Big Fish & Begonia

Il terzo e ultimo film che ho visto al festival del cinema cinese di Parigi nel 2017 è un oggetto forse un po’ bizzarro (ma, del resto, a modo loro, lo erano anche l’action movie storico patriottico e l’adattamento monocromatico di un racconto breve del grande autore). Big Fish & Begonia è una produzione ad alto budget, che ha richiesto oltre dieci anni di lavoro (!), mira a lanciare una nuova era per il cinema d’animazione cinese e va a sfidare apertamente i pesi massimi mondiali… senza vincere lo scontro ma, tutto sommato, senza uscirne con le ossa rotte. La sua forza sta tutta nella surreale follia del mondo che racconta, vagamente ispirato a leggende e proverbi del folklore cinese, fresco e intrigante nella concezione, seppur non particolarmente originale nel suo mettere in scena il classico mondo parallelo a quello umano e una storia d’amore impossibile a cavallo fra le due dimensioni.

Da un lato ci siamo noi, gli esseri umani, dall’altro ci sono queste specie di divinità surreali, il cui rito di passaggio all’età adulta consiste nel farsi un viaggio dalle nostre parti sotto forma di delfini. Proprio durante questa bizzarra pratica, la giovane protagonista si imbatte in un ragazzo umano che, per una serie di eventi, affoga e finisce nel mondo delle divinità, reincarnato in una specie di enorme pescione. Da lì scatta una serie di situazioni sempre più assurde, purtroppo raccontate in maniera a tratti un po’ confusionaria e non molto padrona del ritmo, che vedono la protagonista disposta a tutto per salvare il suo nuovo amico, anche a costo di giocarsi anni di vita, andare contro le tradizioni del proprio popolo e mettere a serio rischio la sopravvivenza dei suoi cari. Ne viene fuori un racconto affascinante anche perché privo di un vero e proprio antagonista, che mira invece a mostrare le vicende dei vari personaggi e la tendenza altruistica che ne muove le azioni.

Questa mitologia così particolare viene messa in scena dai due registi esordienti con passione e furia, riempiendo le immagini di trovate surreali e follia visiva. Quel che manca loro, forse, è un tocco un po’ più elegante e delicato: la delicatezza delle suggestioni di uno Studio Ghibli, palese modello a cui il film si ispira, è lontana anni luce e l’utilizzo insistito del computer e dell’animazione 3D tende a rendere il tutto un po’ pacchiano. Non mancano immagini potenti, passaggi evocativi e lampi di un immaginario comunque dalla grande personalità, ma resta addosso l’idea di un film che, per quanto interessante, avrebbe avuto bisogno di una mano più esperta e delicata. Come punto di partenza per un’eventuale nuova era del cinema d’animazione, cinese, comunque, non è niente male.

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