Archivi categoria: Baguette-o-pep

Lo Studio Ghibli in mostra

Il 4 ottobre ha aperto in quel di Parigi la mostra Dessins du Studio Ghibli, dall’argomento facilmente intuibile. Si tiene presso lo stesso luogo che ha ospitato la mostra dedicata agli eroi Marvel, il museo Art Ludique (indirizzo: Les Docks – Cité de la Mode et du Design, 34 Quai d’Austerlitz, Paris), fino a domenica 1 marzo 2015, quindi, se volete organizzarvi per farci un salto, direi che c’è tutto il tempo. Si tratta di una mostra dal tema piuttosto specifico e che, come esperienza, si allontana parecchio da quel sogno del Museo Ghibli di Mitaka. È quindi sicuramente molto interessante anche per chi l’ha visitato, oltre che in generale un’esposizione che davvero merita se si apprezza il lavoro di Hayao Miyazaki, Isao Takahata e compagni. Il tema principale è infatti la lavorazione alle spalle di quel che vediamo apparire su schermo, approfondita tramite lo studio dei layout.

E subito fuori si parte bene con Totoro.

Nelle diverse aree della mostra, assemblate seguendo un percorso che passa da un film all’altro e ogni tanto divaga fra un paio di stanze costruite a tema, l’area introduttiva e tutta la parte dedicata alla produzione televisiva che ha caratterizzato l’inizio della carriera dei nostri due amici, si trovano esposti 1300 layout tratti da un po’ tutte le opere e che fanno qui la loro prima apparizione in Europa. Per alcuni film, come per esempio Kiki – Consegne a domicilio, c’è pochissimo materiale, perché sono produzioni che risalgono a tempi in cui la conservazione non veniva vista esattamente come una priorità, ma nel complesso c’è veramente una valanga di roba in cui perdersi scrutando con gli occhi dettagli, meravigliosi disegni e annotazioni di vario tipo.

Non mancano ovviamente spiegazioni assortite sparse in giro fra le pareti, anche ad accompagnare alcune altri piccoli reperti, matite, strumenti, cosette varie che esulano dalla “semplice” raccolta di layout. Ma soprattutto è possibile farsi consegnare all’ingresso una guida audio portatile (senza costo aggiuntivo sul biglietto che, di suo, sta a 15,50 euro) piena di spiegazioni e aneddoti interessanti. Contiene diversi messaggi che vanno attivati in punti precisi della mostra e, a seconda del caso, si occupano di spiegare innanzitutto il funzionamento di layout stessi, il senso delle annotazioni e così via, ma poi aggiungono aneddoti sulla lavorazione dei vari film e diversi spunti di riflessione sulle scelte tecniche e stilistiche. Non mancano, infine, i classici monitor che mandano a rotazione parti di film e interviste ai maestri.

La città incantata è il film di cui sono presenti più layout.

Si tratta, insomma, di una mostra un po’ diversa dal solito, incentrata su un ambito specifico dei materiali che fanno parte del processo produttivo e strutturata secondo un percorso informativo che apre una porta sulle tecniche e sulle metodologie. Ovviamente c’è, almeno in parte, una certa attenzione anche per il pubblico più giovane, per esempio col simpatico volantino che danno all’ingresso e che spiega in maniera buffa la natura dei layout, ma nel complesso è una mostra sicuramente approfondita e molto interessante per chi apprezza non solo le opere dello Studio Ghibli, ma proprio il mondo dell’animazione in generale.

Ah, guida audio e descrizioni varie sono sia in francese che in inglese. È possibile prenotare i biglietti tramite il sito ufficiale, cosa che permette di saltare eventuali code alla cassa. Noi ci siamo presentati sul posto senza biglietto e siamo entrati senza  attese particolari ma, per dire, quando siamo usciti abbiamo visto che si era formata una coda notevole alla cassa. Quindi, insomma, magari è meglio prenotare

Un po’ di screenshot dalla beta di Assassin’s Creed Unity

Ieri ho avuto occasione di provare la beta di Assassin’s Creed Unity, in versione pompatissima, a risoluzione *K, in 3D, smell-o-rama e con tutta una serie di altre soluzioni tecnologiche che onestamente non conosco bene e sulle quali evito di esprimermi. Le mie opinioni sul gioco sono sotto embargo, ma mi è stato permesso di condividere un po’ di foto scattate mentre giocavo. Tenete conto che si tratta ancora di una beta, che prima dell’uscita ci sarà un downgrade grafico, che il vostro PC comunque non sarà all’altezza e che le versioni console faranno cacare, però, insomma, meglio che un dito in un occhio. A voi.

Notate l’estensione del territorio e quanto cacchio è lontano l’orizzonte, senza la minima incertezza. 
Subito un esempio della fauna inserita nel mondo di gioco.
 Impressionante anche il numero di foglie, fra l’altro tutte mosse dal vento e animate singolarmente.
 
Due foto consecutive per mostrare quanto cambia un paesaggio modificando un paio di impostazioni.

La cura per il paesaggio floreale garantisce fra l’altro un gioco molto più colorato del solito.
 La skin del protagonista è ovviamente ancora provvisoria.

Gli interni sono molto curati e ricchi di dettagli. Fra l’altro si può interagire con tutto: ho distrutto quei vasi a pistolettate e rotto le sedie a calci.
Ovviamente non mancano i minigiochi: qua si può ammirare uno dei tavoli da biliardo. Purtroppo, nella beta non era possibile giocare, come indicato dal cartello rosso.
Di nuovo, il gioco stupisce per varietà e intensità dei colori.

È anche possibile raccogliere questo genere di oggetti e portarli poi a un negoziante, per scambiarli con equipaggiamento utile.

Impressionante la complessità delle texture. Guardate questo tappeto…
 … questi vasi…
 … e questo camino. Pazzesco!

In giro per il mondo di gioco si trovano venditori di cibo di vario tipo, utili per ripristinare l’energia vitale spendendo pochi soldi. Impressionante la varietà di vivande fra cui scegliere: non ha particolari risvolti pratici, ma certamente aumenta il coinvolgimento. Nella foto, una patata al forno con formaggio fuso e prosciutto.
La vegetazione è davvero molto varia e ricca. Ovviamente gli alberi hanno anche una certa utilità per nascondersi e durante i combattimenti.

