Stranger Things 2

L’aspetto forse più interessante di Stranger Things 2, almeno per come la vedo io, sta nel fatto che ha offerto ai Duffer l’occasione di raccontare quel che nei film a cui si sono ispirati non abbiamo mai visto, per ovvi motivi. Cosa accade, dopo? Dopo il finale, dopo l’epilogo che chiude i fili narrativi, dopo che si è conclusa l’avventura, si è risolto l’evento traumatico, si è tornati alla vita di tutti i giorni, ma prima che esploda la nuova avventura raccontata nel secondo film, come si vive? Lo vediamo qui, soprattutto nelle prime puntate, che dilatano i tempi introduttivi del classico seguito proprio dando spazio al ritorno alla normalità, più riuscito per alcuni invece che per altri. E la risposta, per quegli alcuni, è che non si vive benissimo, e non solo perché l’avventura non si è del tutto conclusa e ci sono ancora (più) strane creature che gironzolano fra questo mondo e quell’altro. Il tratto più affascinante, per quanto certo limitato nell’approfondimento, di come vengono caratterizzati i protagonisti in questo secondo anno della serie  Netflix sta, se vogliamo, nello stress post traumatico che ti ritrovi addosso dopo essere sopravvissuto a un demogorgone del sottosopra.

C’è un bambino ancora più ostracizzato dai coetanei per la sola colpa di essere stato una vittima, c’è una madre terrorizzata all’idea che possa non essere finita, c’è una ragazza che non ha ancora assimilato il senso di colpa per la morte di un’amica, c’è un ragazzino che non riesce ad accettare la scomparsa della sua, di amica e ci sono tutte le dinamiche, più o meno di gruppo, legate al far finta di niente, all’elaborare quanto accaduto come se non fosse accaduto. Non tutto funziona benissimo, e la questione Barb viene gestita in maniera secondo me un po’ impacciata, anche a causa del desiderio di rispondere allo smottamento internettiano generato dal personaggio, ma si tratta di buoni spunti, che danno una bella svolta alla caratterizzazione di personaggi ed eventi. Costituiscono forse l’unica invenzione davvero azzeccata di un secondo anno che per il resto si comporta nella maniera più facilmente prevedibile, alzando il volume della radio su ogni aspetto in pieno stile “seguito di James Cameron” e continuando nel frattempo a spingere su ciò che aveva funzionato.

La natura di Stranger Things, lo sappiamo, si divide fra il voler riprodurre nel format televisivo determinati film degli anni Ottanta e il volerli impregnare ad ogni livello di omaggi e citazioni, che inevitabilmente qui esplodono anche più di prima. È una natura che può non piacere in assoluto ma, arrivati a questo punto, lamentarsene nello specifico del secondo anno mi sembrerebbe un po’ sterile. Sarebbe come lamentarsi perché nel secondo anno di Banshee continua ad esserci un sacco di sangue. Mi pare naturale. Si può però discutere di come le cose vengono portate avanti e devo dire che il pur prevedibile eccesso mi è parso qui a tratti fuori misura e fuori luogo. Alla fin fine è anche una questione di percezione personale ed essendo io in una posizione di mezzo (le citazioni non mi infastidiscono, le apprezzo, non mi gasano), può capitare che qua e là sopraggiunga la sazietà. Ma tant’è, in questo secondo anno ho trovato una colonna sonora un po’ fuori controllo, un eccesso nel costruire ogni singolo momento importante come omaggio a qualcosa d’altro, un po’ troppo compiacimento nell’autocitazione dei propri tormentoni e l’impressione che qua e là i personaggi, più che sembrare gente degli anni Ottanta, assumano una caratterizzazione da simulacri estremi degli anni Ottanta che si porta dentro chi oggi li ha vissuti.

