The Man Who Feels No Pain

La sinossi ufficiale sul sito/volantino/guida/whatever del Paris International Fantastic Film Festival presenta The Man Who Feels No Pain come anello di congiunzione fra Deadpool e Stephen Chow. E, tutto sommato, ci sta, soprattutto se al mix si aggiunge il filtro della sensibilità da cinema indiano e la consapevolezza che si tende decisamente più verso la poetica del regista cinese che verso quella del meta-supereroe Marvel. Del caro Stephen c’è la narrazione scomposta, che percorre il filo tra melodramma e comicità demenziale aggrappato alla forza dell’ingenuità, a un protagonista eroico in maniera fanciullesca e adorabile, a un volare sopra le righe talmente sincero e sfrontato da non risultare mai banale. E le mazzate, ovvio. Ci sono le mazzate, spettacolari, coreografate per andare oltre il reale, esaltanti nei loro lampi di forza maggiore. Di Deadpool c’è l’autoironia, la voglia di rompere la quarta parete e rivolgersi allo spettatore, seppur in maniera meno sfacciata o insistita, ma anche il gusto per la citazione e l’omaggio alle passioni di chi scrive e dirige, per altro filtrato attraverso dei sottotitoli che mi sembra abbiano fatto davvero i salti mortali e inventato l’impossibile per provare a restituire almeno in parte il gusto della fusione tra oriente e occidente operata da Vasan Bala.

Il mix che ne viene fuori è dolce, divertente, adorabile, ben lungi dall’essere perfetto ma davvero accattivante, e certo non stupisce che abbia vinto il premio del pubblico al Toronto International Film Festival.

La storia racconta di un ragazzino afflitto dall’incapacità di sentire dolore che, grazie all’aiuto della famiglia, ma anche attraverso l’elaborazione di una tragedia, riesce a trasformare in enorme punto di forza la sua patologia potenzialmente mortale (mi immagino un bambino di tre anni che non ha la sofferenza a fermarlo nelle sue follie più pericolose e rabbrividisco). Per una serie di circostanze, però, Surya cresce completamente isolato dal mondo e si ritrova improvvisamente adulto, lasciato a piede libero, “allevato” dai film di arti marziali e intenzionato a sconfiggere il male, possibilmente riconquistando il suo amore d’infanzia perduto. Chiaramente, finisce invischiato in vicende più grandi di lui, seppur comunque modeste, legate a un cattivone di bassa lega invischiato in storie di vendette talmente pacchiane e puerili da fare il giro e diventare super drammatiche.

Ne nasce un film che si trascina fra azione, commedia, romanticismo, drammi esistenziali, lasciandosi andare un po’ troppo alla logorrea ma tenendosi in piedi grazie a un puro, semplice, onesto entusiasmo. The Man Who Feels No Pain ha senza dubbio il limite di non fare nulla che non si sia già visto fatto meglio altrove ma, allo stesso, tempo, non fa quasi nulla male e si gioca le carte giuste per conquistarti. Il protagonista Abhimanyu Dassani ha la faccia e la fisicità che ci vogliono, la coprotagonista Radhika Madan ha un personaggio delizioso, pesta come un fabbro e voglio sposarla, e Gulshan Devaiah, in un doppio ruolo di buono e cattivo come giusto in certe cafonate anni Ottanta, sembra la versione indiana di Nicolas Cage. Ed è un complimento. Le botte sono girate in maniera solida, le gag fanno ridere di gusto, il sentimento zuccheroso coinvolge senza stuccare, l’accompagnamento musicale è adorabile e alla fine ne esci con un sorriso.

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