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Jiro vuole bene al sushi anche in Italia

Da quel che leggo in giro, pare che oggi esca in Italia Jiro Dreams of Sushi, il bel documentario a tema pesce affettato e spalmato sul riso che ho visto l’anno scorso all’Asia Filmfest di Monaco e di cui ho scritto a questo indirizzo qua. L’edizione italiana si intitola Jiro e l’arte del sushi ed è distribuita da Feltrinelli Real Cinema. Non ho idea di che genere di diffusione possa avere, ma non mi aspetto di vederlo combattere ad armi pari con Checco Zalone, diciamo. Segnalo comunque che Feltrinelli ha organizzato una serie di eventi collegati. Per esempio domani, giovedì 28 novembre, alle 18:30 presso la Feltrinelli di Corso Buenos Aires, si può ascoltare Hirazawa Minoru, chef del ristorante Poporoya, mentre chiacchiera di sushi, per poi tuffarsi nella degustazione e guardarsi il film al cinema Arcobaleno (il tutto pagando dieci euro). E buon appetito.

Oggi, però, mi faccio una bella pastasciutta.

Rurouni Kenshin


Rurouni Kenshin: Meiji kenkaku roman tan (Giappone, 2012)
di Keishi Ohtomo
con Takeru Sato, Yû Aoi, Emi Takei, Teruyuki Kagawa

Credo sia la prima volta che mi capita di guardare un film “live action” basato su un manga o un cartone animato, genere che mi sembra essere piuttosto diffuso in Giappone (ho però visto l’Ace Attorney di Takashi Miike, basato su un videogioco ma realizzato con spirito molto simile). Chiaramente non ne ho mai visti perché quei film faticano ad arrivare in Occidente e il motivo penso sia abbastanza chiaro: mentre i film-fumetto occidentali provano a limare gli aspetti più bizzarri delle opere originali, puntando sull’approccio realistico, smorzandone l’assurdità con un taglio comico e, in sostanza, anche nei casi più “variopinti” come quelli delle pellicole Marvel, adattando il tutto al gusto del grande pubblico nostrano, quelli giapponesi fanno l’esatto opposto. Abbracciano la totale follia estetica e di scrittura della fonte e la riproducono il meglio possibile su schermo, con tutte le assurdità che ne derivano. E che tutto sommato non vanno comunque distanti da un certo tipo di poetica che comunque si vede spesso al cinema in oriente, anche quando non si sta lavorando sull’adattamento di un fumetto per ragazzi.

O, insomma, questa è una lettura che do io. E del resto, quando a realizzare un film tratto da un manga ci si mettono di mezzo gli occidentali, tipicamente, o ci si ispira a opere dal taglio molto realistico (Crying Freeman) o si imbastardisce un po’ tutto cercando di ridimensionare il ridicolo e finendo per tradire lo spirito dell’originale (Fist of the North Star, Guyver). E realizzando film osceni, ma quello è un altro discorso. Tant’è che, pur avendo visto questi, per la mia percezione, Rurouni Kenshin è il primo film di questo genere che guardo. Insomma, detto che son curioso di vedere cosa combinerà il mio amico del cuore James Gunn con una roba totalmente senza senso come il film dei Guardiani della galassia, si tratta proprio di due universi parecchio distanti. Basta mettere a confronto come si approccia negli iuessei un film basato sui Transformers e cosa viene fuori quando i giapponesi decidono di portare sul grande schermo Yattaman.

In Guillermo Del Toro we trust.

OK, basta divagare: Rurouni Kenshin racconta di un samurai-assassino particolarmente ganzo e violento che, dopo aver dato il suo contributo al crollo dello shogunato Tokugawa e all’avvio dell’era Meiji, decide di abbandonare la via della violenza, darsi al vagabondaggio e dedicarsi ad aiutare il prossimo suo. Chiaramente accadono cose e si finisce di nuovo a combattere, anche se sempre evitando di uccidere. L’ambientazione storica è gustosa, guardacaso simile a quella di Tai Chi Zero, con la società occidentale che piano piano si fa strada fra le maglie del Giappone, e in questo contesto si sviluppa una storia stra-classica, con la cittadina che patisce le angherie del riccone di turno, le forze dell’ordine con le mani legate e lo straniero vagabondo che arriva a salvare la povera gente. Non so dire quanto tutto questo sia fedele all’opera originale, perché non ho mai visto il cartone animato e del fumetto ho letto solo i primi numeri  pubblicati da Star Comics (Kenshin Samurai vagabondo), ma la storiellina è semplice e funziona.

