Mindhunter – Stagione 1

Fra tutti i pregi, i difetti, le caratteristiche forti, le peculiarità e i cliché di Mindhunter, ciò che più mi ha colpito nell’arco di tutte e dieci le puntate, spesso in maniera solo parzialmente conscia, altrettanto spesso con orecchio attento, è la colonna sonora. A volte era lì che mi schiaffeggiava potente, in altri casi si avvicinava di soppiatto e mi tirava la gamba del pantalone in maniera fastidiosa. Tutto ciò che è suono, in Mindhunter, è figlio di una cura spaventosa e veicolato – come del resto quasi ogni altro elemento della serie – a definire uno stato d’animo preciso. C’è il tema musicale, certo, che è l’aspetto più ovvio nel suo tornare sistematicamente in ogni momento chiave legato ai (serial) killer, con quei suoni acuti e subdoli, ma mai esagerati, che mirano a un’inquietudine e una tensione lente, di accumulo. C’è il grande studio sulle voci, sulle parlate, sul modo in cui ogni personaggio comunica il suo modo di essere, ma prima ancora il suo modo di apparire, attraverso il tono tramite cui si esprime. Senza contare il lavoro fenomenale di Cameron Britton nel riprodurre il vero serial killer Ed Kemper. E poi c’è il design dei suoni. Le catene, i registratori, i maledetti passi di Kemper, che punteggiano la sua presenza con quell’avanzare poderoso. Quei momenti splendidi in cui i racconti di fatti spaventosi vengono accompagnati dai rumori di ciò che accadeva, senza bisogno di usare le immagini.

Quasi ogni scena di Mindhunter deve la sua personalità a una manciata di suoni che la definisce con forza e che, sulla distanza, costituisce uno fra i motori principali alla base dell’atmosfera, del feeling completamente opposto a quello di, che so, uno Stranger Things: qui non ci sono spaventi improvvisi e facili colpi di scena, ma non c’è nulla di rassicurante a cui tornare, non c’è sentimento caldo a cui aggrapparsi. E poi, appunto, c’è Kemper.

Kemper, quello vero.

La serie prende spunto dal libro Mindhunter: La storia vera del primo cacciatore di serial killer americano per raccontare le vicende del suo autore e dei suoi colleghi, seppur rielaborate attraverso la solita mossa del cambio di nomi e degli eventi romanzati. Siamo a fine anni Settanta e seguiamo la creazione di un reparto dell’FBI dedicato allo studio della psicologia criminale e allo sviluppo di una metodologia di classificazione applicabile al lavoro di indagine e prevenzione. Dato il coinvolgimento di David Fincher, è inevitabile pensare a Zodiac, con cui ci sono ovvi punti di contatto ma anche profonde differenze. Volendo fare un paragone forse altrettanto semplicistico, ma in fondo non poi così folle, Mindhunter è una specie di Masters of Sex in cui la gente fa sesso attraverso stupro e omicidio, invece che rivolgendosi alla terapia. Anche qui il cuore della faccenda sta nel lavoro, nello studio, nella discussione delle metodologie e delle terminologie, e fra gli aspetti più affascinanti della serie c’è proprio lo sviluppo delle tecniche di profilazione, la nascita del termine “serial killer” e le decisioni su come catalogare questo o quel tipo di assassino.

È chiaro, però, che Mindhunter è lontano anni luce da Masters of Sex in termini di tono, caratterizzazione, genere di racconto. Lo detta il tema, lo detta il fatto che le fasi di studio pratico sono incentrate su conversazioni con assassini seriali incarcerati, a cui si chiede di spiegare ciò che hanno fatto e perché (un po’ diverso dall’osservare persone che cercano di affrontare i propri problemi sessuali), lo detta la presenza di David Fincher a definire l’impianto visivo della serie e dirigere le prime e le ultime due puntate. Ma la struttura è molto simile, nel suo rielaborare la formula da procedurale che propone comunque, bene o male, il caso della settimana (o della puntata) e, oltre ad approfondirlo in maniera eccellente, lo sfrutta di volta in volta come spunto tramite cui portare avanti le altre due anime del racconto, l’indagine sul lavoro dei protagonisti e le loro vite private.

A dare un ulteriore taglio netto ci pensa il fatto che tutto viene visto attraverso lo sguardo alienato e alienante di David Fincher del protagonista Holden Ford, giovane rampante dagli occhi pieni di fiducia e dalla cronica incapacità a relazionarsi col prossimo, che sotto il suo atteggiamento arrogante e sicuro di sé nasconde un animo da groupie dei serial killer e l’insicurezza di chi interiorizza le proprie esperienze, fatica ad elaborarle e fa bollire tutto fino all’inevitabile esplosione. Tramite i suoi occhi vediamo colleghi e amici con cui si rapporta cercando di inquadrarli solo in ottica di pura funzione, riducendoli talvolta a macchiette e faticando a far uscire la forza umana dei personaggi. Che è poi anche un po’ un limite di una serie che risulta programmaticamente fredda e scarna nella caratterizzazione delle sue figure femminili e, in generale, di chiunque non sia un pazzo pluriomicida: tanto sono ricche e affascinanti le conversazioni con i carcerati e le discussioni attorno allo studio portato avanti dai protagonisti, quanto sono spesso vuote e impacciate quelle nella vita “vera”. Da un lato, è un effetto sicuramente voluto e parte del fascino di Mindhunter, perché ti immerge in quella visione del mondo deviata e incapace di reali emozioni, unendo tema e racconto in maniera forte. Dall’altro, lascia addosso la sensazione che manchi qualcosa e che ci siano storie interessanti da raccontare un po’ troppo lasciate da parte.

Kemper, quello finto.

L’impressione, però, è che questo focus sul protagonista, sul suo sguardo, sulla sua esperienza, soprattutto alla luce della maniera forte in cui si chiude la stagione, possa aprirsi maggiormente nel previsto secondo anno, lasciando maggiore spazio all’umanità che lo circonda, senza dover per questo necessariamente sacrificare tutto il fascino, innegabile, dell’indagine, dello studio, del lavoro. “The work”, come direbbero in Masters of Sex, dove – come qui – la ricerca diventa tutto e costringe a mettere da parte la vita. Sono tutti temi affascinanti, che si integrano col racconto storico e con la ricostruzione di un’epoca (o, meglio, di una fetta molto specifica di quell’epoca) e che vanno a comporre una bella serie, certo non perfetta, con qualche passo falso di scrittura, ma ben interpretata e confezionata con una firma splendida e inconfondibile, anche nelle puntate del blocco centrali, dirette da Fincher per interposta persona.

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