Chiamami col tuo nome

Sono tanti anni che non mi faccio vacanze estive di quel tipo lì, ma me le ricordo bene. La scuola chiudeva e mia madre mi parcheggiava per mesi in Abruzzo, dai parenti. Un po’ scendeva anche lei, un po’ no. E magari non erano mesi ma settimane, non lo so, non ricordo bene. Nei miei ricordi sembrano mesi. Erano mesi (?) di un microcosmo completamente scollegato del resto del pianeta, uno spazio in fondo a un tunnel interdimensionale che mi proiettava in un luogo completamente altro, cullato da tempi, spazi, luoghi, suoni, sapori diversi da quelli della vita reale. Era l’estate, fatta di nulla, di cazzeggio, di sudare come un disperato arrampicandomi in bicicletta fino a casa di mia zia, di adocchiare le tre sorelle vicine di casa, di scendere all’edicola in paese per comprare un nuovo fumetto da leggere sdraiato sui sassi, e magari spingermi un po’ più in là per curiosare nel negozio di dischi. Era la frittella sbranata allo stabilimento balneare ed era la corsa sulla sabbia per raggiungere l’altro stabilimento, quello grosso più in fondo, che aveva i cabinati coi videogiochi nuovi. Era inseguire mio cugino, pensando che coi suoi quindici anni fosse adulto. Erano, certo, gli amori destinati a finire col cambio di stagione. Era un’altra vita, un altro mondo, un altro universo. E, in fondo, tutte le vacanze estive da ragazzino, anche quelle che duravano molto meno, avevano quell’aria, quel sapore, quell’atmosfera. Mi ritrovavo altrove, perso in un limbo nel quale il confine fra il piacere di esserci e la voglia di tornare al mondo reale era una linea fragile, debole, tremebonda, sempre prossima a confondersi. È qualcosa di lontano, che non torna più e che, in fondo, è bene non veder tornare. Il bello dell’infanzia e dell’adolescenza sta anche nel fatto che se ne restano lì, nei ricordi, con le loro risate, i loro rimorsi, le loro gioie e i loro rimpianti. Al massimo, le rivivi da fuori, attraverso un falso specchio, osservando l’erede.

Uno fra gli aspetti più clamorosamente forti di Chiamami col tuo nome è il modo in cui riesce davvero a calarti in quel luogo surreale, staccato, lontano che è la vacanza estiva da adolescente. Sei lì, in un altro mondo, nonostante sia il nostro mondo e nonostante, oltretutto, ci sia un plus d’immedesimazione notevole per lo spettatore italiano che le sue interminabili vacanze estive se le faceva proprio negli anni Ottanta, anche se un pizzico più da giovane. Lo straniamento del vivere in quel microcosmo surreale, fra l’altro, senza smartphone fra i maroni, è perfetto. Ed è perfetto non solo per l’atmosfera che evoca, i colori e i sapori azzeccatissimi, anche per questa scelta surreale di ambientare le vicende in un non luogo dove sono tutti italiani e tutti stranieri, ogni singolo personaggio parla la nostra lingua ma nessuno la parla bene, si passa da francese a inglese a italiano nel bel mezzo di una conversazione, talvolta di una frase, ed è tutto naturale, normale. Perché è un altro mondo ed è giusto che sia così. A un certo punto ci buttano pure il tedesco, perché no?

Chiamami col tuo nome è, sì, l’ennesima storia di gente che sta bene e non ha problemi di soldi (oddio, in realtà Guadagnino dice che hanno ereditato la casa ma non se la possono permettere e dovranno venderla, ma insomma, non è che il film illustri esattamente una famiglia in crisi economica), ma è anche una storia di normale umanità, di gente che naviga fra passioni e sentimenti, scoprendo se stessa o scoprendo di poter essere se stessa. Parla di amicizia e di amore raccontandoli senza il bisogno di etichette, di spiegazioni e di drammi costruiti ad arte, perché si concentra solo su quello, sulla messa in scena della forza umana ed emotiva dei suoi personaggi. E può permettersi di farlo proprio perché si svolge all’interno di una bolla, di un universo all’interno del quale le difficoltà che ci sarebbero là fuori non arrivano a mettere i bastoni fra le ruote.

È un film bellissimo, scritto, diretto, fotografato e interpretato in maniera pazzesca, che tratta con rispetto e importanza ogni singolo personaggio e dona lampi di tremenda forza interpretativa tanto nei piccoli momenti che sfuggono fra le dita, quanto nelle scene madri. Riesce a far funzionare quel che altrove sarebbe ridicolo, spinge le emozioni senza risultare mai patetico e gioca con la forza del sentimento senza doversi appoggiare all’antagonismo, all’odio, al dolore. Perché, esattamente come Lady Bird, seppur in maniera così diversa, non di quello vuole parlare. E sì, quella conversazione alla fine, sul divano, è forse un po’ spinta, ha un po’ in mano l’evidenziatore, rispetto a un film che per il resto rimane così tanto fra le righe e si gioca lo svelare le carte in quella maniera così particolare, semplice, gettata via, seppur allo stesso tempo registicamente complessa, della scena alla fontana. Però, caspita, che bello quel dialogo sul divano, che clamorosa voglia di trovare quella figura paterna in ogni uomo adulto del pianeta, che bisogno di persone del genere e quanto cacchio è bravo Michael Stuhlbarg.

Chiamami col tuo nome è stato, per una settimana, il mio film preferito di questo inizio 2018. Poi ho visto Lady Bird. Ma insomma, eh.

6 pensieri riguardo “Chiamami col tuo nome”

  1. Mi hai fatto venire il desiderio di vederlo. Una curiosità:mi piacciono molto le tue recensioni, e mi chiedevo come mai non avessi scritto quella di “Tre manifesti ad Ebbing, Missouri”.

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