Detroit

Cinque giorni di macello, scatenatosi a seguito di un raid della polizia in un bar privo di licenza e della successiva reazione da parte dei passanti. Cinque giorni col senno di poi inseriti nel delirio di rivolte che caratterizzarono l’estate del 1967 statunitense. Cinque giorni in cui la violenza prese possesso di Detroit e generò quarantatré morti, oltre mille feriti, settemila arresti duemila edifici fatti a pezzi. Un momento di storia recente forse difficile da comprendere appieno per chi vive a un oceano di distanza, un vero e proprio scenario di guerra civile nato dal conflitto razziale, che come tale viene per ampi tratti affrontato da Kathryn Bigelow, dalla sua regia che insegue polizia ed esercito fra le vie con lo stesso piglio con cui si mostrano i soldati sparsi fra i vicoli delle città colpite dai bombardamenti. Detroit parte innanzitutto da questo, raccontando in maniera brutale, straziante e torcibudella come la faccenda sia esplosa, mostrando le scintille che hanno acceso le fiamme, gli errori commessi da tutte le parti e la benzina gettata sul fuoco in maniere più o meno responsabili.

Poi ci si sposta sul piccolo che diventa enorme, sulla tragedia dell’hotel Algiers, luogo dove ci si era rifugiati nella speranza di isolarsi dal disastro e che si fa invece teatro del massacro. Dal panico si passa al sospetto, all’interrogatorio, al giudizio, all’esecuzione e Kathryn Bigelow lascia poco spazio ai dubbi, con un Will Poulter dal volto giovanile, ingenuo e satanico al tempo stesso, dall’agghiacciante capacità di giustificare con una logica perversa qualsiasi atrocità. Per un’ora abbondante, Detroit è un horror dalla forza incredibile, che racconta una discesa all’inferno quasi in tempo reale e ti trascina fra quelle vie, quelle stanze, quei proiettili. E in fondo è forse ancora più forte proprio per chi nei magici iuessei non ci vive e non ha piena comprensione di cosa significhi farlo, cosa significhi nascere del colore sbagliato, cosa voglia dire la leggerezza con cui è possibile razionalizzare la distruzione completa delle vite altrui, letterale o meno che sia.

La forza dei primi due terzi di film è travolgente, lascia senza fiato, e forse anche per questo la parte conclusiva, che riassume in velocità le conseguenze, le complessità giudiziarie, il desiderio di rivalsa e l’incapacità di assegnare le giuste colpe, manca un po’ di potenza, coinvolgimento emotivo e, magari, anche capacità di sfruttare gli eventi per dire qualcosa sui temi affrontati. Bigelow cerca di mantenersi distante e, pur non potendo ovviamente evitare di mostrare una netta divisione fra bene e male in gran parte dei personaggi, questo suo non voler scendere fra le pieghe morali impedisce anche di dare il giusto approfondimenti a chi sta magari più nel mezzo, a personaggi complessi come quello di John Boyega. E pur uscendo dalla sala con stampato nel cervello un orrore irrisolto, ancora tremendamente attuale cinquant’anni dopo, hai anche la sensazione che sia mancato qualcosa, che non ci sia stata la voglia, o forse la capacità, di andare oltre a una potentissima visualizzazione di quegli eventi, che il fondamentale atto conclusivo non riesca a fare il suo dovere.

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