Certo, bisogna entrare nell’ordine di idee per cui l’eroe della situazione è un ragazzino giapponese con l’aria effeminata, il capello rossiccio, una ridicola cicatrice in faccia e che dimostra molti meno anni di quanti dichiarati dal personaggio. E bisogna saper assimilare l’atmosfera sopra le righe, il continuo passare dal melodramma più spinto alla comicità più demenziale, i personaggi usciti direttamente da un fumetto per caratterizzazione estetica e atteggiamenti… insomma, tutte quelle cose che non ci si aspetta di veder funzionare al cinema. Ci son tante belle immagini, le scene d’azione sono convincenti e c’è quell’atmosfera tutta stupidina e leggiadra da film giapponese per ragazzi. Per una seratina placida, va più che bene.

E questo era l’ultimo dei cinque film visti all’Asia Filmfest. Leggo in giro che forse lo distribuiscono fuori dal Giappone. Vai a sapere.

Tai Chi Zero

Tai Chi 0 (Cina, 2012)
di Stephen Fung
con Yuan Xiaochao, Angelababy, Tony Leung Ka Fai, Eddie Peng

Girato assieme alla seconda parte, Tai Chi Hero, che nel frattempo in Cina è pure uscita al cinema e non mi spiacerebbe guardare, dato che qua si rimane appesi col cliffhanger, Tai Chi Zero è un filmetto d’azione stupidino, simpatico e divertente, con quel taglio tutto orientale che sembra uscito per direttissima da un cartone animato. I personaggi sono sopra le righe, le situazioni sono assurde, c’è una punta di melodramma – con anche un paio di svolte in effetti abbastanza cupe – ma è sempre tutto smorzato da una comicità che spazia fra lo slapstick, la battutina innocente e la demenza pura. E in più si ammicca anche spesso allo spettatore, coi vari personaggi introdotti con sovrimpressione che ne illustra anche l’interprete. Tipo che quando esordisce il protagonista Yuan Xiaochao scopriamo che l’attore è stato campione pseudo-olimpico di wushu nel 2008, sul cameo di Andrew Lau ci specificano “regista di Infernal Affairs“, un altro tizio che non ricordo viene segnalato come star dei film di kung fu degli anni Settanta e così via.

Ma, buffonate a parte, com’è il film? Eh, se levi le buffonate, non rimane moltissimo, ma può bastare. La storia è ambientata in un periodo affascinante, quello in cui la Cina stava subendo l’invasione da parte della cultura e della tecnologia occidentale, e ci ricama su per mettere in piedi un bizzarro scenario dai tratti steampunk. Chiaramente, il tutto si inserisce in situazioni da classico fantasy orientale, con un bel ripieno di arti marziali e un protagonista il cui bizzarro cornetto gli regala una potenza incredibile ma lo sta anche conducendo alla morte. L’eroe decide allora di recarsi in un villaggio fra i monti per imparare una particolare tipologia di kung fu, che dovrebbe aiutarlo a convogliare meglio la sua energia interiore e, sostanzialmente, salvargli la vita. Ma qui scopre che per tradizione non si insegna il kung fu ai forestieri e che tutti gli abitanti del villaggio, ma proprio tutti tutti, sono fortissimi e lo prendono a pizze in faccia come niente.

La bimbetta viene presentata come prodigio del wushu, o qualcosa del genere. E tira le pizze.

E da lì parte tutta una storia di amore, amicizia, redenzione, crescita umana e personale, Tony Leung con la barba che fa il vecchio maestro, macchine a vapore che esplodono, salti e piroette. Un filmetto gradevole, molto molto molto curato sul piano visivo, con un bel ritmo, un’atmosfera tutta simpatica e leggerina. Non c’è moltissima azione, in realtà, ma è sempre gran bella da osservare, come del resto è lecito attendersi quando a curarla c’è Sammo Hung. E insomma, niente di clamoroso, ma è uno spettacolo piacevole e che scorre via, anche se sul finale girano un po’ i maroni. OK, lo sapevo. OK, l’arco narrativo si conclude. Ma su diverse cose si rimane davvero appesi, senza contare che uno vorrebbe anche poi vederlo davvero in azione, il protagonista, armato del kung fu paesano. Ma, per quello, tocca aspettare Tai Chi Hero.

