Unfriended: Dark Web

Unfriended non fu certamente il primo film a sfruttare il filone che mi viene spontaneo chiamare desktop movie ma è probabilmente quello che l’ha, nel suo piccolo, lanciato.  Si tratta, lo dico per chi non lo sapesse, di film completamente “ambientati” sul desktop di una persona: per tutto il tempo, vediamo lo schermo e ne seguiamo quindi le azioni sul computer, quello che fa rovistando fra cartelle, programmi e applicazioni varie. Chiaramente, per dare spazio ad attori e avere almeno una parvenza di film, fra i programmi usati dominano le videochat e i sistemi di sorveglianza con videocamere, in modo da mostrare una certa dose di azione dei personaggi e avere interazioni fra di loro. Unfriended sfruttava questo tipo di approccio per raccontare la classica storiella di adolescenti insopportabili perseguitati dalle conseguenze sovrannaturali di una cosa molto brutta che avevano fatto. Era, insomma, un buon “come”, interessante e abbastanza rigoroso, per raccontare il solito “cosa”, trito e ritrito. Unfriended: Dark Web torna all’horror ma in maniera molto diversa.

Quello che il regista Stephen Susco conserva dal film di Levan Gabriadze è, se vogliamo, il rigore: il modo in cui viene messo in scena il desktop è abbastanza preciso, credibile, senza grossi salti logici, al di là delle classiche “magie tecnologiche” tipiche dei film che raccontano di hacker. È però abbastanza diverso tutto il resto: questa volta, il taglio è realistico (al di là delle classiche “magie tecnologiche” tipiche dei film che raccontano di hacker), con una storia che non include elementi sovrannaturali ma scivola in un orrore più umano, possibile se non probabile, e proprio per questo più capace di lasciare addosso un pizzico di disagio. Inoltre, i protagonisti, non sono adolescenti che vorresti veder morire male ma un gruppetto di amici che finiscono coinvolti quasi per caso in una roba enorme e terribile. Poi, certo, uno di loro dà inizio al tutto facendo qualcosa che non dovrebbe, ma il suo gesto non è nulla di così grave e, sostanzialmente, Unfriended: Dark Web funziona anche perché mostra il viaggio all’inferno di gente che non se lo merita, nemmeno per gli standard (obiettivamente un po’ duri) in base a cui, solitamente, se lo meritano i protagonisti del cinema horror.

Il film, poi è scritto in maniera solida e, pur essendo costretto per sua natura ad affidarsi a un po’ troppa esposizione, riesce a infilare parecchie trovate divertenti nel mezzo, costruisce bene una vaga tensione di fondo e, tutto sommato, si rivela ben più attuale, perfino velatamente politico, rispetto al suo predecessore. Perché in fondo, lo spauracchio che viene messo in scena è una versione estremizzata della mercificazione, spettacolarizzazione e “socializzazione” contemporanea, attraverso il filtro di vicende folli, ma non poi così incredibili. E infatti Unfriended: Dark Web non fa strettamente paura ma quel pizzico di disagio e fastidio, in quel che racconta, sa mettertelo addosso. Aiuta, poi, come già nel primo Unfriended, la cura nella “messa in scena” del desktop che, col suo preciso lavoro di riproduzione, rende il tutto mostruosamente familiare, e quindi inquietante, grazie alla forza dell’immedesimazione, inevitabile per chiunque sia abituato a trascorrere fin troppe ore davanti allo schermo di un computer. E qualcosa ti rimane.

L’ho visto al cinema, qua a Parigi, quattro mesi fa. Come vola, il tempo, quando ci si diverte. L’ho visto in lingua originale, con quella stessa cosa bizzarra del primo film: il testo delle comunicazioni a schermo è tradotto (quindi, per me, era in francese), ma non tutto quello che appare a schermo lo è (quindi alcuni messaggi di sistema erano in inglese). Immagino sia così anche in Italia, dove esce oggi. Ah, una nota: in America, il film è stato distribuito in copie diverse, con due possibili finali che ti capitavano davanti, suppongo, a caso. Io ne ho visto uno e ho letto dell’altro, che forse avrei preferito. Vai a sapere.

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