Men in Black: International

Ha senso, nel 2019, un quarto Men in Black col sapore del reboot? Beh, ha senso nella misura in cui questo genere di operazioni può trovare un senso: il successo artistico e/o quello commerciale. Capita, eh! Se il quinto Fast & Furious ha finito per essere il migliore della serie, oltretutto dopo che già il quarto aveva fatto un mezzo tentativo di pseudo-reboot in continuity, tutto è possibile, no? E, diciamocelo, al netto della scarsa fiducia con cui tendiamo ad accogliere operazioni del genere, sulla carta sembravano esserci gli ingredienti giusti. In fondo, la coppia Tessa Thompson/Chris Hemsworth ha relativamente da poco fatto faville in Thor: Ragnarok, mostrando grandissima intesa e una verve comica fenomenale, convincendo critica e (buona parte del) pubblico in un film che, tutto sommato, può ricordare un Men in Black nel suo taglio da commedia avventurosa. Non solo: alla regia, hanno chiamato F. Gary Gray, fresco fresco del successone di Straight Outta Compton e dall’aver tirato fuori il miglior Fast & Furious dopo il quinto. Insomma, a prova di bomba. E invece.

E invece è andato tutto storto. Pare che le colpe principali siano nel contrasto fra la produzione e un Gray che si è visto sostanzialmente negare il film da lui immaginato, con continui rimaneggiamenti allo script, interventi dall’alto, modifiche talmente insistite da spingerlo quasi all’abbandono del set. E in effetti, Men in Black: International ne mostra i segni nella sua natura completamente priva di una personalità propria, all’insegna dell’omogeneizzazione cerchiobottista, che cerca di accontentare un po’ tutti, ovviamente fallendo, e di allinearsi a un modello di narrazione super classica, finendo per risultare prevedibilissimo e risaputo oltre ogni misura. Non inventa nulla, questo Men in Black: International, trova pochissimi spunti azzeccati, butta via quel poco di buono che sa proporre e riesce perfino ad azzerare il carisma del suo cast.

Il fallimento più grande del film sta infatti nella capacità con cui riesce a ad anestetizzare il talento comico di un Hemsworth davvero male utilizzato e, in generale, sprecando quei lampi che ogni tanto si manifestano, per esempio in una Rebecca Ferguson che, per pochi minuti, illumina lo schermo. Non è un disastro completo ma è un film medio, che non ha nulla da dire e prova lo stesso a dire qualcosa, aggiornando la serie ai tempi contemporanei in una maniera impacciatissima, non sapendo e non capendo cosa fare di Tessa Thompson, procedendo placido e moscio come pasta stracotta verso un finale a cui piacerebbe tantissimo rilanciare la serie ma che ha il sapore di una condanna a morte.

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