Il film l’ho visto qua a Monaco, all’Asia Filmfest, in lingua originale e con sottotitoli in inglese. In Italia c’è passato tramite il Festival di Venezia, ma non tratterrei il fiato in attesa di una distribuzione al cinema. È comunque uscito negli USA e in Australia, quindi non penso sarà un problema recuperarlo in DVD o per altri mezzi. Ah, come insegna la locandina là sopra, viene proiettato in 3D e perfino in IMAX. Io l’ho visto in normalissimo 2D e andava bene così.

Headshot


Headshot (Thailandia, 2011)
di Pen-Ek Ratanaruang
con Nopachai Chaiyanam, Sirin Horwang and Chanokporn Sayoungkul

Non conosco neanche per sbaglio lo stato del cinema tailandese, quindi non so se e quanto Headshot ne sia rappresentativo. Quello che so è che Headshot è un film con un paio di idee simpaticamente bizzarre e un protagonista abbastanza bravo, ma circondato da cani e diretto da un regista che insomma. Mi immagino questo stesso film messo in mano a un coreano di quelli cazzuti e mi scaldo tutto. E invece, quel che si vede in Headshot è una roba fatta da gente che ci crede tanto ma proprio non ce la fa. Sembra di guardare un film di quelli fatti per divertimento da ragazzini, con la videocamera regalata da mammà, la recitazione a caso e tanta voglia di provarci fino in fondo. Con più azione nella locandina qua sopra che in tutti i 105 minuti di film. E con il Jim Caviezel thailandese come protagonista.

Il film si apre con un killer professionista, il nostro Jim Caviezel thailandese, che si becca una pistolettata in faccia durante una missione, mentre è travestito da Agente 47 travestito da monaco. Da lì in poi, la storia si sviluppa su due binari paralleli, che raccontano presente e passato. Da un lato vediamo il nostro antieroe che si riprende dall’infortunio (si fa per dire: a causa della ferita, ora vede tutto capovolto) e cerca di ritirarsi a vita privata da monaco, per scoprire che ovviamente il passato tornerà a spaccargli i maroni. Dall’altro, ci viene raccontato come abbia fatto a trasformarsi dal poliziotto più incorruttibile di Bangkok al killer più ganzo del quartiere. E la spiegazione è molto semplice: è un cretino.

Il Jim Caviezel thailandese protegge la sua bella.

Perché poi, la sostanza di Headshot non è altro che il classico racconto noir in cui il protagonista crede di essere un fico, ci viene dipinto come tale, ma pian piano scopre di non essere altro che una marionetta completamente in balia delle femme più o meno fatale di turno e, già che ci siamo, pure dei diabolici piani di chi lo manipola dall’alto. Praticamente ogni cosa accaduta in vita al nostro amico Jim Caviezel thailandese è stata in qualche modo organizzata da qualcuno, e Jim se ne accorge sempre troppo tardi. Il problema è che tutto questo viene raccontato in una maniera un po’ ridicola, con un film fatto di silenzi contemplativi, grandi melodrammi e dialoghi che vorrebbero essere ganzi ma non ce la fanno (ma diamogli pure il beneficio del dubbio del sottotitolo che non rende). E insomma, alla fine ti rimangono in mano solo le buone intenzioni, innegabili, una bella scena d’azione finale al buio (troppo poco e troppo tardi) e un pugno di mosche.

Il film l’ho visto qua a Monaco all’Asia Filmfest. Vedo che sta uscendo un po’ in giro per il mondo, ma dubito arriverà in Italia. Non che valga la pena di aspettarlo.

A Simple Life

Tao jie (Cina, 2011)
di Ann Hui
con Andy Lau, Deannie Yip

A Simple Life è un film semplice, che non racconta nulla di complesso, e proprio in questa sua umana normalità trova la propria forza. C’è Roger, interpretato da Andy Lau, che lavora nel mondo del cinema, conduce una vita solitaria e dà ancora lavoro ad Ah Tao, interpretata dalla strepitosa Deannie Yip, che si è sempre occupata di lui, fin da piccolo. Era la sua tata, la governante di casa, probabilmente la sua migliore amica. All’improvviso questa donna subisce un ictus, ne esce fisicamente debilitata e non più in grado di fare il proprio lavoro. Umiliata e priva di scopo, sceglie di andare a vivere in una casa di riposo. Ma Roger non la abbandona, continua a visitarla, ad essere suo amico, a pagarne le cure e a vivere fino in fondo il rapporto di amicizia, rispetto e gratitudine che li lega. Tutto qui.

