The Walking Dead – Stagione 7

La settima stagione di The Walking Dead, perlomeno fino a metà, ha funzionato come da tradizione: una prima puntata fenomenale e poi un discreto ammosciarsi sui suoi ritmi compassati e i suoi alti e bassi. La solita roba che rischia di ammazzarti le gonadi se la segui di settimana in settimana ma che tutto sommato, almeno se lo chiedete a me, ha un suo senso e un suo ritmo se ti spari la maratona. In questo caso, però, quasi alzo le mani e mi arrendo: la prima metà di stagione, pur avendo, lo ripeto alla faccia delle polemiche, una prima gran puntata e qualche bel momento, ha stancato abbastanza pure me, che ho bene o male sempre difeso la serie. Sarà che era veramente un po’ troppo tutto un preparare faccende senza avanzare in maniera concreta. Sarà che alla fin fine Negan, per quanto reso a meraviglia da un Jeffrey Dean Morgan alla prima occasione in carriera che gli permette di mostrare carisma senza tentare di sedurre casalinghe, m’è parso sottosfruttato. Sarà che quando ti giochi la morte pesante stagionale all’esordio poi diventa dura, e infatti il cadavere di metà stagione chi se lo incula, ma insomma, meh. Poi, però, è successo qualcosa.

È successo qualcosa che mi ha riportato di prepotenza nella fazione di chi non capisce le lamentele, si diverte e, boh, magari è davvero perché non la seguo una puntata a settimana. Oppure sono gusti, chissà. Intendiamoci, non è che la seconda metà di stagione abbia portato chissà quali stravaganti novità, anzi. Siamo ancora lì sulla struttura “di qua e di là”, che dedica ogni puntata a una selezione di personaggi. Il ritmo continua ad essere compassato, con una narrazione che si concentra sul lavoro sui personaggi e sull’accumulo di fattori da far esplodere nelle puntate chiave. Il problema dell’essersi giocati il morto “serio” all’inizio non è svanito e il cadavere di fine stagione, per quanto tutto sommato gestito bene, era telefonato da tempo (senza contare che, se hai letto il fumetto, la telefonata diventava un’enorme insegna al neon, nonostante la solita manovra del cambiare le carte in tavola su modalità e personaggi). Eppure, oh, mi sono divertito e mi sono guardato con gusto otto puntate in due giorni, senza colpo ferire. Come mai? Eh, vediamo se riesco a capirlo.

Intanto, ho apprezzato l’improvvisa salita di tre metri sopra alle righe. Magari sbaglio, ma ho la sensazione che qualcuno, nel team creativo di casa AMC, abbia preso nota di Z Nation (del quale, per altro, sto guardando una piuttosto deludente terza stagione… siamo arrivati al giorno in cui The Walking Dead mi convince più di Z Nation, forse l’apocalisse è davvero vicina). Certo, probabilmente, ritrovandosi alle prese con un cattivo in costante overacting piacione e personaggi tipo il sovrano di un regno pseudomedievale che se ne va in giro con una tigre al guinzaglio, hanno pensato che spingere un po’ sulla cazzonaggine non fosse un problema, ma insomma, non è che le assurdità siano mai mancate, fra il redneck con la balestra, il governatore col carro armato e i contadini che headshottano. Sia quel che sia, qua, nel giro delle prime tre o quattro puntate, abbiamo visto il branco di zombi falciati col cavo teso fra le due auto, il momento Mad Max/Furiosa/Thunderdome zombesco, Rick e Michonne trasformati in Sandra e Raimondo che si lanciano la spada al volo manco fosse la motosega di Ash Williams. Suppongo che ad alcuni questa deriva quasi trash abbia dato fastidio, ma per me sono tutte cose apprezzabilissime e divertenti (vogliamo parlare degli zombi al sapore di corallo?).

Oddio, ho sbagliato serie.

Più in generale, questo approccio vagamente cazzaro si inserisce forse anche nel motivo per cui, una volta tanto, ho trovato il saltellare di qua e di là delle varie puntate più convincente del solito. E anche qui m’è tornato in mente il miglior Z Nation, quello delle prime due stagioni, col suo dinamismo narrativo e il suo continuo inventarsi cose da una puntata all’altra. Intendiamoci, non siamo a quei livelli, ma lo spostarsi fra le diverse comunità, incentrandosi di volta in volta sulle varie tribù, mi ha convinto e coinvolto, anche grazie a quel paio di contesti completamente inventati rispetto alla serie a fumetti. Il paradosso è che questa cosa è capitata mentre si rompeva la tradizione della prima puntata fenomenale, dato che il rientro dalla pausa invernale mi è parso onestamente abbastanza moscio, pur con qualche momento riuscito. Poi, però, divertimento. Merito della visione a maratona? Vai a sapere. Fra l’altro, mi ha divertito anche la battaglia finale, nonostante il tradizionale impaccio di The Walking Dead nel gestire l’azione. Magari è stato merito della musica improvvisamente quasi carpenteriana, o del fatto che c’era una tigre enorme che sbranava gente a caso. Chissà.

Al di là della cazzonaggine, comunque, ho trovato molto riusciti anche quei due o tre momenti in cui le cose si sono fatte serie. L’incontro fra Carol e Daryl, con l’abbraccio, l’impaccio e quel che viene dopo, è stato gestito alla perfezione, come raramente The Walking Dead ha saputo fare, risparmiandoci i pipponi interminabili di altre occasioni. La svolta di Morgan, con quel momento improvviso di rabbia omicida e la conclusione di una puntata che fino a lì era stata in realtà abbastanza prevedibile, mi ha colto di sorpresa per efficacia e brutalità. La conversione di Eugene è stata divertente e ben orchestrata, oltre ad aver creato dei presupposti potenzialmente interessanti per portare avanti le sue vicende. E chiaramente sono tutte cose che vivono anche dell’aver seguito i personaggi per anni, dell’essersi (o meno) affezionati a loro, ma d’altra parte quella è un po’ l’essenza della serialità televisiva. Poi, chiaro, in questo senso ci sono anche cose che non vanno e onestamente potevo fare a meno dell’ennesimo personaggio femminile che all’improvviso si rincoglionisce, inizia a fare solo cose dannose e mettere gli altri nei guai, generando un desiderio di schiaffi ogni volta che apre bocca. Fra l’altro, mai che sia un uomo, a intraprendere ‘ste svolte, nei telefilm americani.

Insomma, mi sono divertito. E sì, un po’ come del resto era accaduto nei fumetti, abbiamo accumulato due stagioni di sostanziale preparazione alla guerra. Cosa che, come era accaduto coi fumetti, può non piacere. Però, alla fin fine, mi sembra in linea con quel lavoro di accumulo che The Walking Dead ha sempre fatto e continuo a trovarlo divertente, anche se non sempre i personaggi (e soprattutto gli attori) sono all’altezza e riescono a supportarlo. Rimane da capire se l’anno prossimo sapranno gestire come si deve la guerra promessa nel finale di stagione, perché se poi la guerra si tradurrà in quattro puntate con un po’ di azione e dodici puntate di attori mediocri che recitano dialoghi impacciati a tema massimi sistemi, well… vedremo. Io, comunque, ci sarò. Tanto, ormai, The Walking Dead è entrato nel reame delle abitudini malsane di cui non riesci a disfarti.

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