Yesterday

Nel flusso recente e tutt’altro che conclusosi di film che provano a divertirci sparando a mille in sala cinematografica alcune fra le canzoni più famose della storia, purtroppo, quella mediocrata di Bohemian Rhapsody è destinata a rimanere l’unica ad aver macinato una quantità di soldi fuori scala. L’hanno visto tutti, è piaciuto a molti, ha vinto premi, a posto così. Intanto, però, Rocketman, pur nella sua struttura narrativa assolutamente ordinaria, ha provato a buttarla in caciara con un minimo di creatività in più e Yesterday si gioca la carta dello sfruttare le hit musicali di turno come pretesto per fare altro, al punto che non solo non ce le fa sentire in versione originale, ma non vengono cantate dai Beatles neanche nella finzione del film. Il che, se consideriamo che le hit in questione sono veramente fra le più immortali di sempre e che il cuore del racconto sta nel ricordarci quanto lo siano, beh, costituisce una mossa degna di nota.

Il pretesto è semplice, nella sua assurdità: per qualche bizzarro motivo magico (?) che non viene mai spiegato, improvvisamente il mondo cambia e i Beatles non sono mai esistiti ma il protagonista sa di aver vissuto in una realtà che li ospitava, ne ricorda le canzoni e decide di rimettere in piedi la propria fallimentare carriera musicale spacciandole per proprie. Da lì, parte una parabola fatta di successo, sindrome dell’impostore, prese di coscienza, momenti musicali che ti fanno battere il piedino, attimi in cui ti viene veramente da rosicare all’idea che i Beatles non li hai mai visti e mai li vedrai dal vivo, varie ed eventuali.

È un’idea simpatica, fortissima soprattutto perché fortissima è ancora oggi la presa dei Beatles sull’immaginario collettivo e l’influenza su artisti contemporanei popolarissimi, compreso quell’Ed Sheeran che partecipa al film nel ruolo di se stesso, sfondando il quarto muro e probabilmente anche il quinto. Ma, nell’economia di Yesterday, è anche quasi solo quello: un’idea, un pretesto. I suoi sviluppi non vengono particolarmente approfonditi, se non con una serie di simpatiche gag su altre cose che, in questa nuova realtà, non esistono (la più ovvia: gli Oasis) e forse è giusto così, anche perché sarebbe difficile far sopravvivere il racconto a un’analisi logica approfondita delle dinamiche su cosa cambia e cosa no, specie in ambito musicale.

Ma il word processor di Richard Curtis risponde a queste riflessioni con un portentoso sticazzi, concentrandosi come suo solito sui personaggi, le emozioni, le relazioni, lo sviluppo di un racconto che alla fin fine è una commedia romantica e che sfrutta lo spunto assurdo come motore attorno a cui costruire le vicende. Lo fa con garbo, attenzione, trovate intelligenti, scrittura brillante e tutto quel che serve per far funzionare uno sviluppo comunque estremamente classico e aderente ai canoni del genere. D’altro canto, il genere è ormai talmente poco battuto che, forse basta quanto offerto da Yesterday per soddisfare: una buona scrittura, dei cliché sfruttati bene, due protagonisti dalla bella alchimia, umorismo azzeccato, un’idea assurda, la carineria ingestibile di Lily James e la musica dei Beatles sparata a mille dalle casse del multisala. Senza dimenticare Danny Boyle, che ci mette tutta una direzione sborona e di personalità, confezionando il film in una maniera ampiamente superiore, quella sì, agli standard del genere. Insomma, bene.

L’ho visto in questi giorni, al cinema, in Francia, in lingua originale, perché in questi giorni è uscito qua. Ne ho scritto perché m’è venuta voglia e solo dopo mi sono accorto che in Italia esce a settembre. E amen.

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