First Man – Il primo uomo

La chiave di First Man sta nella natura del suo protagonista e nella sua ricerca disperata di un modo per lasciarsi alle spalle un lutto senza senso. È la storia di Neil Armstrong o, meglio, della spedizione che l’ha portato ad essere il primo uomo sulla Luna o, meglio ancora, del viaggio, interiore e letterale, che ha dovuto affrontare per elaborare una perdita tremenda. Sta tutto lì. La narrazione “a tunnel”, talmente incentrata su Armstrong che finisce per trasformare tutti gli altri personaggi in macchiette, tenute in piedi da un branco di grandi caratteristi. La traccia emotiva del film, che parte da quel lutto per raccontare di una persona lanciata interamente verso un singolo obiettivo, ma non per pura ambizione, più per la ricerca di qualcosa che non trova dentro di sé, di un modo folle per colmare un buco incolmabile. Le scelte registiche, che si focalizzano sul tormento del protagonista per traballare con la macchina da presa in spalla fino all’improvvisa liberazione finale, al placido passeggiare nel deserto lunare. Il mostrare (quasi) sempre tutto da dentro, da dentro Armstrong, da dentro i suoi veicoli, da dentro i suoi razzi, ignorando quel che avviene là fuori o comunque spingendolo sullo sfondo. È un film coi paraocchi, lanciato nel tunnel, diretto verso il suo obiettivo e per nulla disposto a rallentare o guardarsi attorno, tanto quanto il proprio protagonista che, anzi, quando si concede di farlo, viene punito e preso a schiaffi.

Questa natura così “concentrata”, questa scelta così netta, è l’aspetto più interessante e allo stesso tempo più problematico di un film che entra nella testa del suo eroe e non ne esce mai, finendo per parlare ed esprimersi poco e mal volentieri tanto quanto lui. La macchina a spalla è esagerata, insistente, spesso fuori luogo, ma riflette ciò che racconta e il tormento di un uomo con una sola cosa in testa. Il look da film d’epoca non è solo qualcosa che abbiamo visto in tanti altri film recenti, è un modo per calarti nello sguardo di chi c’era e viveva quelle vicende. Il circolo di persone che ruotano attorno ad Armstrong è tagliato con l’accetta, offre personaggi che escono raramente da ruoli di pura funzione e racconta superficialmente un’epoca e un contesto attraverso lo sguardo velato di una persona a cui, forse, non interessa particolarmente raccontarcela. Le sequenze dedicate alle varie missioni passano da un occhio “interno”, particolare, forte, che opprime e trascina di pancia, regalando al film una sua identità viscerale ma rendendo banali, piatti, perfino modesti i momenti in cui si esce da quel contesto e Chazelle sembra quasi essere succube del suo desiderio di omaggio a chi ha toccato argomenti simili prima di lui.

Ne viene fuori un film con dei limiti ma anche una personalità chiara, definita, che mette bene a fuoco una sua maniera personale di raccontare qualcosa che sulla carta non devia troppo dai binari classici del filone “basato su una storia vera”. Soprattutto, Chazelle riesce ad imprimere grande forza emotiva su entrambe le anime del film, immergendo nell’abbattimento umano del suo protagonista ma anche trascinando con forza su quei veicoli, quei razzi, quelle astronavi, che erano lo stato dell’arte ma, a pensarci oggi, erano casse da morto volanti in cui non entreremmo mai. E i momenti emotivamente più forti, quelli a grande rischio di pacchianata, vengono gestiti con il garbo giusto, trattenendo la mano a sufficienza perché non diventino stucchevoli e, proprio per questo, colpendo a fondo, portandoti per mano fin lassù, per scoprire un deserto buio in cui non c’è veramente nulla e renderti conto che quel che cerchi sta invece laggiù. E se riesci a non rendere stucchevole una roba del genere, con Armstrong che compie quel gesto liberatorio, qualcosa di buono l’hai fatto.

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