Qui si è manifestato uno strano bug grafico sul cielo. Notate comunque la varietà in termini di popolazione del mondo di gioco.
 Un altro sguardo ai “cittadini”, vari e molto ben animati. Bella anche la texture del muro.
 La panca da lavoro per il crafting. Qua è possibile portare i materiali raccolti e forgiare equipaggiamento di vario tipo: armi, armature, gadget ecc…
 Non manca tutta una rete sotterranea piena di side quest.
Dietro quel cancello si nascondono le segrete e le relative missioni. Notate il vetro protettivo che blocca l’accesso: sono infatti contenuti scaricabili che sarà possibile acquistare a parte, disponibili gratuitamente per chi ha prenotato il gioco.
 Un collezionabile. Ce ne sono tantissimi.
 Di nuovo il bug grafico legato all’illuminazione. Notate comunque il pianoforte e l’arpa: ci sono dei minigiochi musicali per utilizzarli.
 L’enigma dell’orologio. Davvero tosto.
La stanza in cui si effettuano i salvataggi.
 In alcune parti il gioco si sviluppa anche molto in verticale.
 Una skin per il multiplayer.
 Un’altra sezione a cui è possibile accedere solo acquistando il relativo DLC. È inclusa nel gioco se si effettua pre-order da GameStop.
 Di nuovo, notate l’estensione pazzesca del territorio. Il motore grafico non va mai in affanno.

Poco shafting, va detto.
 Questa è una sezione con tutta una serie di quest particolari su cui non faccio spoiler.
 Se ci si avvicina alla statua parte la missione dedicata al conte Fersen.
 Seguendo la trama principale, sono finito ad esplorare questo piccolo villaggio.
 C’è anche la casetta di marzapane! Purtroppo in quest’area non è possibile entrare negli edifici. Non mi è chiaro se sarà possibile nella versione finale del gioco.

Anche qui si nota un certo sviluppo in verticale del gameplay.
 Cosa si nasconderà in quella torre?
 Un paio di esempi dell’ottimo lavoro svolto sulla fauna.
 Di nuovo il grande utilizzo dei colori.
 È possibile raccogliere la verdura e prepararsi un pasto. Richiede un po’ di lavoro ma ne vale la pena.
 Quel cartello a sinistra fa da bacheca tramite cui accettare missioni.
 La torre più da vicino. Salendo, si accede a uno scontro con un boss. Notate il collezionabile in basso a destra.
Un esempio delle condizioni atmosferiche variabili.
 La cura per le piccole cose è pazzesca. Questa è una coccinella che si è posata sul protagonista. Guardate i dettagli, anche del vestito!
Un easter egg.

E insomma, questa è la mia rassegna fotografica su Assassin’s Creed Unity. Di nuovo, non so quanto il gioco finale saprà mantenersi su questi standard, soprattutto nella versione console, ma certo quel che ho visto e provato promette molto bene. Speriamo sappia mantenere!

Abbiate pazienza, ogni tanto mi sento cretino.

Quel posto buffo della Shakespeare and Company

Nel weekend, c’erano ospiti italici in casa San Maderna e, ovviamente, abbiamo fatto un po’ di giri per la città, toccando alcuni dei punti che finisci sempre per toccare quando ti vengono a trovare amici e/o parenti. Tipo, per dire, sono andato per l’ennesima volta a visitare la Torre Eiffel, che vabbé, è comunque sempre piacevole, ma sono per la prima volta salito fino in cima, esperienza nuova e sfiziosa. Da ancora più in alto, Parigi è proprio un bel vedere, ma soprattutto la cosa affascinante è il modo in cui cambia la visione fra in cima e a metà, chiaramente soprattutto dal punto di vista dei dettagli, tipo le formichine là in basso o le decorazioni degli edifici. Inoltre, bonus, mentre eravamo in cima, abbiamo assistito a una proposta di matrimonio da film, con tanto di applauso spontaneo della folla sull’anello accettato. E son cose belle. Agevolo foto del parafulmine della Torre Eiffel.

Gira di qua, gira di là, vai all’Arco di trionfo, a mangiare le crepes da Josselin, nel quartiere ebraico a scofanarti le pallotte di ceci più buone dell’universo da L’As du Fallafel, finisci inevitabilmente anche dalle parti di Notre-Dame, dove putacaso c’è lì vicino la via delle fumetterie (e ci lasci i soldi) e dove c’è a due passi la libreria Shakespeare and Company. Ci eravamo già capitati davanti una volta senza saperne nulla e ci aveva incuriositi, ma era chiusa. Questa volta ci siamo passati intenzionalmente perché qualcuno me l’aveva segnalata nei commenti del blog. Ciao qualcuno, non mi ricordo chi sei, abbi pazienza. E che cos’è? È una libreria storica aperta da un’immigrata statunitense un centinaio di anni fa e diventata famosa in quanto punto d’incontro per svariati autori che non avevano niente di meglio da fare che andare a cazzeggiare lì. In realtà la storia della libreria è un po’ più articolata, ma non ha veramente senso che mi metta qui a ricopiare quel che si può andare tranquillamente a leggere su Wikipedia. Al massimo posso chiacchierare di cosa ci ho trovato io, da cliente a caso entrato per dare un’occhiata.

Al piano terra c’è il negozio, pieno di libri d’ogni categoria in lingua inglese. Non è assolutamente enorme, ma si trovano parecchie cose particolari, edizioni interessanti, oltre ovviamente a un certo carico di roba “famosa”, ché bisogna pur vendere. L’ambiente è amichevole, alla cassa attaccano subito bottone (in inglese) e chiacchierano di quel che stai comprando, di sicuro ci si trova bene e fare acquisti è un piacere. Fra l’altro, sempre alla cassa, ti chiedono se vuoi il timbro della libreria in prima pagina, cosa che immagino sia usanza figlia del fatto che il luogo è ormai meta turistica. Mi hanno pure regalato il sacchetto di tela, immagino perché, ehm, ho speso oltre una certa cifra, quindi ne ho uno nuovo per la collezione infinita di sacchetti di tela da usare per fare la spesa.

L’aspetto “turistico” del luogo è un po’ un suo lato negativo, più che altro perché la libreria non è esattamente enorme e tende a riempirsi di gente che vuole curiosare. Non che ci sia qualcosa di male, fondamentalmente pure io sono finito lì per quel motivo, ma a tratti diventa un po’ difficile muoversi liberamente. D’altra parte la cosa limita la comodità di fare shopping, quindi tutto sommato è se vogliamo anche positiva, visto quanto c’ho le mani bucate.

