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Jimmy Gibbs


Le regole sono semplici:

– piantala di fare il cazzone cazzuto e resta vicino al gruppo
– mentre io sparo tu ricarichi. il piombo inquina e noi ci teniamo.
– esiste solo expert

semplici, appunto. non serve mica un cervellone, bastano quattro elementi un filo sopra Forrest Gump e uno straccio di disciplina

stasera abbiamo entrambe le cose.

la strada verso il centro commerciale è stata mite, controllata, priva di inutili strepiti. ne abbiamo ammazzati un fottio senza affanni, senza panico. l’equivalente pirico di un soffocamento a base di cuscini.

la gestione è stata tale che durante la salita verso il terzo piano – casalinghi e giardino- Svezia si è concesso uno sfizio raccogliendo il lanciagranate.

il lanciagranate è la cartina tornasole dei coglioni. in mano all’elemento sbagliato fa poco danno sui virulenti e molto su chi invece può ancora vantare un sistema immunitario degno di questo nome.

ma Svezia non è un coglione. è diligente, spara raramente e con parabole alte. sfoltisce la prima ondata lasciando a Repubblica ceca e a Russia il compito di far fuori il grosso sulla media distanza, sfruttando la sacra accoppiata Charlie & Yuri, aka M16 & AK47.

a me spetterebbe il compito di eliminare lo sporco più tenace e vicino, a colpi di pallettoni. ma la mossa di Svezia mi ha colto alla sprovvista e ora sono qui con il telescopico. due armi a lunga gittata e nessuna per i ravvicinati.

ma sta andando tutto così bene, perchè preoccuparsi.

la conta delle taniche dice che ne mancano solo due, poi la Dodge Charger a piano terra, versione moderna del generale lee, scaricherà a terra la giusta quantità di coppia, evacuandoci da questa valle di lacrime.

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rieccoci, ed ecco anche le due ultime taniche.

Russia raccoglie la prima e la getta giù dalla balaustra. Repubblica ceca tenta di imitarlo avvicinandosi alla seconda, ma ecco partire gli ottoni a bassa frequenza.

il tank compare direttamente in fondo al corridoio, ovvero a tre metri da Svezia, sfanculando immediatamente l’utilità del lanciagranate. mentre Repubblica ceca arretra tirando una raffica di 24 colpi senza pausa alcuna Russia fa quello che bisogna sempre fare in questi casi: tira fuori la molotov.

regola 4 – la molotov la tieni per il tank. il bastardo deve bruciare mentre il gruppo canta burn baby burn a cappella.

il tank experto non muore mai, se non è a fuoco, e Russia lo sa. ne abbiamo segati prima, segheremo anche questo, senza panico, senza affanno. cuscino.

la molotov vola sopra la testa del tank. si schianta su una pianta di plastica alle sue spalle senza nemmeno procuragli un eritema, mentre il colosso si scaglia su Svezia e lo uccide in un secondo netto.

assisto alla scena un filo inebetito, poi svuoto l’intero caricatore del fucile da cecchino senza iron sight, da tanto la bestia è vicina. la montagna di muscoli e stamina arriva addosso a Russia e lo fa volare giù, tre piani di ristoranti chimici, erboristerie e punti di ascolto cliente attraversati in un secondo.

sia io che Repubblica ceca abbiamo il tempo di ricaricare e svuotare nuovamente i rispettivi magazzini, poi passiamo all’unisono sulle pistole. lui sulla magnum di Callaghan io su… una katana.

perchè cazzo ho una fottuta katana? io detesto tutte queste merde di armi bianche, le evito come la peste. come si spiega che il mio campo visivo è occupato da hulk e da una lama giapponese economicamente forgiata in corea?

mentre pondero la possibilità che prima, al piano terra, la fretta mi abbia probabilmente spinto ad un acquisto fallace provo perfino ad abbozzare un patetico fendente verso le due tonnellate di fibre rosse e raggi gamma in pieno momentum verso di me. un secondo dopo sono a terra. due secondi dopo sono morto.

