Lady Macbeth

Do per scontato che non sia capitato solo a me ma sì, ammetto l’ignoranza: prima di avvicinarmici, pensavo che Lady Macbeth fosse una sorta di rilettura a ruoli invertiti del classico shakespeariano cui il titolo fa ovvio riferimento. E invece, per quanto l’ispirazione originale arrivi da lì, si parte da Lady Macbeth del Distretto di Mcensk, romanzo breve pubblicato nel 1865 da Nikolai Leskov e già portato al cinema nel 1962 con Lady Macbeth siberiana. A cimentarcisi è il regista teatrale William Oldroyd, qui alle prese con un esordio sul grande schermo di quelli che lasciano il segno per potenza visiva, attenzione ai dettagli, capacità nel dirigere gli attori e nello stordire con la conduzione di una storia non facile, dai repentini cambi di tono, che riesce a farti appassionare a una vicenda e ad un personaggio specifico spingendoti in una direzione ben precisa, per poi devastarti con una virata conclusiva da vanga sui denti. E rimani lì a bocca aperta, rendendoti conto che in fondo era tutto prevedibile e annunciato ma ti ha colpito lo stesso con una violenza che non ti aspettavi.

Siamo in pieno diciannovesimo secolo e la protagonista del film è una giovane novella sposa alle prese con un marito dispotico, clamorosamente sfigato, insicuro, capriccioso, violento e sessualmente inadeguato, oltre che con un suocero tirannico, brutale, dominatore, aggressivo, nel contesto di una società profondamente patriarcale e all’insegna dell’abuso nei confronti delle donne. Grande allegria, insomma. Per un po’, il film segue la noia e l’insoddisfazione strazianti della sua protagonista, interpretata da una Florence Pugh che esordiente non è, ma tira fuori una performance di quelle che ti cambiano la carriera: ipnotica, sensuale, romantica, brutale, incontenibile scrigno di furia nascosta. Ed è proprio il crescendo della sua rabbia, controllata ma micidiale, dalla carica amorale sempre più forte e sorprendente, a stravolgere mano a mano le aspettative lungo lo sviluppo del film.

Quella che inizialmente sembra essere (ed è) una storia di oppressione e inseguimento del riscatto, una parabola incentrata su abuso, razzismo, classismo, violenza nei confronti dei più deboli, si trasforma mano a mano, seguendo un percorso tanto sorprendente quanto forse inevitabile. Pian piano emergono gioia, divertimento, passione e sensualità, lampi improvvisi che davvero strappano un sorriso nel raccontare quella fuga incontenibile da una realtà oppressiva. Però il contesto parla chiaro, la coltre di oppressivo pessimismo non può svanire e il desiderio di riscatto, soddisfatto e consumato nella maniera più dirompente, lascia pian pano spazio al timore per le difficoltà a venire, alla speranza generata dalla gioia e poi all’improvviso crollo completo del castello di carte. Ed ecco che ci si ritrova faccia a faccia con il proprio io più nascosto, con gli abissi a cui si è disposti a scendere quando una forza imbattibile vuole portarti via ciò che sei riuscito a conquistarti. E non è un bel vedere.

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