Lady Bird

C’è una gioia particolare nell’affrontare un genere o un filone consolidato, abbracciarne cliché, caratteri e situazioni e tirarne fuori qualcosa di completamente nuovo, personale, realmente filtrato attraverso il proprio sguardo, allo stesso tempo classico e mai visto prima. E c’è altrettanta gioia nel rispettare il genere a un livello più “puro”, senza mai rinnegarlo, mentre nel contempo lo si sfrutta come cavallo di Troia per parlare d’altro. Sono i momenti in cui si riesce a fare qualcosa di più, a raccontare davvero il mondo – o, meglio, la propria visione del mondo – senza rinunciare per un attimo a parlare con chi ti guarda in maniera onesta. La forza di Lady Bird, l’impatto incredibile che ha avuto, sta soprattutto lì, in questa sua carica dalla personalità netta, definita, travolgente, oltre che, certo, nel suo essere scritto, diretto e interpretato in maniera splendida e nel suo aver avuto il culo di beccare il momento giusto per manifestarsi al cinema (senza il quale non è detto che l’impatto sarebbe svanito, ma probabilmente si sarebbe diluito nel tempo).

Lady Bird è innanzitutto un classico racconto di fine dell’adolescenza, una storia di formazione che trasporta una ragazza dal mondo delle superiori a quello dell’università. Fosse anche solo quello, il filmetto liquidabile come “la solita storiellina di giovani che crescono”, ne sarebbe comunque una versione intelligente, particolare, femminile come poche, confezionata in maniera clamorosa, in cui ogni singolo elemento, dalla semplice concezione all’esecuzione, alle interpretazioni, alla direzione, alla scrittura, funziona in maniera fenomenale e gioiosa. E in effetti lo è. Ma non lo è. A parte che ha una Laurie Metcalf a cui avrebbero dovuto dare l’Oscar direttamente sul red carpet, per sicurezza, altro che le faccette, i grugni e le sigarette di Allison Janney (brava, per carità, ma insomma, eh). A parte che ha un cast clamoroso, in cui tutti, ma proprio tutti, anche chi ha due battute e quattro sguardi, buttano lì interpretazioni mozzafiato, spontanee, emozionanti. A parte che Saoirse Ronan è perfetta, trasformata, non sembra neanche lei, ma in fondo è proprio lei ed è clamorosa in quello splendido frullato di (in)sicurezze, desideri, convinzione, gioia, amarezza, speranza, devastazione emotiva, ricerca. Sto finendo gli a parte.

A parte tutto quanto, Lady Bird è anche e soprattutto un trionfo di scrittura, una sceneggiatura curata e rifinita come davvero non se ne fanno più, in quest’epoca di “Poi vediamo sul set” e “Provate un po’ a dire quello che vi viene in mente e poi vediamo in montaggio”. Ogni movimento, ogni battuta, ogni dialogo, ogni sguardo, ogni singola gag sta lì per uno scopo preciso, va a poggiare una mattonella nella costruzione di una strada che porta alla risoluzione finale. Non c’è nulla di buttato via, nulla di lasciato all’approssimazione o di utilizzato solo perché bello, ogni cosa ha un senso ultimo in ciò che Greta Gerwig vuole raccontare, fin dal primo istante in quell’albergo, e te ne rendi veramente conto solo ripensandoci poi, magari riguardandolo. C’è un lavoro di costruzione fine, che lascia parlare ogni “pezzo” di film e permette a tutti di dire quello che hanno da dire e devono dire, pur lasciandoti addosso la voglia di saperne di più per ciascuno di loro.

È un film scritto, ma è anche un film diretto, che racconta tantissime cose in pochissimo tempo, stipando in novanta minuti e spiccioli materiale da cui altri tirerebbero fuori dieci puntate di serie TV, restituendo al cinema la sua dignità di racconto che conosce i propri tempi e li sfrutta al meglio, lavorando di montaggio per scandire lo scorrere dei minuti, dei giorni, delle conversazioni, degli abbracci, dei pianti, della crescita, in un velocissimo attimo. E nel suo fare questo, va ben oltre l’essere il filmetto che può risultare a uno sguardo superficiale (pur essendo e potendo essere anche solo quello: un filmetto divertente, adorabile, che scorre in maniera clamorosa, non sporca e lascia un buon ricordo di sé). È un film che parla di chi siamo e dove andiamo, della provincia americana e, quindi, dell’America tutta, di un momento in cui il disastro si avvicinava ma per molti era già in essere, delle difficoltà e delle bellezze della vita, di nostalgia e affetto per le proprie radici (c’è molto di autobiografico in quella Sacramento), di amore e di cio che forse è e potrebbe essere.

Ma soprattutto, la potenza di Lady Bird sta nel mondo in cui mette in scena i suoi personaggi, in una scelta forte che in qualche modo lo avvicina a Chiamami col tuo nome, ma che qui è forse ancora più radicale, perché non limitata al raccontare il microcosmo alieno e circoscritto del periodo estivo, che riconosce e teme il malessere al di fuori di se stesso. Non c’è, in Lady Bird, un singolo personaggio negativo. Chiunque appaia nel film, anche quando esprime invidia, esplode in lampi di aggressività, fa male al prossimo, non lo fa mai in maniera consapevole e men che meno ricercata. Ci sono antagonisti, certo, nella misura in cui servono per portare avanti un racconto, ma nessuno viene ridotto a cliché di sé stesso e – si torna al discorso iniziale – nel rispettare ogni singolo punto fermo del genere, Gerwig li sovverte e trasforma in semplici persone che vivono la propria vita. I ragazzi delle altre cricche, con cui Lady Bird prova a integrarsi, sono diversi da lei per formazione e carattere, ma non sono le macchiette cretine da commedia stupidina, non sono crudeli o imbecilli, sono semplicemente ragazzi, che si comportano come tali e hanno solo il problema di essere visti attraverso lo sguardo di una protagonista che vuole avvicinarli ma ne è irrimediabilmente lontana. Ci sono personaggi che altrove verrebbero ridicolizzati e osteggiati, qua si mostrano invece come figure amorevoli e rotonde, che hanno anzi il ruolo di dire alcune fra le cose più universali e belle comunicate dal film. Ci sono momenti di rottura che potrebbero generare drammi, conflitti, rabbia e passaggi strappalacrime e invece si risolvono in gesti di affetto, comprensione, amicizia (e quindi te le strappano eccome, le lacrime, ma ti senti molto meno stronzo a lasciarle uscire).

C’è, soprattutto, un rapporto meraviglioso fra una madre e una figlia, raccontato attraverso un punto di vista estremamente femminile, in un film che non molla mai la presa e si mantiene fedele fino in fondo al proprio sguardo. Lo porta avanti dal primo all’ultimo fotogramma in maniera coerente, strutturata, mai banale anche quando si concede la banalità che è propria della vita e dei punti fermi dei racconti di questo tipo e lo fa offrendo sempre uno sguardo positivo, carico di amore e voglia di essere le migliori versioni possibili di se stessi, anche quando questo finisce per generare crudeltà involontaria, malessere, ansia, senso di colpa, dolore. Lady Bird è un film splendido, un trionfo, ed è tale proprio perché meravigliosamente riuscito anche se lo si prende solo come filmetto adolescenziale, che aderisce al genere senza ripudiarlo ma nel contempo parla di certe cose in un certo modo, con un certo spirito e una certa umanità. Uno spirito e un’umanità di cui, oggi, ma tutto sommato sempre, c’è un bisogno brutale.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.