Comunque, c’è anche un secondo piano, che si raggiunge salendo una piccola scalinata, dove si trova a una valanga di volumi d’epoca, vecchie edizioni, perfino copie di quotidiani risalenti a chissàqquando. Non si tratta di materiale in vendita, è lì per consultazione, per gironzolare nel passato della letteratura e per starsene un po’ stravaccati fra divani e letti a sfogliare e leggere questi volumi a volte talmente vecchi che hai un po’ paura a metterci le mani sopra. Chiaramente questa è la parte più affascinante della libreria e, anche se non si ha la minima intenzione di starsene seduti a leggere una copia d’epoca di questo o quel romanzo, un passaggio per dare un’occhiata se lo merita di sicuro. E… e basta, direi. L’incasinatissimo sito ufficiale della libreria l’ho linkato là sopra, qua mi limito ad aggiungere che si trova al numero 37 di rue de la Bûcherie, a uno sputo da Notre-Dame e a due sputi dalle fumetterie. Se capitate da queste parti e vi interessa come tipo di cosa, fateci un salto.

C’ho veramente troppo le mani bucate. Devo fare qualcosa. Tipo spezzare la carta di credito, boh.

I videogiuochi in mostra

Una cosa di cui mi sono reso conto abbastanza in fretta, a seguito del mio trasferimento in terra francese, è che qua a Parigi di certo non mancano le cose da fare e non mancano bene o male in tutte le direzioni. Poi, certo, io faccio caso soprattutto alle direzioni che interessano a me, tipo i ristoranti e i cinema, ma insomma, in generale è un continuo ricevere stimoli da tutte le parti e, per dire, ci sono esposizioni e mostre a getto continuo su qualsiasi argomento possibile e immaginabile. Fra gli argomenti, ce ne sono anche diversi tranquillamente inseribili nella categoria geek, tant’è che ultimamente sto scrivendo di mostre parigine con una frequenza tale da spingermi addirittura a creare un apposito tag. Oh, non è mica una cosa da poco, eh, ho perfino fatto il tag! Vabbé, comunque, se vi siete persi le mie chiacchiere sulle varie cose a tema fumettistico, videogiocoso e cinemaro, non sto a rimettere qua i link che oggi non ho voglia: cliccate sul tag e ci arrivate da lì. Ecco. Oggi, comunque, chiacchiero di una mostra della quale sapevo molto poco – praticamente solo il nome – e dalla quale sono uscito forse un po’ freddino, certo non entusiasta come per tutte le altre di cui ho chiacchierato qua nel blog. In parte, forse, è perché s’è rivelata un po’ diversa da come me l’aspettavo, in parte proprio perché in certi aspetti l’ho trovata un po’ abbandonata a se stessa.

Sto parlando di Videogame Story, mostra interattiva allestita nel complesso fieristico di Paris Expo – Porte de Versailles. Viene descritta più o meno come la più grande mostra dell’universo fra quelle dedicate alla storia dei videogiochi e tutto sommato non fatico a crederlo, perché indubbiamente è grossa. Ed è strutturata secondo quello che, forse, è il modo migliore per allestire un’esposizione sui videogiochi: con quasi tutto acceso, in funzione e a disposizione della gente. L’esposizione percorre la storia dei nostri amati giochini dalla nascita (o quasi) a oggi, seguendo le varie epoche con un’area per ciascun decennio e separandole tramite sezioni dedicate a questa o quella serie nello specifico, fra Mario, Zelda, Mario Kart, Metal Gear, Tomb Raider, Sonic e via dicendo. Non mancano poi spazi ancora più specifici, tipo la stanza in cui è possibile farsi venire il mal di mare giocando col cabinato idraulico di Air Rescue o l’angolo in cui è possibile fare i cretini con Donkey Konga, la LAN di Counter Strike e quella di Doom, perfino la zona dedicata ai giochi sportivi, in cui mi sono fatto una bella partitina al primo Pro Evolution Soccer, tornando con la memoria agli sfidini redazionali e a quanto mi faceva incazzare l’uno-due automatico col difensore che si bloccava sul posto per una frazione di secondo. Maledetto.

Tutto molto bello e, di nuovo, tutto molto sensato, perché il modo migliore per far (ri)scoprire la storia dei videogiochi consiste nel permettere alla gente di (ri)giocarli. I lati negativi stanno innanzitutto nella scarsità di contestualizzazione, con davvero pochi contenuti che esulino dal semplice pad messo in mano: OK che il punto della cosa è dare la possibilità alla gente di passare qualche ora giocando gratuitamente a qualche coin-op di spessore e provando i classici del passato (e del presente: ci sono anche le sezioni PS4 e Xbox One, con tanto di area indie e tavolata Oculus Rift), ma sarebbe stato interessante avere anche un po’ di spazio dedicato all’approfondimento, ai dietro le quinte. Che so, qualche scritta sul muro che spieghi cosa hai davanti, cose del genere. E invece, sotto questo punto di vista, si trovano al massimo una manciata di gadget, un paio di pareti con bozzetti preparatori (belli, eh!) e le classiche teche con un po’ di console e computer messi in fila. Che pure va più che bene, intendiamoci, ma un po’ spiace. E, al di là di questo, spiace anche che la selezione dei giochi in mostra sia a tratti abbastanza tirata via, con parecchi giochi di secondo o terzo piano la cui presenza mi sembra giustificabile solo con un “Oh, ce li avevamo, fanno numero”. Inoltre, mi rendo conto che non dev’essere semplice gestire la brutalità di un afflusso di gente sicuramente notevole – andare durante un pomeriggio infrasettimanale è probabilmente stata una scelta saggia – ma le condizioni in cui versano diversi controller e perfino qualche cabinato fanno piangere il cuore, oltre a rendere sostanzialmente impossibile provare il gioco come si deve.

Dopodiché, intendiamoci, è comunque una mostra che vale il prezzo del biglietto e in cui qualunque giocatore con almeno una decina d’anni di carriera alle spalle può trovare svariati angoli nei quali farsi avvolgere dalla nostalgia, mentre i più giovani hanno occasione di toccare con mano roba che magari non hanno mai visto. Con più attenzione su alcuni aspetti, sarebbe diventata una mostra clamorosa, ma anche così merita comunque un passaggio. E probabilmente è importante anche sapere a cosa si va incontro, presentarsi magari con un po’ di amici ed essere pronti a trascorrere qualche ora giocando a ruota libera con qualsiasi cosa ci si trovi davanti. Ah, ovviamente all’uscita c’è il negozietto, ma clamorosamente, stavolta, sono riuscito a tenere la carta di credito nel portafogli.

La mostra, come detto, sta al Paris expo Porte de Versailles (1 place de la Porte de Versailles 75015 Paris – tel: 01.40.68.22.22) e, purtroppo, non c’è ancora molto tempo a disposizione per andare a visitarla, dato che chiude il 7 di settembre. Ma, oh, vai a sapere, magari qualcuno capita su questo post e decide di andare a farci un salto.

