After Life

Cosa succede dopo la morte? Secondo Hirokazu Kore-eda, non smettiamo di essere nelle mani della burocrazia. After Life racconta infatti l’attività di un dipartimento, che ha sede in una specie di edificio isolato e dalla atmosfera tranquilla, con quel retrogusto un po’ da anagrafe, dove appositi impiegati si occupano di gestire le pratiche di chi è appena defunto. E in cosa consistono, queste pratiche? Semplice: il defunto ha una settimana di tempo per riflettere sulla propria vita e decidere quale sia il suo ricordo più caro, o comunque quello che vuole assolutamente tenersi stretto. A quel punto, gli impiegati in questione avvieranno la pratica e si organizzeranno per fare in modo che, una volta passato all’aldilà vero e proprio, il defunto abbia dalla sua quel ricordo, e solo quel ricordo, da vivere e rivivere per l’eternità. Tutto il resto svanisce.

After Life, o Wandafuru raifu, è un bellissimo film giapponese del 1998, che ruota interamente attorno a questa idea, spingendola fino a deliziosi estremi paradossali e metacinematografici. Kore-eda, che solo tre anni prima aveva vinto il premio per la regia a Venezia con Maborosi, affronta la faccenda con uno stile probabilmente figlio del suo background da documentarista e mette in scena uno strepitoso mix di finzione e realtà, strutturando i colloqui fra defunti e impiegati come una lunga serie di interviste in cui si mescolano interpretazioni di attori e vere risposte di persone comuni che riflettono sulle proprie memorie. Ne viene fuori una sagace, malinconica, delicata e profonda riflessione su vita, morte, importanza dei ricordi e di ciò che ci lasciamo alle spalle, accettazione e interpretazione del lutto, capacità di trovare un senso nei colpi bassi che la vita ci rifila. E già sarebbe molto, ma non c’è solo questo.

Il ritratto surreale del passaggio dalla vita alla morte prende infatti una piega ancora più adorabile quando affronta la maniera in cui quel singolo ricordo viene legato definitivamente al defunto. Non si tratta di un semplice archiviare la pratica o scatenare una qualche forma di incantesimo, entra al contrario in un gioco una procedura codificata e assolutamente “terrena”: una vera e propria troupe cinematografica deve mettere in scena il ricordo in questione, per poi proiettarlo in apposita saletta, e la cosa viene raccontata con grande attenzione al dettaglio e alle problematiche di realizzazione. Va scritta una sceneggiatura, servono attori e comparse, bisogna lavorare sugli effetti speciali (senza CG fra le scatole) e il tutto va pianificato in accordo con le memorie e i desideri del defunto, che partecipa come consulente sul set. Le sequenze in cui la troupe effettua le riprese e gestisce i semplici effetti speciali necessari per riprodurre i ricordi sono veramente meravigliose e chiudono in maniera dolce e malinconica un film delizioso, capace di affrontare tanti temi in maniera interessante e con un tocco squisitamente orientale, offrendo anche un arco narrativo riuscitissimo nel raccontare la storia degli impiegati di questo bizzarro dipartimento ultraterreno.

Perché me lo sono visto qualche tempo fa? Perché me l’ha detto Roger Ebert.

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