Downsizing – Vivere alla grande

Downsizing è un po’ la versione buffa, scemotta, malinconica ma allegra, per nulla violenta, piuttosto innocua anche se a tratti emozionante, di Tre manifesti a Ebbing, Missouri. No, non è vero, in realtà non c’entra nulla col film di Martin McDonagh, però nellla mia testa sono vicini perché entrambi mi danno l’impressione di un autore che ne ha le palle di piene di quel che vede intorno a sé, anche se magari sono diversi i materiali che le riempiono, quelle palle. La visione tratteggiata qui da Alexander Payne è quella di una persona che ha perso fiducia in praticamente qualsiasi cosa sia stata ideata, creata, costruita, organizzata dagli esseri umani, ma non negli esseri umani stessi. Abbiamo distrutto tutto e continuiamo imperterriti a fare a pezzi anche ciò che di buono riusciamo ancora a inventarci, eppure, in fondo, forse, scavando bene, proprio lì, nei singoli, qualcosa di buono c’è. È che poi facciamo appunto fatica a canalizzarlo come e dove si deve.

È una visione storta, pessimistica anche nel suo ottimismo, che Payne mette in scena abbracciando per la prima volta fantascienza ed effetti speciali, con questa idea deliziosa di un mondo minuscolo creato per sfuggire alla nostra distruzione autoinflitta. Ed è un mondo che viene messo in scena con un piglio rigoroso da autore di sci-fi, che magari non ti aspetteresti da uno che s’è costruito la carriera raccontando di gente strana impegnata in viaggi buffi. Tutta la parte iniziale del film, il modo in cui veniamo condotti fino alla scoperta del mondo “altro”, la messa in scena puntigliosa della procedura di passaggio, lo svelamento graduale della vita microscopica, esprime un fascino clamoroso e una grande attenzione ai dettagli, deviando per altro in fretta verso una visione distopica da cambiare tutto per non cambiare nulla e, anzi, mandare tutto ugualmente in vacca. Che poi è un po’ quello che dicevo all’inizio.

Fino a che il film lavora solo su questo, saltano fuori immagini deliziose, idee deflagranti e un bel lavoro, tanto di sceneggiatura, quanto di messa in scena, sul raccontare come potrebbe funzionare questa nuova società, con i suoi indubbi vantaggi, le sue contraddizioni, i suoi problemi, i suoi errori già visti. Aiuta, fra l’altro, un cast in forma e ben diretto, su cui svetta la fenomenale Hong Chau, che, fra l’altro, come la doppi la doppi (eliminandone l’accento o provando a riprodurlo), probabilmente la rovini. Insomma: l’umorismo c’è, la satira colpisce, non manca anche qualche emozione, sembra funzionare tutto bene. Purtroppo il film incespica quando deve decidersi su dove andare a parare e, in fondo in maniera poetica, anche Alexander Payne finisce per tornare a fare sempre le stesse cose, virando verso il buffo con la gente matta. Non è che diventi tutto un disastro, anzi, si continua a ridere, continua ad esserci qualche momento di sincera emozione, le idee non svaniscono nel nulla e nel complesso fatico a non provare simpatia per il film, ma l’equilibrio iniziale si perde per strada, diventa tutto un po’ più scombinato e alla fin fine hai l’impressione che le buone intenzioni di partenza non siano andate a buon frutto. Sembra quasi fatto apposta. Possibile?

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