Sorry to Bother You

Per il suo esordio alla regia cinematografica, il rapper e attivista Boots Riley ha scelto la via del pennarellone rosso, dei guanti da forno, del non provare nemmeno per sbaglio ad essere sottile. Il protagonista di Sorry to Bother You si chiama Cassius Green (che si legge un po’ come “Cash is green”), ed è un uomo di colore, spiantato, alla ricerca di impiego, che finisce a lavorare in un call center, fa carriera grazie alla bravura con cui usa la sua “voce da bianco” al telefono (auguri per la gestione di questo aspetto a chi dovesse eventualmente occuparsi del doppiaggio italiano) e si ritrova quindi ad accumulare big moneyz piazzando vendite per conto di una multinazionale, che ha risolto il problema della disoccupazione reintroducendo lo schiavismo in forma legalizzata. Cassius, di fronte alla prospettiva di costruirsi finalmente una carriera grazie a un suo talento, non si fa grossi problemi a ignorare le attività di chi lo paga, oltre che a tagliare i punti con gli amici, i colleghi e la fidanzata. Solo ritrovandosi faccia a faccia con le pratiche più moleste e surreali dei suoi datori di lavoro si sveglierà dal torpore. Non proprio allegorie sottili e suggerite, dicevo.

Sorry to Bother You, non è certamente un film perfetto, con ogni cosa al posto giusto, ed è anzi volutamente grezzo e brutale in ciò che racconta. Ma la sua forza sta proprio lì, nel non nascondersi e nello spararti le cose in faccia, costruendo un futuro prossimo distopico che è sostanzialmente l’America di oggi, solo pittata da colori ipersaturi, manifesti improbabili (?) e personaggi non particolarmente più fuori di cozza rispetto a quelli di qualsiasi altro film racconti gli iuessei contemporanei. Normalizza il disgusto e la follia di pratiche in realtà non poi troppo diverse da quelle reali, contemporanee, e spinge tutto a mille con una satira di grana grossa, che fa a tratti davvero sconquassare dal ridere ma lascia sempre addosso una vaga sensazione di disagio. Il pasticcione che ne viene fuori va a tanto così dal risultare indigesto e, forse, soffre un pizzico di logorrea, ma se funziona, e lo fa, è proprio perché Riley se ne frega di essere sottile e spara tutto a briglie sciolte.

I momenti in cui il surreale prende completamente possesso dello schermo sono quelli più efficaci, riusciti, dove veramente il film raggiunge la sua massima forza espressiva e comunicativa, ma funzionano proprio perché sbracano e perché il contesto attorno è comunque di grana grossa e sparato per aria. Aiuta, poi, un cast selezionato alla perfezione e in formissima, con un grande Lakeith Stanfield al centro delle vicende e un contorno composto dai sempre ottimi Tessa Thompson,  Armie Hammer e Steven Yeun, con una comparsata di Danny Glover che, a proposito del non voler essere sottili, coglie al volo l’occasione per buttare lì un “Sono troppo vecchio per queste stronzate” compiaciuto. Sorry to Bother You è stato forse il film più chiacchierato dell’estate americana, per certi versi superficialmente inquadrabile come nuovo Get Out. Ed è inevitabile vedere dei punti di contatto, per carità, ma il taglio è completamente diverso: là dove Get Out era prima di tutto un grandissimo thriller hitchcockiano, che parlava chiaro ma lavorava soprattutto di simbolismi e non detto, Sorry to Bother You ti spara tutto in faccia in maniera palese, totalizzante, senza staccarsi per un attimo dai discorsi che vuole fare. In entrambi i casi, si tratta di una scelta vincente.

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