La cura dal benessere

La cura dal benessere è una roba strana, un film che non è andato nemmeno vicino al convincermi fino in fondo ma la cui esistenza mi fa comunque piacere, perché vedere qualcosa di così bizzarro, sconclusionato e surreale partorito da un grosso studio hollywoodiano non è esattamente roba da tutti i giorni. Perlomeno non di questi tempi. È una specie di horror, o forse thriller, dai toni placidi ma inquietanti, che prova a lavorare su una lenta costruzione della tensione, a dipingersi addosso uno specchio di suggestioni eleganti, ma allo stesso tempo non si fa il minimo problema a sbracare nel macello quando scatta la mezz’ora finale. È un tripudio di sedute dentistiche sanguinarie, immersioni in acque popolate d’anguille, strani liquidi che ti infettano con creature ancora più strane, gente matta dalle abbronzature perfette e dai denti scintillanti, prigionia da incubo senza possibilità di fuga nonostante non si veda una catena lontana un miglio. È strano, incasinato e pieno di cose che non funzionano, ma mi sta simpatico.

Di buono ha sicuramente che Dane DeHaan è perfetto per il ruolo, vero erede di Steve Buscemi nel suo essere l’attore hollywoodiano di un certo spessore con la faccia più disastrata e da malaticcio spossato, che ci sia sulla piazza. Sembra me l’altra settimana quando mi agitavo fra la febbre e il mal di schiena, solo che lui è sempre così. Anzi, più sta meglio e peggio sembra stare, come una specie di Hulk del lazzaretto. In più, onestamente, interpretare il ruolo dell’arrogante saccentello e antipatico gli viene molto bene, quindi funziona alla grande nei panni di questo giovane arrivista che mette la carriera davanti a tutto e si ritrova costretto a tuffarsi nell’ignoto e (a sua insaputa) in un incubo per non pagare le conseguenze delle proprie azioni. Poi, certo, pian piano saltano fuori traumi infantili e daddy issues assortiti che ne hanno determinato la bassa statura morale, ma il carattere è quello e DeHaan lo rende a meraviglia, così come funziona benissimo nel ruolo di chi si fa quasi convincere dal dottore mefistofelico che forse sta male davvero e dovrebbe restarsene ricoverato nell’ospedale del male.

Attorno a lui, Verbinski prova a costruire un thrillerone surreale laccatissimo, impregnato di omaggi e citazioni a praticamente qualsiasi film abbia visto in vita sua e tutto convinto nello spingere fortissimo su una sorta di elegante inquietudine a base di situazioni surreali e insensate, attimi di disgusto, divagazioni a sfondo sessuale, improvvisi lampi di follia e suggestioni da horror retrò. Tutto il lavoro sull’atmosfera, sulle belle immagini, sulle suggestioni, però, rimane un po’ fine a se stesso, perché Verbinski non riesce a dare alla storia un impeto forte e le vicende si trascinano fra il prevedibile, il già visto e secondo me pure un po’ il palloso, con veramente solo il merito di stare proponendo contenuti che si vedono di rado in questo genere di grosse produzioni, per quanto non ci sia nulla di davvero sconvolgente. Il paradosso, poi, sta nel fatto che La cura dal benessere prende vita quando sbraca, abbandona le sue aspirazioni più alte e apre tutto per un finale all’insegna del pastrocchio casinista, in cui Verbinski ritrova un po’ di carattere e regala del divertimento.

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