Free Fire

Con estrema calma rispetto all’uscita originale (o anche rispetto a quella in altre parti del mondo… io l’ho visto qua in  Francia a giugno), Free Fire è arrivato anche in Italia la scorsa settimana, con tutto il suo carico di pallottole, violenza, scelte sbagliate, sbroccate di Sharlto Copley, peli della barba di Armie Hammer e sguardi intensi di Brie Larson. Merita? Merita. Se si apprezzano le sparatorie coreografate come si deve, le sceneggiature scritte con criterio e voglia di raccontare tramite l’azione, il prendere sul serio un genere senza prendersi necessariamente troppo sul serio, qua si va a colpo sicuro. È senza dubbio il film più accessibile e “dritto” girato da Ben Wheatley fino a qui, ma non è certamente un compitino tirato via, anzi, esprime passione, rispetto e voglia di fare da tutti i pori. Ed è un’ora e mezza (quasi solo di) sparatorie. Anzi, una, singola, lunga, complessa, articolata, tentacolare sparatoria che dura un’ora e mezza. Io non so bene cosa si possa chiedere di più a un film.

In fondo alla sala, un tizio dalla faccia antipatica alza la mano e urla con tono sdegnato “Una storia!” Ciao, tizio dalla faccia antipatica. Fammi indovinare: quando hai visto Mad Max: Fury Road e non capivi come mai la gente fosse tanto esaltata, avevi la stessa lamentela, eh? Non c’è problema, tranquillo, va bene così. Ti capisco. E, beh, sì, Free Fire racconta la sua storia alla stessa maniera: con una premessa che sancisce la situazione e uno svolgimento che racconta ogni cosa, ogni singola cosa, attraverso l’azione. Poi, sì, c’è anche qualche dialogo, ma il racconto viene portato avanti quasi solo attraverso armi da fuoco che sparano, qualche sporadica scazzottata, delle fiamme e poco altro. Ma sai dove sta il bello? Nel fatto che la storia e l’azione sono totalmente dipendenti l’una dall’altra. La lunghissima sparatoria di Free Fire non funziona se le togli ciò che racconta, anche perché non offre uno spettacolo fine a se stesso, fatto di coreografie improbabili, esplosioni a raffica e piroette.

Attenzione, non fraintendiamo: è coreografata e girata alla grande, ma mantiene i piedi per terra (se sorvoliamo su quanto poco siano mortali le ferite da proiettili) e punta soprattutto a spingere avanti il racconto tramite l’azione. E il racconto non avrebbe alcun senso senza tutti quei proiettili, perché di quello parla. “Sì, ma la storia?” La storia è una cosa semplice semplice, una transazione fra criminali che finisce male a causa di sfiducia, sfiga e un grilletto facile, scatenando un punto di non ritorno dal quale si può uscire solo in una maniera. E la maniera è quella, appunto, di  una sparatoria in cui non si cercano spettacolo e piroette ma tensione, sangue, risate, polvere, stanco trascinarsi in cerca di salvezza, mentre si raccontano una storia e dei personaggi semplici ma efficaci, facendoli parlare (quasi solo) coi proiettili. Aggiungiamoci un cast perfetto e abbiamo un’ora e mezza di film delizioso. “Sì, ma la tramaaah?!?”

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