Repubblica ceca è illeso e sta sparando alle spalle della bestia. questa si volta, alza le mani come per richiedere ancora un pò di forza al dio dei troll, poi si accascia a terra.

ora, Repubblica ceca ha l’esperienza necessaria per capire che da solo, in un magazzino infestato da zombie expert e con un serbatoio non ancora pieno di benzina, la cosa più saggia da fare è riavviare mestamente il livello o farsi sbranare senza reagire.

eppure lo vedo raccogliere la tanica da terra, gettarla giù per le scale, avvicinarsi al mio cadavere e tirare fuori il defibrillatore.

zzot! ritorno dal regno dei morti salutato da una singola frase, pronunciata con quell’inconfondibile mix di accento slavo e stridio microfonico

“cover me!”

enunciate queste parole Repubblica ceca si spara una dose di adrenalina in corpo e corre verso le scale

claudicante raccolgo il fucile da cecchino e do una occhiata allo straccio di salute che mi ritrovo. fra pochi secondi qualcosa mi aggredirà alle spalle uccidendomi e lasciando Repubblica ceca da solo in balia di un’orda inarrestabile. abbandono anche l’ultimo briciolo di speranza quando un boomer appare dietro l’angolo, riempiendo il mio compagno di vomito verde ancor prima che possa raggiungere le scale.

una porta alle mie spalle si apre, ne esce un gruppo di impiegati in corsa. puntano su di me mentre ricarico. due metri, un metro, zero.

mi superano, ignorandomi.

stanno seguendo a rotta di collo Repubblica ceca, ricoperto di bile attraente. ma Repubblica ceca è veloce, più adrelinicamente veloce degli zombie alle sue spalle. corre come il figlio del vento.

realizzo di dovermi preoccupare solo di chi gli sta davanti.

imbraccio il fucile, guardo nel mirino. zoommo sugli assatanati risalenti le scale.

bam! fuori uno.

bam! fuori due. bam! diridindin, il campanellino premio del salvataggio in extremis.

in cuffia due voci provenienti dall’oltretomba iniziano a rumoreggiare, c’è il tifo.

bam! quattro. bam! bam! il razer scivola lentamente sul pad, non sto nemmeno respirando. sono posseduto dallo spirito di un cacciatore siberiano ingaggiato da Stalin.

BAM dirdindin! BAM! quanto è passato? quindici secondi? Repubblica è sull’ultima rampa. i pochi infettati che passano la mia Stalingrado vanno giù a colpi di kalashnikov cechi.

in cuffia siamo alle urla. Repubblica ceca raccoglie la tanica più lontana e raggiunge la macchina, inizia a versare

bam! dirindindin bam! bam! dirindindin!

Repubblica corre a prendere la seconda tanica, quella più vicina. la raccoglie mentre vedo guizzare qualcosa verso di lui. è la lingua dello smoker. Repubblica tenta di voltarsi e sparare. ma non vede il suo assalitore, come non lo vedo io.

è in un angolo a me nascosto, sotto le colonne del primo piano. vedo solo la sua lingua attorcigliata intorno al mio amico che si dimena contro la macchina che dovrebbe dargli la libertà, con la tanica risolutrice a due metri da lui, irraggiungibile.

trattengo il respiro, miro alla sottilissima lingua.

bam! mancata. bam! man…katana.

cosa cazzo?! ho la stessa identica faccia stranita di prima, la faccia dell’idiota della katana, che ha finito le munizioni del fucile. mentre lascio che la più assurda delusione mai prodotta da un videogioco mi assalga mi prendo un attimo per ascoltare cosa stanno urlando Russia e Svezia in cuffia

“GRE…” greatest sniper of the world? greatest effort ever made? lo so amicici, ma non è bastat…

“GRENADE LAUNCHER, IDIOT!”

a tre metri da me, per terra, da secondi che sembrano ore, c’è il lanciagranate di Svezia.

lo raggiungo, tramite quello che sembra essere lo zoppichio più insopportabile nella storia della zoppia. punto approssimativamente sulla zona della lingua. basta il primo colpo.

Repubblica ceca è libero. non è più Carl Lewis ma un vecchio come me, lento e goffo, sebbene ancora capace di versare della benzina come si deve. lo fa, poi si ferma.

perchè non parte? perchè non gira la chiave della Charger e si tuffa nelle braccia di una dolcissima rossa? in una vita di pic nic, balconi fioriti, libri di inaudita bellezza e bambini lanciati nell’aria di un parco domenicale?

perchè lascia che l’orda gli si stringa intorno in pochi istanti, sempre più vicina, più rapace, alitante odio?

lo capisco quando ormai la fine è a pochi metri, quando il caricatore del mio fratello di recente elezione è pericolosamente vuoto. non può partire perchè io sono qui, a tre piani e mille anni luce di distanza. ancora vivo.

faccio un passo avanti.

la nota bassa che dovrebbe accompagnare la mia morte da impatto viene soffocata da un rombo assordante, centinaia di cavalli americani imbizzarriti che urlano, sfondano vetrate, piegano l’acciaio, mordono il lucido marmo. pistoni, scintille, nitriti.

last man stand.