Guerre Stellari in mostra

Sempre in base a quel processo che ti porta a dire “Oh, guarda, c’è una mostra sfiziosa, ma tanto chiude fra [inserire a piacere] mesi, ci vado più avanti”, ho visto per mesi i manifesti di Star Wars Identities in giro per Parigi, soprattutto appiccicati agli autobus, ma ho continuato a rinviare. Mi sono infine deciso a farci un salto in occasione dell’avvento di Nabacchiodorozor da queste parti nel post-Gamescom e devo dire che non me ne sono pentito. Ne chiacchiero quindi qui a favore di chi potrebbe interessato, anche tenendo conto che (1) l’esposizione è stata prolungata fino al primo di ottobre, quindi magari qualcuno trova il modo di passare, e (2) si tratta di una mostra più o meno itinerante. Negli scorsi due anni, infatti, se la sono goduta in tre diverse città canadesi e sul sito ufficiale affermano che presto verranno annunciate altre tappe. Quindi, insomma, incrociate le dita, sai mai che si manifesti pure in Italia.

Detto questo, Parigi non è poi così lontana, e soprattutto ospita diverse altre mostre sfiziose per il nerd-verso (oltre, ovviamente, al fatto che si tratta di Parigi e, insomma, ci si può sempre fare un salto per milleduecento altri motivi, tipo la mia presenza o il fatto che è pieno di ristoranti etnici da strapparsi le vesti e correre in giro urlando per la gioia). Tant’è che ho già scribacchiato della mostra dedicata al mondo dei videogiochi e di quella dedicata all’universo cinematografico Marvel (entrambe aperte fino a fine agosto). Ho chiacchierato anche del Japan Expo, ma quello ormai è andato. Ma insomma, in qualsiasi momento si passi di qui, c’è sempre qualcosa di sfizioso in corso, tipo, che ne so, il Paris International Fantastic Film Festival in autunno e i vari eventi che organizzano nel corso dell’anno. E, sempre in questi giorni, c’è anche un altro evento dedicato ai videogiochi, che ho fra l’altro visitato ieri e a cui immagino dedicherò un altro post nei prossimi giorni. Ma insomma, basta con la chiacchiera a caso per piazzare link gratuiti e passiamo al dunque.

Il dunque.
Star Wars Identities o, se preferite, Star Wars Identités, è sostanzialmente due cose. Da un lato c’è l’esposizione, pura e semplice, di qualcosa nell’ordine dei duecento “pezzi” provenienti da tutti i film della saga. Costumi, oggetti di scena, modellini usati per gli effetti speciali, materiali di studio, bozzetti preparatori e via di questo passo. E già solo per questo meriterebbe di farci un giro, se si è almeno un pochino amanti di Guerre Stellari o, tutto sommato, anche se si è semplicemente appassionati di cinema e fa piacere gettare uno sguardo su materiali di questo tipo, fra elementi che permettono di vedere cosa sta dietro le quinte, accenni a cose immaginate e mai usate e, banalmente, l’impressionante cura, amore, passione che si vede nell’attenzione ai dettagli dei vari modellini e oggetti di scena assortiti. E in ogni caso, la base è che se hai Guerre Stellari nel cuore ci sono punti della mostra in cui quel simpatico organo ti si ferma di colpo. Ma si comincia praticamente subito, eh! Fai la coda per entrare – gli ingressi vengono scaglionati per gruppetti – osservando materiali legati a Star Wars: Rebels, indossi il braccialetto e l’auricolare, osservi il filmato introduttivo, giri l’angolo e – PAM! – ti ritrovi davanti il costume originale di Boba-Fett e quello di uno Stormtrooper, con attorno altra roba che ti fa stringere il cuore e subito dietro i due robot dei nostri sogni. E rimani lì come un cretino a fissare i dettagli per minuti e minuti, chiedendoti fra l’altro che inferno debba essere passare le giornate sul set con quella roba addosso.
Ed è bene o male tutto così. Anche le cose più insignificanti, o quelle di cui magari non te ne frega niente perché arrivano da un film che non ti piace, sono tremendamente affascinanti da osservare e scrutare in ogni dettaglio. A un certo punto giri l’angolo e ti trovi di fronte il pod di Anakin, piazzato lì in mezzo a una stanza, a grandezza naturale. E ti mozza il fiato, non c’è niente da fare. O, perlomeno, a me l’ha mozzato, e me ne sono stato lì dieci minuti a scrutarne ogni centimetro, a osservare i meccanismi infilati per dare un senso estetico e funzionale alla sua costruzione. Tutto così. Tutto così. Un piacere che levati. Purtroppo non posso mostrare molto perché sul biglietto c’è indicato il divieto di far foto e, sebbene ovviamente in molti se ne freghino, io ho la maleducata abitudine di dar retta a ‘sti divieti e quindi non ho immortalato nulla. In realtà, leggo ora sul sito ufficiale un’indicazione un po’ diversa, che incoraggia anzi a far foto ma pone il divieto a immagini scattate per utilizzo professionale. Ma insomma, whatever, anche perché in effetti non so quante fotografie avrei scattato, dato che ero troppo ipnotizzato da quel che avevo davanti. 
Si fotografa quel che si può.
Ma c’è anche altro. Innanzitutto, una precisazione: ogni elemento dell’esposizione è in inglese e in francese, quindi tutte le varie descrizioni a corredo degli oggetti sono comprensibili anche per chi non ci capisce nulla di baguette e brie. E lo stesso vale per l’accompagnamento sonoro: all’ingresso, ti danno un aggeggio da metterti al collo con auricolare allegato, tramite il quale è possibile ascoltare l’audio della mostra. L’aggeggio è dotato di un sensore che rileva la tua posizione e, quando ti piazzi in una zona “dotata” di chiacchiera d’accompagnamento, scatta la voce nell’orecchio (in francese o in inglese a seconda del canale selezionato). Questo permette di ascoltare svariate descrizioni legate ad alcuni dei materiali esposti. Per esempio, la sfilza di bozzetti e “prop” su Jabba è accompagnata da un racconto sull’ideazione del personaggio. E di passaggi del genere ce ne sono svariati.
Inoltre, tutta la mostra è divisa per sezioni tematiche, organizzate in modo da – fra le altre cose – esplorare il tema dell’identità e tracciare la storia dei personaggi di Guerre Stellari, con particolare attenzione al parallelo fra Skywalker padre e figlio. Per approfondire il discorso, è stata creata una serie di filmati che chiacchierano della progressione dell’identità dall’infanzia all’età adulta, mescolando scene dei vari film, appoggiandosi su reali studi di genetica, neuropsicologia, scienza della salute e psicologia. Intendiamoci, la cosa è assolutamente all’acqua di rose, ma ne viene fuori un punto di vista intrigante, che funziona e che immagino dia al tutto anche un certo valore educativo per i pupattoli portati a osservare da vicino le astronavi e i mostri assortiti della saga. 
Sono bellissimo.
Dicevo, prima, che all’ingresso ti danno anche un braccialetto. Il braccialetto contiene un sensore, o comunque un qualcosa, che ti permette di interagire con varie postazioni sparse per l’esibizione. Presso ciascuna di questa postazioni ti viene chiesto di compiere una scelta, legata dal punto di vista tematico a quella specifica sezione della mostra. Per mezzo di queste decisioni, vai a creare il tuo personaggio di Guerre Stellari, decidendone razza, allineamento, occupazione, scelte di vita, alleanze, amicizie e così via. Arrivato alla fine, puoi ammirare il personaggio in tutto il suo splendore e farti inviare una mail contenente un link al suo profilo, con immagine, storia personale e ovviamente tutte le classiche funzioni di condivisione in ogni dove. Ed è una cosetta, ovviamente pensata soprattutto per i più giovani, ma a modo suo divertente, oltre che con almeno un paio di idee piuttosto azzeccate a livello di interazione. Ah, casomai interessasse, il profilo del mio personaggio si trova a questo indirizzo qua.
Le tentazioni del lato oscuro.
E poi, ovviamente, all’uscita c’è l’inevitabile negozio coi gadget, il catalogo, i frizzi, i lazzi e la cassa attrezzata con pratico sistema che ti estrae automaticamente la carta di credito dal portafogli e ti impedisce di uscire senza aver acquistato almeno tre o quattro cose delle quali non hai bisogno. Ma questa è un’altra storia, sulla quale io e la mia carta di credito non ci sentiamo di condividere dettagli. Sappiate solo che è stato doloroso.