Di nuovo, non è un problema di per sé, è la base stessa della serie, è un problema quando questa cosa va un po’ a fagocitare il piacere del racconto, del seguire l’evoluzione dei rapporti fra i personaggi e l’elemento avventuroso, vale a dire poi quel che davvero mi aveva convinto e fatto innamorare della prima stagione. Intendiamoci, a scanso di equivoci: ho trovato questa nuova dose di Stranger Things molto riuscita nonostante cada in gran parte delle trappole tipiche da secondo anno e mi sono divertito ed emozionato nei suoi punti alti esattamente come in quelli dell’anno precedente. Meglio puntualizzarlo, dato che fino a qui ho chiacchierato quasi solo di cose che non vanno e ho l’impressione che la musica non cambierà nelle prossime righe. Nel complesso, mi son parse nove ore scarse di buona televisione, con passaggi a vuoto e momenti riuscitissimi come se ne vedono quasi sempre. E al di là di un avvio forse un po’ lento, il punto più basso è, sì, quella chiacchieratissima puntata che tenta la mossa dello “stacco”, spostandosi a parlare d’altro proprio nel momento del cliffhanger. Non è una grande invenzione, la si vede in molte altre serie, ma è una mossa che apprezzo, vuoi perché spiazza, vuoi perché tipicamente ne vengono fuori puntate sperimentali e bellissime. Il problema è che qui si prende uno spunto se vogliamo anche intrigante ma ne viene fuori una puntata mediocre e impacciatissima. E che ci dobbiamo fare?

Sì, ce l’ho con te.

Ciò che conta, comunque, è che il cast meraviglioso non è diventato tragico da un momento all’altro. Anzi, alla forza irresistibile degli attori e alla bravura cristallina di alcuni si aggiungono nuovi arrivi efficaci, tutti molto azzeccati nei ruoli che devono occupare, la prevedibile ma ottima scelta di dare maggiore spazio a chi nel primo anno ne aveva poco e l’azzeccatissimo rimescolamento nei rapporti fra i personaggi, che dà vita a due coppie riuscitissime, che quasi da sole portano a casa il risultato. Il rapporto fra Eleven e Hopper funziona a meraviglia, permette di far evolvere in maniera sensata i due personaggi, regala momenti emotivamente molto forti e dà ampio spazio a quelli che, forse, sono i due attori più in forma della serie. Lo Steve reinventato come capo dei bimbetti e il suo rapporto con Dustin, poi, danno vita a un’esplosione di divertimento, carisma e buon approfondimento, appunto, di personaggi magari non sfruttati appieno nel primo anno. Discorso simile si può fare per Lucas e la nuova arrivata Max, senza contare che quest’anno Will ha molto più da fare e l’attore non delude, con un’interpretazione sparata a mille ed efficacissima.

Dopodiché, venendo a mancare il senso di mistero del primo anno, con le novità che non riescono a rimpiazzarlo adeguatamente, ci si gioca appunto la carta Aliens, provando a sorprendere con qualche ribaltone caratteriale su alcuni personaggi e a divertire più con l’accumulo di spettacolo che con il senso di inquietudine e mistero. E infatti è una seconda stagione molto più avventurosa rispetto al taglio cupo del primo anno (non era certo un horror angosciante ma sfiorava toni più oppressivi), che trova i suoi momenti migliori soprattutto grazie all’azione e al divertimento, oltre che in quei due o tre passaggi a base di emozioni forti. Insomma, la sostanza è che Stranger Things 2 è bene o male la stessa cosa, ma un po’ di più, con qualche minima divagazione e ovviamente senza il fascino della prima volta. Non può certo far cambiare idea a chi ha odiato il primo anno, può mettere in difficoltà ma comunque convincere in maniera molto simile chi l’ha amato, può stancare chi si trovava nel mezzo. Io, tutto sommato, ne voglio ancora, nonostante un finale che sarebbe ottimo anche se volessimo chiudere tutto qui e con la speranza che quell’ultima inquadratura non sia necessariamente un’anticipazione di cose future ma solo uno stacco emotivo che ci può stare.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...