Ghost in the Shell

Ghost in the Shell è il blockbuster americano recente dal taglio visivo più fresco, particolare e affascinante che si sia visto negli ultimi anni. Sì, anche più di Doctor Strange, che limitava il suo delirio estetico a determinate sequenze ma per il resto si inseriva placido nel solito immaginario Marvel. La cosa buffa, anche se in fondo c’è poco da sorprendersi, sta nel fatto che questo risultato arriva senza inventarsi nulla di particolare, perché di fatto Rupert Sanders e compagni si sono limitati a recuperare un certo tipo di estetica da film d’animazione, a mescolarla con suggestioni prese in giro dal cinema di fantascienza occidentale e a utilizzare il risultato come filtro visivo mentre si lavorava di fotocopiatrice su svariate scene prese in prestito dai diversi Ghost in the Shell passati. Quel che ne è venuto fuori è patinatuccio, ovviamente già visto e per ampi tratti privo della carica espressiva e dinamica che magari altri registi avrebbero (e hanno) saputo dare al cinema di fantascienza, ma allo stesso tempo ha un sapore fresco, bizzarramente nuovo e diverso dal solito.

Non è solo una questione di design dei personaggi e della città o di colori forti sparati a mille, c’è proprio un gusto violento per l’andare contro la normalizzazione e quel tentativo di avvicinare tutto a un presunto realismo estetico che per esempio tagliano spesso le gambe all’estro visivo dei film di supereroi. Qui, invece, c’è un approccio che per certi versi può ricordare quello che caratterizza gli adattamenti cinematografici di manga e videogiochi che tipicamente si realizzano in Giappone. Il look dei personaggi, le loro movenze, il taglio estetico delle strade e dei luoghi in cui si muovono, la visualizzazione di ogni dettaglio, tutti gli elementi che vengono sparati sullo schermo sembrano usciti da un certo tipo di cinema d’animazione. C’è proprio un’estetica che in alcuni momenti sembra assumere i tratti di un cartone animato e questo aspetto esplode soprattutto nelle continue panoramiche dall’alto, dove le piccole automobili che si muovono nervose fra le strade hanno l’impeto di piccoli schizzi a matita immersi fra i pixel dell’animazione digitale. Sul piano visivo, questo Ghost in the Shell è straniante, a volte buffo e sbagliato, spesso prevedibile nelle sue scelte banali, ma sorprendente, forte, assurdo e davvero particolare, quantomeno per quelli che sono gli standard del cinema occidentale moderno.

E oltre all’estetica, che c’è? Non molto, anche se quel che c’è fa il suo dovere senza fare troppi danni. Gli attori funzionano più o meno tutti e Scarlett Johansson, oltre a fare la sua solita faccia a sguardo fisso da robot, si impegna anche a lavorare sul corpo, interpretando il suo personaggio “artificiale” con movimenti meccanici e impacciati da chi cerca di essere umana ma non ci riesce fino in fondo. I temi interessanti, poi, ci sarebbero anche, fra l’altro almeno in parte diversi da quelli che venivano affrontati nei vecchi Ghost in the Shell, seppur ovviamente sempre basati sul rapporto fra uomo, macchina, intelligenza artificiale. Si parla per esempio del mondo in cui i ricordi ci definiscono in quanto esseri umani e si dà grande importanza soprattutto a questo nel trattare la differenza fra carne e silicio. Viene però tutto affrontato nella maniera più standard e facile possibile, con un approccio alla scrittura che è quanto di più banalmente occidentale ci possa essere, fra i dialoghi ultra didascalici (meraviglioso quando all’inizio i due scienziati spiegano per filo e per segno il significato del titolo parlando fra di loro di cose che sanno già) e la maniera frettolosa in cui tutto viene trattato e infilato a calci in culo dentro a un plot standard da blockbuster d’azione. Ci si può accontentare, ma è davvero poca cosa.

E il whitewashing? Allora, di base io capisco anche le rimostranze di molti ma bisogna pure mettere in conto il fatto che un film come questo, probabilmente, non viene proprio messo in produzione, se non c’è a disposizione un’attrice con la risonanza di Scarlett Johansson (e trovamela, un’attrice orientale con quel seguito in occidente). Per cui, boh, mi sembra una discussione senza via d’uscita. Detto questo, il modo in cui la cosa viene affrontata dal film è… particolare. Dico giusto due cose, ma avviso che per farlo mi tocca entrare in zona spoiler, anche se su aspetti che onestamente trovo si intuiscano abbastanza in fretta.

[Spazio di comodo a favore di chi non ne vuole sapere nulla]

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È buffo, anche abbastanza assurdo, se vogliamo interessante. Il film non si limita a trasformare un personaggio orientale in occidentale facendo finta di niente, anzi, affronta la cosa a livello di sceneggiatura e immagino che, a seconda dei punti di vista, possa renderla ancora più fastidiosa o magari interessante. Il fatto è che Motoko Kusanagi viene letteralmente uccisa, senza per altro essere mai mostrata in maniera evidente, e sostituita dalla Mira Killian di Scarlett Johansson. E non è neanche l’unico personaggio a subire questo destino del passaggio da essere umano giapponese a robot americano. Il che, volendo, potrebbe essere letto come una riflessione sul fatto che i giapponesi, quando creano esseri umani finti coi loro manga e anime, tendono a utilizzare tratti più da occidentali che da orientali. Oppure è solo un tentativo di mettere un cerotto un po’ impacciato sulla cosa. Di sicuro assume quel sapore nel momento in cui questo aspetto, potenzialmente interessante, viene affrontato in maniera limitata e frettolosa, come del resto un po’ tutti gli altri temi del film e come lo sto facendo io qui. E quindi, alla fine, rimane solo un grande “Boh?”

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