Stranger Things 3

È cosa abbastanza nota che Stranger Things sia nato come progetto “contenuto” e si sia deciso in corsa di cambiare alcuni aspetti chiave, un po’ per accompagnare la scelta di proseguire e un po’ per andare dietro a quel che funzionava. Eleven non poteva morire come da piano iniziale, perché senza Eleven non esiste Stranger Things, e Steve non poteva morire come da piano iniziale, perché il potenziale del personaggio s’era imbizzarrito e troppo ci si poteva fare. Incidentalmente o forse no, da lì sono nati alcuni fra i colpi da maestro della serie, a cominciare proprio dall’evoluzione di Steve, fra le cose migliori di seconda e terza stagione senza se e senza ma. E dall’essere andati avanti nasce inevitabilmente anche quello che è il tema principale del terzo anno, il modo in cui la vita cambia e ti cambia, la resistenza alle mutazioni – fisiche, spirituali, esistenziali, carnali, naturali, forzate – l’andare avanti sempre e comunque, perché altro non si può fare.

Altro non si può fare anche perché se parti con degli attori ragazzini, ti giri un attimo e te li ritrovi adolescenti, completamente diversi rispetto a quelli da cui avevi iniziato. La bravura di fratelli Duffer e compagni sta anche e soprattutto nel modo in cui questa cosa l’hanno abbracciata senza la minima remora, costruendo il terzo blocco di puntate in modo da accompagnare l’età turbolenta che i suoi protagonisti più giovani stanno vivendo e tutti i cambiamenti che essa comporta. La terza stagione di Stranger Things racconta il panico nell’abbandonare l’infanzia (e nel vederla abbandonare ai propri figli) e il fascino di tutto ciò che verrà poi, la difficoltà nell’affrontarlo ma anche gli occhi enormi con cui lo osservi. Si immerge con tutte le sue forze in questo tipo di discorso e lo porta avanti, chiaramente in modi diversi, con tutti i suoi personaggi, oltre che, in un certo senso, anche con i suoi aspetti più avventurosi, fantascientifici, e il suo giocare con cliché, stereotipi, omaggi, citazioni. Al termine di queste otto puntate, si diventa grandi e ci si appresta ad affrontare per davvero il mondo là fuori.

Prima di arrivarci, però, hai trascorso altre otto ore (o giù di lì) con un cast di personaggi che resta meraviglioso e che da solo vale il biglietto d’ingresso. Il piacere di essere in loro compagnia e seguire tutte le piccole e grandi cose che vivono non è cambiato, è anzi ancora più potente grazie all’affetto maturato nel tempo e rimane la forza maggiore di una serie che continua a raccontare proprio pochino nei suoi momenti più di genere, fra un cattivo che meno definito non potrebbe essere e un intreccio che non smette mai di essere ultra prevedibile e stra-telefonato in ogni sviluppo. E il paradosso, forse, è anche che proprio questa sua semplicità e prevedibilità sottolinea ancora di più la forza del cast e la precisione nella messa in scena. Basti pensare al finale della quarta puntata, diretta da uno Shawn Levy in stato di grazia, in cui sai perfettamente che non può accadere nulla di significativo, perché è così che funzionano le cose, eppure te la butta lo stesso in quel posto e sei teso come una corda di violino.

Questo momento qua.

Questa terza stagione, poi, si riprende con forza dai passi falsi del (comunque molto buono, tolta quella puntata) secondo anno e ritrova un certo equilibrio nel non sbracare troppo col gioco di omaggi e citazioni, almeno nei limiti del possibile per una serie che omaggi e citazioni li tratta come sua principale cifra stilistica. Gioca come può giostrandosi il suo cast sempre troppo ampio e cerca di dare spazio a tutti, proponendo un nuovo membro clamoroso (la fantastica Robin di Maya Hawke), dando uno spazio enorme e meritato a Hopper, trovando alcuni fra i suoi momenti migliori nelle piccole cose che meglio spiegano il tema principale: nel bisticciare fra Nancy e Jonathan per le beghe lavorative, nel conflitto fra i quattro ragazzini che stanno crescendo in modi diversi, nei piccoli problemi di cuore, in quella conversazione seduti di fianco alla tazza, in tutto il lavoro sui personaggi che punteggia l’avventurona. Compie anche dei passi falsi forse un po’ inevitabili, perché qualcuno o qualcosa va sacrificato, e davvero spiace vedere che ancora una volta non sappiano bene cosa fare di Will e, pur trovando in quel confronto con Mike uno fra i momenti più forti, lo utilizzino praticamente solo nel ruolo dell’allarme antincendio che ho sul soffitto in corridoio.

Se citazioni, avventura, azione sono parte del tessuto connettivo, funzionano e servono per tenere alto il ritmo, allo stesso tempo sono anche parte di quel che non va, perché poi, nella sostanza, sono elementi poco approfonditi, poco interessanti. C’era davvero bisogno di insistere in maniera così impacciata sulle apparizioni del Terminator russo? Non è un peccato che tutto quel manovrare correndo di qua e di là per preparare il (bellissimo, eh!) gran finale levi spazio ai confronti umani così riusciti? Forse sì, forse no, in fondo è un equilibrio difficile da centrare e tutto sommato, per buona parte del tempo, questa stagione ci riesce. Sì, le prime due puntate hanno il feeling di chi sta scaldando il motore e fa un po’ fatica e sì, la quinta e la sesta sono un po’ scalcagnate in quel lavoro di piazzamento delle pedine, ma quando tutto gira a mille, e lo fa spesso, Stranger Things è ancora una fra le cose più puramente, semplicemente gradevoli che ci siano in giro.

Ed è talmente bello stare in compagnia di quei personaggi adorabili e dei loro momenti migliori che, lo dico? Lo dico. vorrei stagioni più lunghe. Non lo dico mai, anzi, dico sempre l’esatto contrario, ma qui lo dico, anche se in fondo non so quanto ci credo. Ne perderemmo in quel ritmo trascinante che, nei suoi momenti migliori, Stranger Things riesce ad avere, ma avremmo modo di passare più tempo con quel cast e di scoprire più cose su di loro. Forse ci guadagneremmo, forse no, ma non mi spiacerebbe metter piede in una dimensione alternativa in cui accade, in cui ogni anno abbiamo venti ore di quei ragazzini che vanno al cinema in bicicletta. Anche solo per vedere l’effetto che fa.

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