Baby Driver – Il genio della fuga

E dopo Valerian ieri, anche oggi sono qui a scrivere di un progetto a lungo sognato, immaginato tanti anni fa e portato finalmente sul grande schermo da un Edgar Wright alla sua prima esperienza completamente “solitaria” da sceneggiatore e regista. Baby Driver è un film d’azione e inseguimenti (per lo più in auto, uno a piedi), che reinterpreta questo filone sotto forma di musical, sposando azione e ritmo in maniera fortissima e costruendo quasi ogni singola sequenza come se fosse un balletto. Il protagonista, Baby, ha trascorso buona parte della sua vita con gli auricolari sparati nelle orecchie per ammortizzare un problema all’udito (ma, occhio, legge le labbra), se ne va in giro con l’iPod vecchio un po’ stile Peter Quill perché glie l’ha regalato la mamma ed esprime forte disagio nelle interazioni sociali. Ha però questa cosa di essere una cintura nera del volante che si ritrova a fare l’autista da rapina e quindi la sua è una storia a base di colpi, azione, inevitabile bella cameriera del diner e un po’ tutto quel che ci si aspetta da un film che omaggia e riverisce i classici cercando di aggiornarli ai tempi nostri.

La natura bizzarra del protagonista viene sfruttata da Wright come pretesto per costruire tutto il film inseguendo la musica. Baby ha sempre le melodie in testa, anche quando non le sta ascoltando, e il suo mondo si muove interamente a ritmo, creando coreografie in cui le canzoni accompagnano ogni gesto, lui balla e si muove aspettando i battiti e tutto, ma proprio tutto quello che gli accade attorno segue le canzoni: i discorsi della gente, gli sportelli che si chiudono, i colpi di pistola, le sirene della polizia… a un certo punto c’è perfino il testo di una canzone scritto sulle pareti. Insomma, Baby Driver si vende come film d’azione, ed è comunque un film d’azione girato da Edgar Wright (quindi benissimo e con tre inseguimenti della madonna), ma è anche un musical postmoderno, di quelli che infilano nelle loro coreografie gente che non sa ballare e, in questo caso, nemmeno sa di stare ballando. E, bonus, ha un cast meraviglioso, pieno di gente in formissima. Che non fa mai male.

Gente in formissima 1.

Il tutto è gestito fra l’altro con una coerenza estrema e una cura per i dettagli e la comunicazione tramite immagini e piccoli gesti che fanno spavento. Ogni volta che l’ago della bilancia si sposta fra balletto e narrazione “regolare”, lo fa seguendo il grado di attenzione con cui Baby sta seguendo gli eventi, a volte con stacchi netti, a volte con cambiamenti sottili e che non necessariamente si colgono al volo, pasticciando con il giochino in maniera ricca e stratificata. E poi, appunto, c’è il gioco di piccoli dettagli e comunicazioni sottopelle, c’è l’inseguirsi di baci e addii detti e non detti fra Baby e la sua bella, c’è un film che parla molto ma dice tutto quel che ha da dire senza farlo, cosa che ultimamente mi sta molto simpatica. Insomma, Baby Driver è bellissimo, emozionante, spettacolare e studiato benissimo a tavolino. Cosa che, però, può essere anche un problema.

Gente in formissima 2.

Il problema sta in quello che poi, se vogliamo, è un po’ il problema di tanti musical. Il gioco è limpido, a carte scoperte fin dal primo minuto, ed è divertentissimo. Come spesso accade, però, è un tipo di gioco che tende a farti staccare dal film e se da un lato ti diverti a seguirlo, dall’altro perdi di vista il coinvolgimento emotivo e la tensione. Non è che la tensione non ci sia, perché l’azione è di quelle che lasciano a bocca aperta e Wright ha comunque l’intelligenza di interrompere o smussare il giochino in quei due o tre momenti nei quali serve davvero far percepire il pericolo. Ma per il resto del tempo Baby Driver si muove leggiadro sulle sue note musicali e solo nei suoi “numeri” più riusciti, quelli armonizzati meglio, quelli in cui quasi non ti accorgi di tutte le piccole trovate che ci infila dentro e avresti bisogno di riguardarlo facendo l’analisi logica, ti fai completamente avvolgere e ti dimentichi di ridacchiare facendo il gomitino.

Gente in formissima 3.

Sul fronte del coinvolgimento emotivo, poi, non aiuta che il personaggio di Lily James sia appena accennato, anche se lei è perfetta e l’intesa con Elgort è ammaliante al punto di far sembrare il rapporto fra loro due più sostanzioso di quanto non sia. Inoltre, come mi accade sempre con questo regista (ma, va detto, molto meno che in altri casi), ho avuto l’impressione che asciugando qua e là ci sarebbe stato da guadagnarne. Però sto pignoleggiando, il punto sta altrove: Baby Driver è uno spettacolo incredibile per occhi e orecchie che esprime un bello spirito romantico e ha il solo limite di risultare forse un po’ troppo studiato a tavolino nei momenti in cui il bellissimo giochino s’imbizzarrisce. Con me ha funzionato comunque tantissimo, però, sì, capisco che alla lunga possa risultare stucchevole. Alla fin fine siam sempre lì, conta tanto la percezione. Se lo chiedete a me, comunque, mille volte meglio le sparatorie e gli inseguimenti di Edgar Wright che i balletti e i pipponi di Damien Chazelle.

Insomma, sorrisoni e cuoricini.
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