Il sito ufficiale della mostra l’ho già linkato sopra, comunque sta a questo indirizzo qui. Dal sito, fra l’altro, è possibile prenotare i biglietti, che sono legati a un orario preciso d’ingresso, anche se poi è possibile rimanere dentro a fissare cose con gli occhi spalancati quanto a lungo si vuole. Per la cronaca, noi ci siamo presentati sul posto domenica senza avere alcun problema: abbiamo comprato il biglietto al momento e via. Va anche detto che in questi giorni Parigi s’è un po’ svuotata dai parigini e magari la mostra non attira molti turisti: non escludo che nelle prossime settimane, di domenica, ci siano ben altre quantità di persone. L’esposizione rimarrà aperta, come detto, fino al 5 di ottobre. Già che ci siamo, vi dico anche che la mostra si tiene a La Cité du Cinéma (indirizzo: 20, rue Ampère – 93413 – Saint Denis Cedex). Noi ci siamo arrivati scendendo alla fermata Carrefour Pleyel della linea 13. E credo sia tutto. Ciao e grazie. Anzi, che la forza sia con voi.

Andiamo tutti al Japan Expo

Allora, mi piacerebbe essere in grado di scrivere un racconto dei miei, di quelli che vado avanti a scrivere per un’ora, vengono fuori quarantamila caratteri e poi chi lo legge mi dice: “Uau, che bello, a leggerti sembra di essere stati lì.” Il problema è che sono stanco morto, ho poco tempo, centomila cose da fare, domani parto per l’Italia e sto scrivendo questo post ieri sera, mentre faccio altre centomila (appunto) cose e boccheggio e non so se ce la faccio e cominciamo subito a fermarci altrimenti scrivo quarantamila caratteri solo di divagazioni accazzodecane. Dunque. Il Japan Expo.

Per chi non sapesse di che parlo, suggerisco di cliccare lì sopra, ma spiego anche brevemente: è una fiera, giunta alla sua quindicesima edizione, che si svolge qua a Parigi, nel complesso fieristico di Parc des Expositions de Paris-Nord Villepinte, che si trova a due fermate di trenino dall’aeroporto (per la cronaca, il biglietto per l’aeroporto costa dieci euro e qualcosa, quello per la fiera costa quattro euro e qualcosa). La manifestazione, come si può facilmente intuire dal nome, è dedicata al Giappone tutto. Ed è una roba di una bellezza commovente. Ma letteralmente, eh. Intendo proprio dire che al primo impatto, mentre iniziavo a girare lì dentro, ero commosso. Ma sul serio, eh: c’avevo gli occhi gonfi. Che esista una roba del genere è una cosa bella punto e basta. Francesi brava gente, altro che.

Lucciconi.

Ma in che senso “al Giappone tutto”? Nel senso che c’è tutto. Ora, intendiamoci, ovviamente c’è tanto marketing, c’è tanta gente che è lì solo per vendere e ci sono anche un po’ di stand in mano a commercianti che ti chiedi onestamente cosa c’entrino, ma poco importa: sono due hall immense (e spiccioli) in cui trovi di tutto. C’è tanto videogioco, ovviamente, così come c’è tanto anche sul fronte di manga e anime. E in realtà già solo per il modo in cui questi tre “argomenti” sono coperti verrebbe da abbracciare forte chi organizza, e sottolineo che lo dico da persona che non sta più dietro da tempo agli anime, legge ormai pochi manga e tutto sommato anche sul fronte dei videogiochi non è che sia proprio il più grande appassionato della produzione Namco Bandai. È che proprio ti viene lo stesso da irradiare amore, di fronte a un tale dispiegamento di forze.

Ma non è solo quello, perché c’è anche il resto, c’è tutta la parte dedicata al Giappone in senso più ampio, c’è il cibo, c’è l’aspetto culturale, ci sono le mostre, c’è la musica, l’arte, l’antichità, c’è perfino lo sport, con le dimostrazioni e gli stand in cui ti fanno provare a tirare con l’arco, ad agitare bastoni e a fare altre cose strane. E poi ogni “argomento” viene trattato in maniera spaventosamente ampia. C’è tutta un’area con un palco enorme per conferenze e concerti, c’è ovviamente il cosplay, ci sono non so quanti palchi dove assistere a presentazioni, conferenze, interventi, ci sono le sessioni di autografi e c’è qualsiasi cosa possa venire in mente di sperare di trovare. Le stesse conferenze spaziano in tutte le direzioni e su tutti gli argomenti e, per dire, lato videogiochi, si va dalla “banale” presentazione alla sessione di domande e risposte di Hironobu Sakaguchi con il pubblico ad addirittura interventi in stile GDC, con Kenji Kanno che ha fatto un post mortem su Crazy Taxi.

