L’uomo invisibile

Se volete leggere questa recensione impaginata meglio e con un voto in fondo, la trovate su IGN Italia. Se preferite ascoltarmi parlare del film in podcast, lo trovate su Outcast.

È bastata qualche settimana nelle sale per L’uomo invisibile di Leigh Whannell a far dimenticare il disastro del Dark Universe che Universal aveva provato lanciare con La mummia di Tom Cruise. Abbandonato quel clamoroso caso di passo più lungo della gamba, all’interno del quale l’uomo invisibile sarebbe dovuto essere Johnny Depp, ecco subentrare Jason Blum, Re Mida dell’horror contemporaneo, che ancora una volta centra il bersaglio applicando la sua formula: budget ristretto, idee forti , libertà creativa. Il successo è stato immediato, perlomeno nei paesi che hanno fatto in tempo a vederlo nei cinema prima della chiusura, ed è stato anche parecchio meritato, perché Whannell ci ha messo idee, un approccio a modo suo originale e quell’equilibrio che gli era sfuggito con la sua opera precedente. Il risultato, da qualche giorno disponibile anche in Italia grazie alla distribuzione tramite video on demand, si infila nel sempre più nutrito gruppo dei grandi horror recenti e potrebbe davvero porre le basi per un rilancio in grande stile dei mostri classici targati Universal, anche e soprattutto perché non si è sforzato (quasi) minimamente di farlo.

Lo spunto di partenza è semplice ma efficacissimo: questa volta, la storia dell’uomo invisibile la seguiamo dal punto di vista della vittima, una donna afflitta da violenza domestica che fugge dal suo matrimonio e da una vita di abusi. E il film si apre con la scena più terrificante di tutte, tale nonostante l’elemento fantascientifico debba ancora manifestarsi: la minaccia è semplicemente un uomo spregevole e pericoloso. Da lì, Whannell procede nel raccontare una storia che, in fondo, con un paio di ritocchi, funzionerebbe anche senza la svolta verso il fantastico. Del resto, l’uomo invisibile, qui, sfrutta le sue capacità per fare con più agio e maggior efficacia quel che tante, troppe persone fanno nella realtà: distruggere la vita altrui tramite la violenza, psicologica ancora prima che fisica, minando le certezze, portando all’isolamento, instillando un falso senso di colpevolezza e complicità nella vittima.

E alla fin fine la chiave del film sta soprattutto lì, nella maniera perfetta in cui questo punto di vista filtra quelli che di fondo sono i cliché tanto di questa storia, quanto di una “normale” vicenda segnata da stalking, abusi, molestie: l’uomo invisibile che si prende gioco delle vittime sfruttando i suoi poteri, la paranoia, il dubbio che si viene a creare in tutti i personaggi, il senso di colpa, l’isolamento, l’incertezza. Non c’è, però, solo questo, che pure sarebbe parecchio. C’è una Elisabeth Moss dalla bravura mostruosa, che soffre, agonizza, somatizza, reagisce, combatte, caricandosi tutto il film sulle sue spalle. C’è un Whannell che gioca meravigliosamente bene con la macchina da presa, creando inquietudine grazie all’uso dei silenzi, della staticità, degli spazi vuoti, riempiendo gli ambienti con la suggestione, facendo montare la tensione grazie al nulla, girando ogni singola scena come se ci fosse costantemente un altro personaggio che non vediamo, destabilizzando lo spettatore grazie alla sovversione di un linguaggio cinematografico tradizionale. E c’è una capacità rara di far funzionare tutto alla grande nei momenti in cui non bisogna sbagliare, con in particolare una svolta verso metà film che davvero lascia di sasso.

L’unico appunto che si può fare a questa splendida rilettura del mito non è neanche una vera critica, più una considerazione sui canoni del genere. Nel terzo atto, L’uomo invisibile si adagia su binari un po’ più prevedibili, lasciandosi andare a spiegazioni e sviluppi che segnano un certo calo di tensione ma sono in fondo “necessari” per un film che non vuole scardinare o rivoluzionare i generi, solo abbracciarli con una personalità tutta sua. E in realtà, anche in questa sua coda per certi versi canonica, Whannell trova soluzioni di scrittura e regia non banali, anche coraggiose, tanto sul piano tematico quanto su quello della messa in scena. E allora, veramente, che gli vuoi dire?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.