Soldado

L’idea di realizzare un seguito per Sicario è allo stesso tempo surreale e perfetta. Surreale perché, onestamente, nel campionato dei sequel di cui non si sentiva il bisogno, sta parecchio in alto. Perfetta perché l’immaginario tratteggiato da Sheridan e Villeneuve era talmente potente e suggestivo che è comprensibile il desiderio di sfruttarlo per farci altro. E infatti, “altro” è proprio quello che Soldado fa, rinunciando al punto di vista “umano” di Emily Blunt per concentrarsi sulle figure di Josh Brolin e Benicio Del Toro, che nel primo film erano allo stesso tempo fondamentali ma sfuggenti, appena accennate. Più che un vero seguito, insomma, Soldado è quasi forse uno spin-off, che del resto cambia molti nomi fondamentali (oltre ad Emily Blunt, via anche Denis Villeneuve, Roger Deakins e Johann Johannsson), conservando però il word processor di Taylor Sheridan e la sua passione per il western contemporaneo camuffato da thriller.

La scelta chiave del film è appunto quella di eliminare il personaggio “avatar” dello spettatore ed, è forse, il tratto più europeo portato da uno Stefano Sollima che, a quanto pare, ha fortemente voluto questo approccio. Non c’è, insomma, la classica figura che osserva lo schifo strabuzzando gli occhi ed esprimendo quelli che sarebbero i nostri commenti, c’è invece solo un campionario di umanità reprensibile che gioca costantemente al rilancio, in cui non ci sono eroi, tutti sono antagonisti e gli sprazzi di umanità dei personaggi “positivi” emergono fra le pieghe di chi fa uno sforzo per trovarli, sepolti sotto sangue e polvere. Si torna del resto in quel luogo spregevole a cavallo fra Stati Uniti e Messico, in cui gli atti più brutali sono pura normalità e le regole non sono quelle del “mondo civilizzato”. O, meglio, in cui il mondo civilizzato applica delle regole diverse, inventandosi costantemente nemici nuovi da abbattere per portare avanti il proprio complesso industriale guerreggiante, dove i singoli, con le loro motivazioni e magari anche la convinzione che siano nobili, non contano nulla.

Da  questo magma di tematiche e da questa voglia di proporle senza tendere la mano allo spettatore sarebbe potuto nascere un capolavorone, capace di approfondirle e sviscerarle in maniera brutale. O, magari, Soldado avrebbe potuto concentrarsi sul rapporto fra l’avvocato super saiyan di Benicio Del Toro e l’affascinantissima adolescente del cartello rapita, raccontando un viaggio a due nel deserto dalle emozioni forti. E magari sarebbero stati film più interessanti, più “universalmente migliori”. Ma Sheridan e Sollima hanno preferito fare altro, abbracciando il genere solido, sanguinario, polveroso, declinato all’insegna dei silenzi, raccontato tramite gli sguardi dei suoi due bravissimi protagonisti, trascinato nella lentezza di un ritmo compassato che però esplode nei suoi momenti chiave (l’agghiacciante attentato iniziale, la sparatoria tutta vista dagli occhi della ragazzina dentro l’automobile, la conversazione col muto, l’esecuzione nel deserto), che non hanno la potenza visiva di Deakins ma sono comunque pezzi di cinema clamorosi. E ne è venuto fuori un film magari moralmente discutibile, forse poco profondo nell’affrontare le sue tematiche, francamente impacciato in quel finale che pare uscito da altrove, ma che ha una personalità fortissima e la forza di chi sa cosa vuole fare e non se ne vergogna.

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