 Mh, OK.

Potrei andare avanti per quarantamila caratteri, sto rischiando di farlo, non posso permettermi di farlo. Tra l’altro, così, lo segnalo, l’area Business/Stampa/Professionisti è forse la più organizzata e intelligente che abbia mai visto. Non che ci voglia molto, a vincere in quel campionato, but still. Poi posso aggiungere che andare alla fiera il primo giorno, di mercoledì, è stato bello perché non c’era troppa gente. Ce n’era, eh, non è che non ce ne fosse, ma si respirava. Andarci il secondo giorno, di giovedì, è stato comunque bello, ma cacchio la gente. Andarci il terzo giorno, oggi, non so come sarà, ma un po’ mi mette paura. Per fortuna sabato e domenica, anche volessi (not), non ho modo di andarci, così magari non rischio di essere calpestato. Ma basta, basta, avrei ancora tanto da dire, potrei, ma alla fine a che serve? E comunque non posso, devo fermarmi. Il punto, alla fin fine, è molto semplice: se è una roba che vi attira, se magari stavate pensando prima o poi di andarci, se eravate indecisi e se, per qualche bizzarro motivo, vi lasciate talvolta influenzare dalla mia opinione, beh, date retta a me: l’anno prossimo, l’anno dopo, quando riuscite, quando vi pare, fatevi un giro al Japan Expo di Parigi. Perché merita. Porca miseria, se merita.

(Seguono foto a caso messe in fila a caso tanto per far numero. A caso.)

Le foto vengono quasi tutte dal primo giorno, qualcuna dal secondo. Se mi capita di immortalare qualcosa di simpatico nella terza giornata, magari, aggiungo.

La torre!

Domenica sera, al termine di un fine settimana sostanzialmente affrontato da turista assieme degli amici italiani che erano venuti a trovarci, sono andato per la prima volta in vita mia a salutare la Torre Eiffel. Ma come, vivi a Parigi da otto mesi e non c’eri ancora passato? Eh, oh, che vi devo dire. L’avevo vista più o meno da lontano diverse volte, la addocchio tutti i giorni dalla finestra sul retro di casa mia, una volta m’è successo che nel giro di un mese ne avevo viste tre, fra Tokyo, Las Vegas e Parigi, ma non mi ci ero mai avvicinato per sul serio. E insomma, ci siamo andati. Ora, cosa potrò mai raccontare sulla Torre Eiffel che non sia già stato detto meglio praticamente in qualsiasi altro posto? Nulla, però alla fine è un modo come un altro per riempire il blog di martedì senza dover far girare troppo le rotelle del mio cervello, specie considerando che si tratta della settimana di preparazione alla partenza per l’E3 e c’è tanto da fare.

Ci siamo avvicinati alla torre, tutta bella illuminata in notturna, e chiaramente abbiamo fatto i turisti e abbiamo comprato il biglietto per salire. Il lato positivo dell’esserci presentati di sera è che c’era relativamente poca gente e ci abbiamo messo un attimo a comprare il biglietto e introdurci nell’ascensore. Il lato negativo è che la parte più alta della torre era chiusa e siamo potuti salire solo fino al secondo piano. Ma insomma, non lamentiamoci. Arrivati a destinazione, graziati anche da una rara giornata senza troppo vento, ci siamo goduti la vista e ho ovviamente scattato un paio di foto di rito. Che fai, sali lì sopra la sera e non mandi subito foto a caso su Facebook?

Poi sono scattate le 11:00 e mi sono goduto dal secondo piano la modalità albero di Natale che fino a quel momento avevo sempre visto affascinato dalla finestra di casa mia. Anche in questo caso, ovviamente, ho scattato un paio di foto, ma soprattutto mi sono messo a fissare le luci con occhio vitreo, lasciandomi probabilmente condizionare in stile Essi vivono per il resto dei miei giorni. Chissà se vista così da vicino, a chi ha problemi di epilessia, fa lo stesso effetto di quella famosa puntata del cartone animato dei Pokémon.

Dopo esserci goduti a lungo la vista, che obiettivamente da là sopra è proprio bella (il mio lato preferito, quantomeno di sera, è probabilmente quello che dà sulla Senna), è arrivato il momento di scendere. Vuoi perché c’era una discreta fila all’ascensore, vuoi perché mi attirava un sacco la cosa, ci siamo fatti le scale. Ed è affascinante, perché, nonostante l’ovvia abbondanza di reti e protezioni varie, a guardar fuori lungo la scalinata si ha – o comunque io ho avuto – una sensazione di minore “protezione”. Mi sembrava di essere un po’ più appeso a guardare la città dall’alto e ho ringraziato abbondantemente il fatto di non soffrire di vertigini. Lungo la scalinata, fra l’altro, ci sono appesi dei pannelli che raccontano la storia della torre e parlano un po’ anche dei cloni sparsi in giro e di altri edifici altissimi. Alla fine, come modo per intrattenere mentre uno si fa la scalata, è caruccio.

Passando per le scale, ci siamo anche fermati al primo piano, che attualmente è in ristrutturazione per proporre – se ho capito bene – una sorta di vista sulla città da una prospettiva lievemente diversa rispetto ai piani alti. La pallina gigante del Roland Garros appesa là sopra, comunque, era sfiziosa. E niente, poi siamo scesi e pian piano ce ne siam tornati a casa, anche se mi sono soffermato un’ultima volta a fissarla da sotto, un po’ di lato, e bearmi del fatto che, ehi, è proprio grossa e bella, vista da quella direzione. Seguono foto fatte a caso lungo la discesa, un paio in modalità “infilo il telefono nello spazio sopra alla rete sperando che non mi caschi di sotto”.

E stasera dovrei andare a vedere Edge of Tomorrow. Credo.

