Deadpool 2

Nel momento in cui l’incarnazione cinematografica di Deadpool si trasforma in vera e propria serie, rischia di emergere quello che poi, di fondo, è anche un po’ il limite principale del personaggio a fumetti. Quella sensazione costante di chi se ne frega, diciamo. Perché alla fin fine, quando il cuore del racconto è e rimane un solo turbinio di gag incentrate sulla rottura della quarta parete, il racconto perde di forza, di partecipazione emotiva, di interesse per il personaggio  e il suo destino (e in quel senso la sostanziale immortalità non aiuta). Deadpool 2, un po’, questo rischio lo corre, e il fatto che tutto sommato il film funzioni fino alla fine, trovi un certo trasporto e non arrivi praticamente mai a mostrare la corda è da un lato un mezzo miracolo, dall’altro testimonianza della bravura, del cuore e dell’impegno di chi l’ha tirato fuori.

Gioca molto il fatto che, vai a sapere se proprio per questo motivo, nonostante sia sicuramente una storia di Deadpool e lui abbia un arco narrativo ben definito, l’attenzione si sposti molto anche sull’antagonista Cable e su Julian Dennison, adorabile come in Hunt for the Wilderpeople. Sono loro due a muovere avanti il racconto e a spingere le gesta di Deadpool, è attorno a loro due che ruota l’impeto del personaggio ed è grazie al rapporto con loro due se Wade Wilson diventa qualcosa più che il solo innamorato sparacazzate visto nel primo episodio. Ed è un bene, perché comunque gli dona una dimensione aggiuntiva capace di definire almeno un po’ un personaggio che, per il resto, si impegna solo ed esclusivamente a scassare il racconto, a sparare stronzate, a rompere l’illusione di coinvolgimento e a far ridacchiare.

Dopodiché, certo, il punto di Deadpool, al di là del raccontino, rimane soprattutto lo spirito di rottura, la voglia di sparacchiare in ogni direzione prendendo per il culo tutto e tutti, a cominciare da sé stesso, giocando con le citazioni, gli omaggi e l’autoconsapevolezza, sfruttando anche le gag per comunicare qualcosa (per esempio nel “filone” di battute sull’inclusività) e smorzando ad ogni passo l’emozione più tipicamente ricercata in un film di supereroi, il gasamento, con il suo approccio oltremodo dissacrante. E in questo, tutto sommato, il film funziona forse anche meglio del primo. Certo, non ha più dalla sua la stessa freschezza, lo stesso senso di novità, e quando il punto dell’operazione è il senso di rottura, questo può diventare un problema. Però Deadpool 2 è forse un film più equilibrato, con meno ansia di prestazione, che sente meno il bisogno di sommergerti di cazzate e proprio per questo trova cazzate migliori con cui sommergerti. Aggiungiamoci un Josh Brolin in formissima, una Zazie Beetz clamorosa, un utilizzo della X-Force che mi ha fatto schiantare, le migliori scene sui titoli di coda della storia e un David Leitch che fa salire di livello la qualità dell’azione e, se lo chiedete a me, il seguito batte l’originale. Rimane che forse la benzina è esaurita e in futuro sarebbe meglio usare Deadpool come personaggio secondario che scombina film altrui. Del resto, anche nei fumetti è quel che gli viene meglio.

E poi, sì, un film del genere come fai a tradurlo e doppiarlo? Eh, boh? Mi spiace. Sul serio. Per tutti i coinvolti.

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