The Front Runner – Il vizio del potere

Da ormai un bel po’ d’anni, capita spesso di dire e sentir dire cose tipo “Ecco, questo è un film come non se ne fanno più” ma, a furia di dirlo e sentirlo dire, ti viene da pensare che tutto sommato se ne facciano ancora. Di sicuro, però, è diventato più complesso metterli in produzione e, soprattutto, questi film non sono al centro della stagione cinematografica come capitava decenni fa. Sono collaterali, gravitano, magari se ne parla perché Christian Bale è ingrassato un sacco per diventare Dick Cheney, ma collaterali rimangono. Però esistono, e nel gruppone c’è anche il nuovo film di Jason Reitman, regista a cui da queste parti si vuole molto bene, che secondo me merita sempre, anche in quelle che vengono magari considerate sue opere minori, e che anche qui piazza magari non il filmone come nel caso di Tra le nuvoleYoung Adult, ma una bella zampata.

La storia è quella di Gary Hart, politico americano che a metà anni Ottanta sembrava lanciatissimo verso la presidenza, a un punto tale da ridurre quasi le primarie democratiche a formalità e porlo come candidato favorito per la vittoria finale. Era un politico nuovo, attento, colto, preparato, le cui idee, col senno di poi, si sono rivelate in larga misura centratissime, dimostrando una capacità rara di vedere il futuro. Era, però, anche della vecchia scuola e l’incapacità di vedere i tempi che cambiavano fu la sua rovina. Quello che lo vide “beccato” a tradire la moglie fu infatti il primo grande scandalo in cui la vita privata tagliò le gambe alla carriera di un politico, in un contesto nel quale, fino anche solo a qualche anno prima, la stampa americana rispettava il tacito accordo di farsi gli affari suoi e un Kennedy scopicchiava indisturbato a destra e a manca.

Nel giro di appena qualche settimana, la carriera di Hart fu distrutta e gli Stati Uniti (o il mondo) persero la chance di avere un presidente forse di gran valore, forse migliore di chi è invece poi arrivato. Giusto così? Chissà. Il punto, secondo The Front Runner, è che quello fu un momento di svolta, nel quale la conversazione politica cambiò radicalmente, da cui non si è mai tornati indietro e che è fondamentale per capire come funzionino le cose oggi. Reitman prova a raccontare questi eventi senza emettere giudizio, presentando i fatti e lasciando che lo spettatore si formi una sua idea, ed è anche stato criticato per questa mancata presa di posizione, ma si tratta di una critica insensata, perché il suo punto di vista emerge eccome e il fatto che emerga fra le righe è un grosso pregio di un film che riesce anche per questo ad evitare di risultare pesante o troppo forzato nelle sue idee.

Ma ce le ha, le sue idee. Perché è evidente che Reitman, pur “capendo” il senso del volere un’immagine pubblica e privata impeccabile per un possibile presidente, pur raccontando Hart come una figura umana, fatta di luci e ombre, ne idealizza la figura professionale e non trattiene il suo rimpianto per un modo di fare politica forse svanito, per un’occasione persa, per un momento in cui la storia del suo paese è virata verso il peggio. Ed è giusto così: fare cinema significa mettere se stessi nel film anche quando si sta cercando di evitarlo. Tant’è che ne viene fuori un film interessante nell’approccio e nei risultati, che parla di ideali e di una politica forse impossibile. Reitman ci infila momenti molto evocativi (il dibattito sulle montagne, per esempio), la solita grande attenzione per i gesti, gli sguardi, i piccoli dettagli, alcuni momenti di tecnica notevole (tutto il lungo piano sequenza iniziale) e un cast molto azzeccato, dal perfetto Hugh Jackman alla sempre brava Vera Farmiga (che estrae qualcosa più del solito da quello che spesso è un ruolo ingrato) e a tutti i caratteristi di contorno. Insomma, meno male che se ne fanno ancora, di film così.

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