Noi

Con Noi, Jordan Peele prosegue un discorso se vogliamo romeriano e/o carpenteriano, fatto di horror/thriller che mirano ad essere efficacissimo cinema d’intrattenimento viscerale (riuscendoci), ma non rinunciano ad inseguire un gusto per la messa in scena stratificata, giocata su simbolismi, rimandi, citazioni, sottotesti (riuscendoci) e finiscono a provare a parlare di società, a fare satira, a rappresentare timori, orrori, paure, disgusti del mondo contemporaneo attraverso la lente deformante ed enfatizzante del genere puro (riuscendoci). Rispetto a Scappa: Get Out, il gioco d’equilibri risulta qui forse meno preciso e puntuale, meno rifinito al millimetro, ma anche perché figlio di un’ambizione ben maggiore, che travalica i confini e punta a discorsi più ampi e spudorati, tanto sul piano del linguaggio cinematografico, quanto su quello tematico.

Insomma, Jordan Peele s’è fatto più sborone, si è lasciato alle spalle il tema del razzismo (che comunque, volendo, è rientrato dallo specchietto retrovisore) per virare sulla lotta di classe, ha puntato su un soggetto forse più esplicitamente horror (anche se non ne è uscito un film poi così più “aggressivo”) e ha aperto tutto. Ne è venuta fuori un’opera seconda che forse non funziona come la prima ma che viene voglia di abbracciare per quanto e come mira più in alto, per l’aggressività delle intenzioni, per ciò che dice e come lo dice, per il piacere di vedere in un contesto totalmente mainstream roba che di solito è riservata al circuito di appassionati. E pazienza se il prezzo da pagare è un eccesso di spiegazioni e sottolineature a misura di spettatore qualunque, a un certo punto anche un po’ goffe, che comunque – va detto – in Get Out certo non mancavano e qui sono forse necessarie.

Noi è un film di grandissimo intrattenimento, che ha parecchio da dire e lo dice senza trattenersi, si appoggia su una fotografia scintillante (ad opera del bravissimo Mike Gioulakis) e delle interpretazioni fuori dalla grazia di Dio, propone temi interessanti declinati in maniera gustosa. Ha una capacità rara di mescolare i toni, con risate anche deflagranti che non spezzano mai una tensione accumulata coi tempi giusti, senza lasciarsi mai andare ai “buh!” fuori luogo. Propone svolte narrative azzeccate, che possono sorprendere o non sorprendere ma sono sempre ben contestualizzate, mai scorrette, anche per questo magari prevedibili ma non per questo meno gustose. E il suo racconto, all’apparenza semplice e lineare, nasconde una densità notevole, tanto nella costruzione dell’affresco narrativo, quanto nella maniera in cui gioca coi ruoli, sfuma i caratteri e prende di petto il suo pubblico, piazzandogli – letteralmente – uno specchio in faccia, abbandonando in fretta il divertimento puro per raccontare qualcosa che rimane dentro, cresce nel ricordo, lascia addosso disagio, sconforto, ben più di Get Out. Del resto, parla di Noi. Tutti noi. Anche se, va detto, in originale, quel Us suggerisce che negli USA i “noi” siano più uguali degli altri.

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