Into the Badlands – Stagione 2

Conclusasi la seconda stagione, con una terza già confermata e la ormai solita formula AMC del numero di puntate che cresce da un anno all’altro ben avviata, viene da pensare che l’esperimento di Into the Badlands abbia funzionato, quantomeno in termini di pubblico. D’altra parte, se il catalogo statunitense di Netflix deve fare testo, le arti marziali sulla TV a stelle e strisce funzionano bene, quindi non è che ci sia troppo da stupirsi. E Into the Badlands, pur con tutti i suoi problemi, si inserisce bene in quella nicchia, cercando e trovando una sintesi abbastanza azzeccata fra diverse scuole di calci in faccia e occupando uno spazio che nelle serie TV non era particolarmente esplorato. C’è un immaginario da distopia fantasy e/o fantascientifica che non inventa molto e fa un bel mix casinista. C’è un tasso di violenza particolarmente alto, con ettolitri di sangue, arti mozzati, spade che – incredibile! – tagliano davvero la carne. E c’è un approccio al combattimento che strizza l’occhio all’oriente sul piano visivo, utilizza un po’ di cavi per far zompare la gente ma non esagera e butta sul piatto coreografie divertenti, spettacolari, visivamente molto curate.

Proprio l’aspetto action è quello che più sorprende, soprattutto visto il contesto. Certo, non siamo ai livelli dei migliori film di arti marziali, ma è comunque notevole che con i budget e, soprattutto, i tempi ridotti di una produzione televisiva si riescano a mettere in scena robe del genere, sequenze d’azione sempre piuttosto curate, lunghe e ben pensate, specie poi quando in altre serie teoricamente incentrate sulle arti marziali (non) si vede quel che (non) si vede. Inoltre, stiamo comunque parlando di una produzione action occidentale, su un network via cavo piuttosto popolare, che ti sommerge di sangue e utilizza il mix giusto fra attori che ci mettono la faccia e stuntman che ci mettono i calci volanti. Non è un approccio inedito in televisione (Banshee ti voglio bene) ma, considerando quali sono gli standard moderni del cinema d’azione hollywoodiano (perlomeno in attesa e nella speranza che il fenomeno John Wick lanci la rivoluzione), fa piacere. Insomma, bene.

Come sempre, per questo genere di produzione, i dubbi sono magari più sull’aspetto narrativo, che tende a palleggiarsi fra il pacchiano e il ridicolo, dazio da pagare nell’attesa che i Daniel Wu e Cung Le di turno estraggano le spade. Poi uno dell’aspetto narrativo, quando vuole vedere le mazzate, può anche fregarsene, ma insomma, se funziona di certo non dispiace, soprattutto quando si parla di guardarsi ore di televisione. Va comunque detto che, rispetto a una prima stagione onestamente molto debole sotto questo punto di vista, il secondo anno segna dei bei passi avanti. Rimangono momenti discutibili (un po’ tutta l’ultima puntata è un trionfo del MACCOSA, seppur tollerabile perché finalizzato a generare calci volanti), ma il maggior numero di puntate, oltre all’inevitabile e magari non graditissimo diluire il racconto, si porta in dote ambizioni narrative maggiori e apprezzabili. Il mondo di Into the Badlands si apre, dando maggior spazio ai vari personaggi e alle tante storie, al punto che il Sunny di Daniel Wu, per quanto sempre al centro delle vicende, diventa talmente uno dei tanti da risultare assente per un intera puntata.

E il risultato è un racconto più corposo e intrigante nei suoi sviluppi. Poi, sì, i cliché non mancano, le svolte narrative abbastanza cretine non si fanno desiderare e tanto di quel che accade è piuttosto prevedibile, ma tutto sommato c’è quel che serve per far funzionare una serie di questo tipo: un bello sforzo nel definire una mitologia che funziona e personaggi a cui è facile affezionarsi. In questo, aiuta anche il cast, che circonda il borbottare di Wu con svariati caratteristi che si divertono a stare costantemente sopra le righe. Marton Csokas si mangia ogni scena in cui appare con il suo accento improbabile e la sua teatralità, ma anche la Vedova di Emily Beecham, con il suo labbruccio costantemente imbronciato, fa ottimamente il suo dovere e il resto del cast, capitanato dal sempre ottimo Stephen Lang, va loro dietro. L’aggiunta di Nick Frost in questa stagione, poi, è prevedibilmente adorabile. Insomma, Into the Badlands è lontano dalla perfezione ma, se non ci si infastidisce di fronte a qualche cavo e all’idea che uno col fisico di Frost possa menare aiutato da un po’ di fast forward, è una bella serie sui calci volanti.

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