I supereroi Marvel al museo

Poco più di un mese fa, ho scribacchiato qua dentro di una nerdomostra dedicata ai videogiochi e allestita alla Cité des sciences et de l’industrie di Parigi. Quella mostra rimane aperta fino al 25 di agosto, quindi, chi volesse farci un salto ha ancora tutto il tempo. Oggi segnalo un’altra nerdomostra organizzata nella città che ha la sfortuna di ospitarmi, pure lei aperta – come si può leggere sul manifesto qua sopra – fino al termine di agosto. A ospitarla è il museo Art Ludique, un luogo dedicato all’arte moderna dell’entertainment, o qualcosa del genere. Si trova in un luogo tutto matterello che risponde al nome di Les Docks – Cité de la Mode et du Design, affacciato sulla Senna e delizioso per il placido passeggio in giornate immerse nel sole come quella di ieri. Al suo interno vengono allestite mostre temporanee dedicate, per l’appunto, al moderno entertainment. Qualsiasi cosa voglia dire. Per esempio, vuol dire che hanno aperto l’attività con l’esposizione Pixar che ho visitato quando era passata in Italia e che il 22 marzo, in occasione dell’uscita nei cinema francesi di Captain America: The Winter Soldier, è appunto partita una mostra dedicata all’arte dei supereroi (Marvel).

Quel posto là in fondo col tubone grosso verde fuori.

Visto il “gancio” usato per lanciarla, comprensibilmente, la mostra si apre con la sezione dedicata al capitano a stelle e strisce, per poi allargarsi al resto dei Vendicatori e lasciare quindi spazio a un po’ tutte le “aree” del mondo Marvel, quindi mutanti, eroi urbani, Uomo-Ragno e zona cosmica, fra Fantastici Quattro, Silver Surfer e Guardiani della galassia assortiti. È ovvio che a dettare la gestione degli spazi c’è anche un po’ un adagiarsi su quelli che sono i vari successi cinematografici della Marvel, ma la mostra è organizzata in modo da unire le varie anime dei personaggi e viene dato spazio veramente a tutto, seppur in misure diverse. Sul fronte cinematografico, ci si limita alle produzioni dei Marvel Studios e a far scena sono ovviamente soprattutto i materiali provenienti dai set: lo scudo di Cap, il martello di Thor, l’uniforme di Peggy Carter, la moto dell’Hydra, la testa di Groot e così via. Ma decisamente più affascinante è l’esposizione dei vari bozzetti, studi preparatori e storyboard, con tanto di sezioni animate che raccontano il lavoro creativo nascosto dietro la nascita delle versioni cinematografiche dei fumetti Marvel. Si sente un po’ la mancanza di materiali provenienti dalle produzioni Fox e Sony, ma insomma, ce ne facciamo una ragione.

Là in fondo puoi farti la foto scema assieme al Capitano.

Sul fronte fumettistico, c’è una quantità assurda di materiale da far sudare gli occhi, con una valanga di tavole originali provenienti da tutte le epoche, dai profondi anni Trenta fino all’altro ieri, e contributi di praticamente tutti i disegnatori a cui si può voler bene. Illustrazioni, copertine, bozzetti e chissà che altro, tutto incorniciato, messo in fila e contestualizzato, con tanti pezzi originali che li vedi lì col lettering appiccicato sopra e ti si muove il cuore, immerso fra pagine a cui hai voluto tanto bene e opere di autori che c’hai stampate nel profondo del cuore. Sei lì che passeggi fra Jack Kirby e Arthur Adams, Jim Steranko e John Byrne, John Romita babbo e figlio, John Buscema e Steve Ditko, e i brividi della memoria ti s’arrampicano su per la cervicale. Una delizia, davvero.

Sul caro Bill mi s’è stretto il cuore.

Ovviamente non mancano elementi di contorno assortiti, a cominciare dalle classiche brevi spiegazioni a margine (in francese e in inglese) che offrono un po’ di contesto sui personaggi, gli universi narrativi e via dicendo, magari anche per spiegare velocemente cosa siano le apparizioni sporadiche di elementi dai cartoni animati o magari dall’universo Ultimate. In più, sparsi in giro, ci sono monitor da cui si osservano chiacchierare Stan Lee e disegnatori come Olivier Coipel e, in fondo alla mostra, c’è una piccola sala in cui ci si può sedere a osservare un contributo filmato da circa tre minuti, che mescola gli studi preparatori delle pellicole Marvel Studios con i risultati “finali” nelle varie scene dei film. E ovviamente, all’uscita, c’è il negozietto, che però, sfizioso catalogo a parte, non è che offra poi nulla di clamoroso. Tant’è che perfino le mie mani notoriamente bucate sono riuscite a trattenersi. E insomma, la mostra è quella, è piena di cose adorabili da scrutare e, se interessa l’argomento, credo ne valga la pena.


Stan Lee è sempre tanto cicci, piccolo.

I videogiuochini al museo

Qualche mese fa, sostanzialmente quando m’ero appena trasferito a Parigi, ho iniziato a notare, sparsi per i vagoni della metropolitana, manifesti come quello qua sopra e quello che metto più avanti. Credo si capisca anche senza spiegarlo, comunque pubblicizzavano una mostra dedicata ai videogiochi, allestita da qualche parte in quel di Parigi dal 22 ottobre 2013 al 24 agosto 2014. Come sempre faccio in questi casi, mi sono appuntato mentalmente la cosa e mi son detto “Dai, c’è tempo, andiamo appena si riesce”. Solitamente va a finire che riesco a far trascorrere i dieci mesi di durata della mostra, me ne ricordo all’ultimo momento (se non a mostra già conclusa) e non riesco ad andare. Questa volta, invece, all’insegna di un futuro migliore nel quale i buoni propositi non sono solo chiacchiere al vento, ho lasciato trascorrere appena quattro mesi e domenica, mano nella mano con la mia mogliettina, me ne sono andato alla Cité des sciences et de l’industrie. E qui ci sta una divagazione.

La Cité des sciences et de l’industrie (sottolineo che sto andando di copia & incolla) è sostanzialmente, perlomeno da quel che ho capito, il museo della scienza e della tecnica di Parigi. È un edificio grosso, su più piani, all’interno del quale trovano spazio diverse esposizioni, alcune temporanee, altre permanenti, dedicate agli argomenti tipici dei musei della scienza e della tecnica: trasporti, comunicazioni, energia, scienza, tecnica, queste cose qua. Ovviamente ha un taglio che lo rende molto adatto ai più piccoli, pieno di elementi interattivi, spiegazioni audiovisive, modellini e quant’altro ma, per quel po’ che ci abbiamo girato dentro, mi è sembrato di una bellezza abbacinante, pieno di roba, interessante e comunque tarato in modo da avere sì elementi strettamente dedicati ai bambini, ma anche svariati spazi interessanti un po’ per tutti.

