente non posso giudicare per tutta la fiera. Noi abbiamo mangiato al ristorante dentro il padiglione coreano, spendendo cinquanta euro e spiccioli totali in due: un menu, due piatti a parte, un dolce, dell’acqua. Poco? Tanto? Alla fin fine mi sembra quel che si spende in un ristorante etnico. Per altro era molto buono, forse un po’ addomesticato sul fronte delle spezie, ma davvero ottimo. E poi, in serata, ho speso 8,50 euro per un cartoccio di verdure e carne in pastella fritti, più una gazzosa, al padiglione dei miei amichetti omaniti. Certo, due esempi non fanno statistica, ma se devo basarmi sulla mia esperienza, mi sembrano prezzi normali da fiera. Anzi, ho visto ben di peggio in altre fiere. Poi, sì, se vai al ristorante giapponese di lusso col menu da 120 euro…

Pappa bona.

Quindi, insomma, merita, ‘sto Expo? Mah, secondo me, se vivi a Milano o dintorni, ti incuriosisce anche solo un po’ e, soprattutto, hai modo di andarci in un giorno della settimana, quando puoi sperare che ci sia un po’ meno gente rispetto al weekend, merita eccome. Non so se meriti il viaggio da chissaddove, ma ovviamente è l’opinione mia. Anzi, a dirla tutta, se non fossi stremato dal caldo e se avessi avuto un po’ più giorni a disposizione in questo mio viaggetto a Milano, forse, ci sarei pure tornato. Poi, sì, ci sono mille motivi per cui “No Expo”, boicottiamolo, bla bla bla. Non ne dubito. Ma non di quello volevo chiacchierare.

Il cesto in vimini del Qatar…

… i deliziosi colori dell’Ecuador…

… questa foto non so neanche perché l’ho scattata… 

… la simpatica signora ungherese che crea “live”…

… e gli amici del sultanato.

Comunque il padiglione del Giappone merita. Sul serio. E mi hanno detto cose buone anche di Germania ed Emirati Arabi Uniti, ma fra stanchezza e code esagerate abbiamo preferito evitare.
Arrivato a questo punto pensi che la coda sia finita. Think again. 

 La parete della bava.

Questo tavolo è ricoperto di cose sfiziose. E poi arriva lo spettacolino demenziale.

L’angolo dello snob: tornare a Milano mi ha ricordato quanto faccio fatica a tollerare l’umidità di Milano. Girare per l’Expo mi ha ricordato quanto mi stiano sulle palle certi atteggiamenti e modi di fare tipicamente italiani. Abbiate pazienza, sono fatto così. Che poi sono italiano pure io. Anzi, peggio, sono pure mezzo abruzzese. Ce l’ho nel sangue. But still.

Milano accoglimi!

Ieri pomeriggio mi sono preso il mio bell’aereo in direzione Milano e adesso mi faccio un weekend lungo delle solite cose, fra pappe abbondanti a casa dei suoceri, passaggio a volo radente in fumetteria, incontri con amici e parenti assortiti. Oggi, però, il tuffo nell’oblio: andiamo a farci un giro all’Expo, nella speranza di non fare troppe code, con l’obiettivo di mangiare più roba possibile. Almeno credo. Si va per quello, all’Expo, no? Non so, io, ‘sta cosa dell’esposizione universale, a furia di vederla in film, libri e fumetti, me la sono sempre immaginata come il trionfo della tecnologia e del futurismo. E invece si mangia. Non che mi lamenti, eh. Viva il padiglione coreano! But still.

Comunque la mascotte dell’Expo mi risulta abbastanza inquietante. La vedrei bene in un film di Brian Yuzna. Fa solo a me quest’impressione? Ah, il blog, probabilmente, si arena un po’ da qui ad almeno martedì. Oddio, magari non si arena, vai a sapere, però, insomma, me la prendo comoda.