L’uomo che uccise Don Chisciotte

Roba da matti. Ieri è uscito nei cinema italiani L’uomo che uccise Don Chisciotte. Quasi trent’anni dopo l’avvio del progetto originale, con nel mezzo la girandola quasi farsesca di false partenze, abbandoni, nuovi tentativi, disperazioni e, ovviamente, perfino un contenzioso a livello di proprietà e diritti di distribuzione, che ne ha reso l’arrivo nelle sale ancora più scalcagnato di quanto già ci si potesse attendere per un film del genere. Un film che, per altro, nel suo essere stato concepito tre decenni fa e pur avendo cambiato volto, forma ed essenza nel tempo, profetizzava già in partenza il disastro produttivo che sarebbe stato. Del resto, racconta di come la realizzazione di un film su Don Chisciotte abbia rovinato la vita a tutti i coinvolti, che ancora ne portano addosso segni pesantissimi dieci anni dopo, e diventa velocemente un continuo tuffo metacinematografico da film nel film nel film, in cui è complicato mantenere il contatto con la realtà, capire dove Gilliam stia raccontando i suoi personaggi, quando questi diventino quelli di Cervantes e quando invece la storia sia quella di Gilliam stesso.

In questo delirio,  ci si soprende a sorprendersi del fatto che la cosa più sorprendente non sia la sorpresa dell’uscita, infine, nelle sale, ma quella per un film sorprendentemente riuscito.

Il Don Chisciotte di Terry Gilliam è un calzolaio (Jonathan Pryce) che ha perso il senno dopo aver interpretato quel ruolo in un film studentesco e si è convinto di essere davvero il difensore degli oppressi. Ma il personaggio al centro del film è un regista, Adam Driver, che diresse quel film amatoriale, non è più riuscito a staccarsi dall’ombra di quell’impresa giovanile e, tornato per lavoro negli stessi luoghi, si ritrova invischiato in un delirio di incomprensioni, droghe, menzogne, ricordi, paesaggi surreali, nel quale l’unico modo per cavarsela, scoprirà, consiste nel cedere, abbandonarsi al delirio e diventare egli stesso parte del mito, trasformandosi in Sancho Panza durante una splendida scena che lo vede bucare letteralmente lo schermo e appropriarsi del personaggio. È lui Terry Gilliam, non il pazzo che combatte contro i mulini a vento ma lo scudiero scettico sempre più succube, impotente, che trova una via di sopravvivenza solo quando decide di abbracciare la follia.

Da qui nasce il viaggio surreale, comico, completamente assurdo e dai toni farseschi, a tratti bambineschi, che smorzano violenza e sessualità (pur presenti) forse più di quanto ci si aspetterebbe ma comunque in linea con quel che vorremo da Terry Gilliam, a maggior ragione da Terry Gilliam alle prese con un progetto che l’ha perseguitato per quasi metà della sua vita. L’uomo che uccise Don Chisciotte è un film scombinato, con il classico finale sospeso e inconcludente, che vive forse più delle sue clamorose componenti tematiche, narrative, metacinematografiche, visive, attoriali, rispetto a un insieme sfuggevole e scombinato. È un film ovviamente non in grado di soddisfare l’aspettativa che qualunque persona sana di mente avrebbe in testa per l’opera inseguita trent’anni, ma è del resto un film scritto, diretto, interpretato, pensato da persone che sane di mente non lo sono fino in fondo e che di certo vuole parlare a chi sano di mente non lo è mai stato.

2 pensieri riguardo “L’uomo che uccise Don Chisciotte”

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