Destroyer

Destroyer, in un certo senso, è come Captain Marvel. Lo è nella misura in cui non pone al centro delle vicende e del suo discorso tematico il genere della protagonista e, anzi, lo fa ancora meno del film Marvel ma, proprio per questo, proprio perché fa finta di niente, finisce per risultare ancora più efficace nel portare avanti quel tipo di discorso. Se Destroyer uscisse in un universo parallelo o in un futuro in cui sessismo, patriarcato e compagnia bella fossero termini totalmente privi di significato e applicazione pratica, sarebbe un noir/poliziesco/thriller come tanti, o comunque non si distinguerebbe per certe sue caratteristiche. Ma esce oggi (più o meno) e quindi lo fa, si distngue. E si distingue quasi solo per quello, potrebbero dire le malelingue.

Perché in fondo non è molto più di una storia vista mille volte, raccontata mille volte, che centra bene il tono e la cattiveria necessari nel raccontare un’investigazione portata avanti da un personaggio principale dalla vita andata a rotoli. Ha gli errori, i rimorsi e rimpianti che mordono il culo, affronta una situazione che in larga misura deriva dalle sue azioni, interpreta il suo lavoro presso le forze dell’ordine in maniera “creativa” e moralmente discutibile, ha mandato a puttane famiglia e relazioni interpersonali, non gestisce alla grande l’uso di alcolici, sotto la scorza di cuoio ha un cuore d’oro e puzza di morto lontano un miglio, con addosso quello sguardo di chi sta facendo l’ultimo sforzo per portare a casa quell’ultimo caso.

Insomma, è materiale stra-classico, messo in scena con mestiere, gusto e abilità non necessariamente scontata nel gestire con eleganza un racconto sviluppato su due piani temporali, ma che non dice francamente molto di nuovo. Va bene, eh, per carità, ma ne abbiamo visti tanti. Non ne abbiamo visti tanti, però, con Nicole Kidman, e alla fine il punto è tutto lì. O, meglio, c’è anche la questione di Nicole Kidman imbruttita, devastata per regalare (in maniera efficace) l’immagine di una donna allo stremo delle forze e ai margini della vita, ma il punto sta altrove. Il punto, siam sempre lì, è che mettere una donna al centro di una storia del genere significa affrontare determinate tematiche anche se poi non lo fai di petto, perché certi comportamenti, certe carriere, certe scelte, vengono giudicati in maniera diversa dalla società. Questo rende Destroyer un film migliore? Probabilmente no, ma certamente gli dà, oggi, una forza diversa, che altrimenti non avrebbe. E buttala.

In tutto questo, poi, rimane comunque il gran lavoro di Karyn Kusama, efficacissima nel trovare il tono giusto, nel bilanciare il racconto, nel caratterizzare la storia per immagini, e l’interpretazione stellare di una Nicole Kidman che non è solo la sua trasformazione e riesce invece tanto a far funzionare le battutacce da dura, quanto a dare spessore al suo personaggio nei momenti più intimi. Dark lady di sé stessa, porta avanti un ruolo non facile dandogli credibilità e sostanza, non sviando mai dalla caratterizzazione scelta ma mostrando fra le righe un filo di umanità nascosta non banale, per esempio in quel rapporto complicato, impossibile, carico di vergogna e rimpianti, fra madre e figlia. Insomma, forse, quel che sto cercando di dire è che Destroyer è un bel film, molto ben confezionato e interpretato, ricco di spunti, meritevole, che ha la sola colpa di essere un po’ schiacciato fra la sua aderenza ai canoni del genere da un lato e l’immagine di dichiarazione femminista dall’altro. Ma se guardi bene, sotto la superficie, della sostanza c’è, un po’ come ce n’è nell’interpretazione della Kidman, anche se il primo istinto è di pensare che si sia consumata tutta in sala trucco.

L’ho visto al cinema, in lingua originale, qua a Parigi, quando è uscito, qualche tempo fa. Ne ho scritto adesso perché in teoria doveva uscire in Italia la scorsa settimana ma sembra che non sia uscito e non ci sto capendo più niente. Boh, oh, vedete voi.

1 commento su “Destroyer”

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