Ebbene, A Simple Life è uno fra i più bei film che ho visto quest’anno, forse il più bello punto e basta. È una storia raccontata con eleganza, delicatezza, umorismo, gusto, che attanaglia dall’inizio alla fine senza scivolare nel melodrammone strappalacrime, raccontando invece la tenera vicinanza fra due persone e la comune normalità della loro vita, il modo in cui questa donna ha saputo toccare oltre a Roger un’intera famiglia e chiunque le gravitasse attorno. Deannie Yip, premiata a Venezia con la Coppa Volpi, è fantastica e naturalissima in un ruolo tutt’altro che semplice. Mostra affetto, sofferenza, gioia, senso di inadeguatezza nel ritrovarsi all’improvviso dall’altro lato della barricata, ad avere bisogno di qualcuno che si prenda cura di lei dopo essersi presa cura degli altri per tutta la vita. E guardarla fa male al cuore.

A Simple Life è un film meraviglioso, che non punta sulla tragedia insistente dell’anziano abbandonato in un luogo squallido, del degrado, del senso di colpa, e riesce invece a commuovere con una risata, per esempio in quella bellissima conversazione al parco o in quella fantastica telefonata di gruppo con gli amici. Sorprende proprio nel suo non cercare l’effetto sorpresa ed è davvero di una bellezza incredibile, talmente ben confezionato da non far minimamente stonare le brevi apparizioni di Tsui Hark, Sammo Hung, Anthony Wong e altri. Son tutti bravi, ci stanno tutti bene.

In Italia è uscito a marzo, sull’onda lunga del passaggio al Festival di Venezia, quindi non ci sono proprio scuse: cercatelo e guardatevelo. Io invece l’ho visto qua a Monaco, all’Asia Filmfest, in cinese sottotitolato in inglese. Piangevano tutti come fontane. Son bei momenti. 

Jiro e l’arte del sushi

Jiro Dreams of Sushi (USA, 2011)
di David Gelb
con Jiro Ono, Yoshikazu Ono

Jiro Ono è l’ultraottantenne titolare di Sukiyabashi Jiro, il primo ristorante di sushi capace di ottenere la certificazione delle tre stelle sulla guida Michelin. Fuggito da casa da giovanissimo per gettarsi nel mondo della ristorazione, Jiro è diventato un maestro nella preparazione del sushi e da settant’anni vive per il proprio lavoro. In questo piccolo locale da dieci posti, ancora oggi è lui la “faccia” che ogni giorno serve i clienti con un servizio personalizzato. Con lui lavorano degli apprendisti e il figlio Yoshikazu Ono, destinato ad ereditare il locale, mentre il figlio minore ha scelto di aprire un ristorante altrettanto minore (“solo” due stelle!) in quel di Roppongi Hills. Jiro Dreams of Sushi racconta la storia di Jiro, la sua filosofia di vita, la gestione del ristorante, il rapporto con i figli e, in generale, finisce chiaramente per parlare anche di sushi.

Si tratta di un documentario da un’ora e mezza scarsa, che mostra un uomo anziano, simpatico e scorbutico, la cui unica ragione di vita è il proprio lavoro. È sempre presente al ristorante e, soprattutto, il ristorante è sempre aperto. Capita magari che lui si debba assentare brevemente, per un funerale o per il proprio ricovero in ospedale, ma poi torna e ricomincia a macinare sushi. I giorni di ferie sono tempo sprecato, l’unico obiettivo è diventare sempre migliore nel proprio lavoro, essere impeccabile, dare tutto. Perché nella vita bisogna trovare un lavoro che si ama e renderlo la propria vita, dargli tutto per riuscire al meglio.

E infatti, oltre che per il modo in cui mostra certi aspetti nella lavorazione del sushi, oltre che per la gran fame che fa venire, oltre che per il ricordare a tutti che il pesce viene ammazzato, e spesso in maniera neanche troppo delicata, l’aspetto interessante di Jiro Dreams of Sushi sta nel ritratto che dipinge di un uomo vivo solo in funzione del proprio lavoro. Presumibilmente Jiro è anche piuttosto ricco, considerando quanto costa un pasto nel suo locale (300 dollari, per capirci, e bisogna prenotare mesi prima), ma non dà l’impressione di godersi il denaro, o in generale la vita al di fuori del lavoro. Non ha interessi, passioni o attività che vadano oltre il sushi. Ha una famiglia, ma i suoi due figli vengono raccontati quasi solo in funzione del rapporto col lavoro del padre. E della moglie non si sa praticamente nulla. Insomma, Jiro sogna il sushi.

Questo è il primo dei cinque film che ho visto qua a Monaco all’Asia Filmfest. Non mi risulta sia mai uscito in Italia, correggetemi se sbaglio.