In più, si trova all’interno del Parc de la Villette, il parco più grosso di Parigi (o perlomeno così sostiene Wikipedia), in cui, oltre ovviamente a un sacco di verde, trovano posto aree dedicate ai poppanti, con svariati modi per distrarli e tenerli occupati mentre le mamme chiacchierano di argomenti da portineria e i papà flirtano con le mamme che chiacchierano di argomenti da portineria. Ci sono giostre, altalene, robe strane che non avevo mai visto prima e sezioni tutte nuove e dal design bizzarro ancora in costruzione. Ma il parco contiene un sacco di altra roba: la libreria, il museo della musica (con dentro il conservatorio), tre o quattro teatri dai diversi scopi, un cinema all’aperto, la zona del circo, lo Zenith (un’arena per concerti in cui sarei potuto andare a novembre e invece no) e altro ancora, tipo il canale che taglia in due il parco e ha tutto un sistema ganzo di chiuse per far passare le imbarcazioni. Subito fuori dalla Cité des sciences et de l’industrie, fra l’altro, c’è la Géode, un cinema Omnimax, variante “sferica” dell’Imax in cui proiettano filmoni più o meno educativi ad hoc. Insomma, c’è un sacco di roba che merita un giro anche se della mostra sui videogiochi non te ne frega niente. Tant’è che poi un giro ce lo siamo fatti, sia curiosando fra le altre esposizioni della Cité des sciences et de l’industrie, sia poi fra i meandri del parco.

Comunque, il punto di questo post sarebbe la mostra sui videogiochi. Di che si tratta? È un allestimento dalle medie dimensioni, nulla di abnorme, all’interno del quale viene presentato il mondo dei videogiochi in senso ampio, cercando sì di stampare un sorriso in faccia all’appassionato, ma anche di raccontarlo a chi non ne capisce molto ma è incuriosito. Tutta l’area, per esempio, è piena di descrizioni testuali, grafici, schemi e tantissimi monitor con documentari di vario tipo tramite i quali è possibile approfondire la conoscenza con i vari aspetti del settore. E non ci sono solo le cose più “classiche” come il raccontino sulla storia generale dei videogiochi, c’è per esempio tutta un’area dedicata alla spiegazione dei vari impieghi all’interno della catena produttiva. Vengono affrontate le figure di game designer, producer, grafico e via dicendo, con tanto di approfondimenti in video, interviste, spiegazioni su come funzionano, che so, gli editor di Watch Dogs e via dicendo. E ancora, informazioni sullo stato generale del settore, spunti per coglierne l’evoluzione dagli anni Settanta a oggi e così via. Il tutto, chiaramente, è proposto in maniera molto semplice, per sommi capi, ma la qualità dell’approfondimento, all’interno di uno spazio tanto ristretto, è notevole.

Poi, ovviamente, trattandosi di un’esposizione sui videogiochi allestita da gente che sa quel che sta facendo, viene dato ampio spazio all’interazione. E questo avviene sia nella maniera più semplice, con qualche classico del passato messo lì a disposizione di chiunque voglia farsi una partita, sia con macchine più particolari e curiose (tipo una specie di Pong meccanico), sia con applicazioni create appositamente. Appena entrati nello stanzone, per esempio, si può vedere sulla sinistra una specie di alcova all’interno della quale si trovano due postazioni, circondate da spiegazioni assortite e con alle spalle un monitor che mostra una demo dell’applicazione che è possibile giocare. Di che si tratta? di un semplice gioco, lungo una manciata di minuti, tramite il quale viene descritto il percorso evolutivo delle meccaniche di gioco e della visualizzazione grafica nel corso dei decenni. Controllando un personaggio all’interno di un mondo di gioco, si parte da una visione monocromatica ed estremamente ridotta e, accompagnati da brevi descrizioni, si scoprono le varie forme di movimento e interazione, i diversi stili di visualizzazione, il passaggio al 3D e così via.

E ci sono tante altre postazioni particolari di questo genere, che permettono di buttare un occhio sulle sperimentazioni legate al videogioco, di farsi – per esempio – un’idea su cosa significhi parlare di elementi “emergenti”, di conoscere il filone dei serious game. E ancora, due postazioni in cui cimentarsi con la creazione di un gioco, pasticciando tramite touch screen con un editor per livelli e varie impostazioni, un paio di schermi sferici tramite cui immergersi in un FPS, sezioni dedicate al motion gaming, una specie di “cinema” del relax al centro, in cui si ammirano su schermo gigante immagini tratte da svariate produzioni recenti molto evocative, e pure un delirante gioco in cooperativa nel quale uno dei due partecipanti si muove alla cieca, basandosi solo su stimoli sonori e sulla voce del compagno. C’è veramente tanta roba, tutta messa assieme secondo criteri azzeccati, allestita con gran gusto e capace davvero di proporsi in maniera trasversale. Il tutto, poi, come nel resto della Cité des sciences et de l’industrie, è proposto in tre lingue: inglese, francese e spagnolo.

E insomma, una visita assolutamente consigliata a chiunque sia anche solo vagamente interessato all’argomento e dovesse trovarsi a passare da Parigi da qui a fine agosto. Fra l’altro, oltre al classico negozio “generale” del museo, subito fuori dall’esposizione c’è il negozietto specifico della mostra, chiaramente pieno di roba con cui è un attimo strinare la carta di credito. Questa volta mi sono moderato, ho solo preso un paio di libri Pix’n Love (la bibbia Amiga e quello dedicato a Eric Chahi), ma ho la scusa che sto studiando il francese e quindi compro libri in francese. Cosa che fra l’altro mi ricorda molto “Mamma, il computer mi serve per studiare!”, oltre al fatto che giocare le avventure Sierra fu molto utile a farmi venire voglia di imparare bene l’inglese. Ah, la nostalgia! Comunque, ribadisco, se avete modo, fateci un salto, ne vale la pena.

 

Se invece vi capita di passare da Berlino, ricordatevi che lì c’è un gran bel museo del videogioco. Casomai interessasse, ricordo che ne ho parlato in coda a questo podcast.

Lo spam della domenica mattina: Monaco mon amour

Allora, questa settimana ho ben due podcast da segnalare. Da una parte, il solito The Walking Podcast dedicato all’ultimo episodio di The Walking Dead. Dall’altra Italiani, il podcast con Vitoiuvara che fa le domande alla gente che vive fuori dall’Italia. Abbiamo partecipato io e Giovanna, non siamo riusciti a chiacchierare di alcune cose che secondo me sarebbe stato interessante dire, ma insomma, magari non è venuto fuori uno schifo. Boh, vai a sapere. Eppoi, su Outcast ho enucleato un’anteprima si fa per dire di Super Mario 3D World e il solito episodio di Old!, dedicato al novembre del 1973.

E nella settimana entrante si dovrebbero registrare Chiacchiere Borderline e Tentacolo viola!