High Flying Bird

High Flying Bird è un film sulla NBA in cui non si vede che qualche spicciolo di pallacanestro, un po’ per la chiara intenzione di evitare il solito cliché e non legare il coinvolgimento emotivo dello spettatore all’esito di un singolo match, un po’, banalmente, perché il tema del film è ciò che ruota attorno alla NBA. Si parla infatti della vita dei giocatori, delle altre ventidue ore che compongono la loro giornata attorno alla partita trasmessa in TV. Si parla del rapporto difficile fra squadre e atleti, fra organizzazione e pedine, fra “proprietari” (bianchi) e lavoratori (per lo più) neri. Lo si fa senza sfuggire dai risvolti sociali e razziali, dal fatto che quella terminologia, volutamente o meno, può ricordare quella utilizzata ai tempi dello schiavismo. Si abbraccia insomma il metaforone forse inevitabile, senza nemmeno provare a schivarlo, anzi, inseguendolo con forza.

Ma High Fying Bird, forse inconsapevolmente, forse no, è anche un film in cui Steven Soderbergh parla del fare cinema. Tanti suoi film, quasi tutti, hanno al centro delle vicende qualcuno che prova a combattere il sistema, il padrone, le regole, prova a far saltare il banco, a ribaltare tutto, a distruggere lo status quo. High Flying Bird non fa eccezione ed è difficile non vedere nelle idee di Ray Burke, nella sua proposta di una lega alternativa controllata dai giocatori, un riflesso del tentativo (fallimentare) con cui Soderbergh ha provato una via produttiva e distributiva alternativa a quella tradizionale per Unsane e La truffa dei Logan. Magari lui non voleva parlarne, magari non ci ha nemmeno pensato, ma sta lì, come fai a non vedercelo?

Sono temi che possono risultare pesanti e pedanti, specie se messi in scena attraverso una sceneggiatura che schiva la struttura da film sportivo tradizionale e si appoggia su un impianto teatrale, proponendo di fatto un’ora e mezza di chiacchiere infinite. Eppure, High Flying Bird è un bel film, che racconta cose interessanti con un gran ritmo grazie all’ottima scrittura, a delle interpretazioni stellari (André Holland continua ad essere clamoroso e meriterebbe più spazio) e a una regia di grande personalità. La fissa di Soderbergh per l’iPhone, oltre a trovare qui una certa presenza tematica, considerando quanto si rivela importante nelle svolte narrative la possibilità che tutti hanno di registrare video e pubblicarli, contribuisce a creare un taglio estetico straniante, attuale, ficcante e definisce l’identità di un film imperdibile per chi è interessato al tema, comunque penso godibile per tutti. E poi c’è Zazie Beetz.

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