Bombshell – La voce dello scandalo

Se volete leggere questa recensione impaginata meglio e con un voto in fondo, la trovate su IGN Italia. Se preferite ascoltarmi parlare del film in podcast, lo trovate su Outcast.

Nell’estate del 2016, Roger Ailes, amministratore delegato di Fox News, Fox Television Stations e 20th Television, abbandonò la sua posizione (e ricevette quaranta milioni di dollari di liquidazione, perché che fai, non glie li dai?) a seguito di uno scandalo esploso nel luglio dello stesso anno, quando la giornalista Gretchen Carlson gli aveva intentato causa con l’accusa di molestie sessuali. Non fu la prima a far presente le sue abitudini ma fu la prima a muoversi in maniera così aggressiva ed efficace, dando coraggio ad altre vittime: nel giro di pochi giorni, arrivarono accuse da ventitré donne, compreso un nome di punta come Megyn Kelly, e Ailes fu costretto a capitolare, con Rupert Murdoch che ne rilevò la posizione. Bombshell – La voce dello scandalo propone John Lithgow nel ruolo di Ailes e racconta quegli eventi seguendo soprattutto il percorso di tre giornaliste: Megyn Kelly (Charlize Theron), Gretchen Carlson (Nicole Kidman) e Kayla Pospisil (Margot Robbie), un personaggio fittizio che unisce le esperienze raccontate da diverse donne coinvolte. E come spesso accade in questo genere di film “basati su una storia vera”, a spiccare è innanzitutto il lavoro degli attori.

Charlize Theron, che Bombshell l’ha anche prodotto, è pazzesca nella sua opera di trasformazione, supportata al trucco da un Kazu Hiro che già aveva vinto l’Oscar con L’ora più buia e qui ha raddoppiato. La sua Megyn Kelly fa veramente impressione per fattezze, modo di parlare, voce, movimenti del corpo, e una volta tanto sono credibili le affermazioni di chi sostiene d’aver pensato che l’inizio del film fosse composto da immagini di repertorio e aver capito solo dopo qualche minuto di stare guardando un’attrice. Ma il resto del cast certamente non sfigura, anzi, riesce a dire il suo anche una Nicole Kidman francamente un po’ in disparte, forse a casua dell’NDA che ancora imbavagliava la vera Gretchen Carlson durante la lavorazione del film. John Lithgow, poi, è fantastico, perché non propone un cattivo macchietta che si alliscia i baffi prima di passare all’assalto, anzi: il suo Roger Ailes funziona proprio grazie alla capacità di essere affabile, rassicurante, carismatico, irresistibile, di attirarti in trappola nella sua rete e poi, solo poi, mostrare ciò di cui è capace.

Ancora meglio va con una Margot Robbie fenomenale, che trasmette a meraviglia tutto il concentrato di entusiasmo, ingenuità, forza, panico, stupore, sconforto espresso dal suo personaggio, vero e proprio avatar tramite il quale Bombshell racconta l’isolamento, il dubbio, il senso di colpevolezza, il terrore a cui vicende del genere possono condurre una vittima. La sua scena più celebrata, in cui parla al telefono con l’unica collega in cui abbia trovato dell’amicizia, è un momento incredibile e che zittisce chiunque (me compreso, lo ammetto) si sia stupito all’epoca per una nomination agli Oscar giunta da questo film, invece che da C’era una volta a… Hollywood.

D’altro canto, “Ottime interpretazioni, gran lavoro di ricostruzione, film ordinario” è un po’ il commento standard su questo genere di operazioni, no? Ecco, in questo caso, diciamolo, sì e no. Da un lato, Jay Roach, ormai ennesimo regista passato al “film verità” dopo essersi costruito una carriera con le commedie (da Austin PowersTi presento i miei), dirige un film dagli sviluppi senza dubbio tradizionali, che sorprende poco e non offre grandi invenzioni di personalità. Il guizzo principale forse, è costituito da quei momenti di rottura del quarto muro, nei quali la Megyn Kelly di Charlize Theron spiega in maniera brillante, come se stesse conducendo un servizio giornalistico, le tremende dinamiche sessiste che Ailes aveva messo in piedi nella sua Fox. Preciso, chiaro, divertente e agghiacciante allo stesso tempo, Roach illustra alla perfezione il codice d’abbigliamento, l’uso della telecamera dedicata alle cosce e altre pratiche intollerabili, veicolando il messaggio alla perfezione. Ma, in fondo, anche questo non fa molto più che proseguire il discorso registico aperto da Adam McKay con La grande scommessa.

Però il film funziona, è diretto con mestiere, fila all’insegna del ritmo e trasporta con le giuste emozioni attraverso un racconto corale. E ad elevarlo ci pensa soprattutto la capacità perfetta di centrare il tono, la delicatezza e la precisione con cui Roach non perde mai l’equilibrio e riesce a comunicare il senso di isolamento, sconfitta, negazione, colpa, che provano le vittime. Inoltre, tratta alla perfezione i momenti più delicati, quelli legati alle molestie, senza mezza sbavatura, riuscendo a non sessualizzare Margot Robbie neanche per un istante, focalizzandosi sul suo shock, sulla sorpresa, sul terrore, mettendo lo spettatore realmente a disagio.

Tra l’altro, soprattutto questo aspetto, in fondo, era fondamentale per rispondere a una fra le due grosse critiche che sono arrivate all’uscita negli USA. Si è infatti un po’ discusso dell’opportunità che una storia del genere venga scritta e diretta da due uomini (Charles Randolph alla sceneggiatura). E se da un lato la posizione di principio è comprensibile, dall’altro i due hanno parlato con le varie donne coinvolte nei fatti e collaborato molto con il cast di attrici, in particolare una Charlize Theron produttrice sempre partecipe e che ama mettere le mani nei suoi film. Poi, certo, la criticità di fondo rimane e probabilmente non sta a me (maschio) dire se la lamentela di principio sia sterile, ma i risultati mi sembrano centrati.

Più interessante, forse, è l’altra polemica nata in seno al film, legata al modo in cui Bombshell sorvola abbastanza sulla natura controversa delle sue protagoniste. Perché stiamo pur sempre parlando di due giornaliste di punta del network televisivo più criticato d’America, che hanno spesso sostenuto posizioni controverse, sessiste, populiste, razziste, classiste. Il film menziona alcuni episodi delicati ma lo fa quasi di sfuggita, liquidandoli come figli di ingenuità e/o di un contesto ingestibile. Lo stesso Roach si “difende” ricordando quanti capolavori nella storia del cinema hanno romanzato e ci hanno fatto amare protagonisti spregevoli, criminali, assassini, mafiosi, sottolineando che non vede perché non si possa fare lo stesso con giornaliste dalle posizioni politiche discutibili. E non ha neanche torto, ma il problema è che il film non sembra avere l’ardore di farlo fino in fondo, schiva questi aspetti e si concentra su altro. Da un lato ci sta, in fondo il tema centrale sono gli eventi del 2016, ma dall’altro sarebbe stato più interessante raccontare come anche persone discutibili, se non spregevoli, possano essere vittime di qualcosa d’orribile e possano trovare la forza e il coraggio di fare qualcosa d’importante quando converrebbe stare zitte. Forse è proprio questo che manca a Bombshell per diventare un grande film.

2 pensieri riguardo “Bombshell – La voce dello scandalo”

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