Louie

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L’anno scorso, ero lì che mi chiedevo cosa prepararmi da guardare per il viaggio in aereo verso la GDC e m’è cascato l’occhio su Louie, che giaceva bella completa su Amazon Instant Video e a cui non avevo mai dato una chance, nonostante fossi un discreto ammiratore di Louis C.K. e la serie mi attirasse un sacco. E, guarda un po’, l’intera prima stagione me la sono puppata così, come se niente fosse, durante il viaggio di andata. Un mese dopo o giù di lì, complice anche il fatto che mia figlia era ancora nella fase “Dormo solo se papà mi tiene in braccio per un’ora mentre guarda qualcosa in TV”, avevo finito di ridere come uno scemo, amareggiarmi, singhiozzare e farmi sudare gli occhi di fronte alle cinque, spettacolari, stagioni che compongono la serie. Ed ero lì che ne decantavo le lodi di qua e di là, sfondando porte aperte, convertendo non credenti e scoprendo che c’è chi non riesce a guardare Louie perché l’amarezza e la corrosività di fondo del C.K. gli abbattono la voglia di vivere. Capita.

Quasi un anno dopo, sono qui a scribacchiare di Louie perché mi va, perché ho voglia di mettere nero su bianco due pensieri al riguardo e perché c’è sempre quella faccenda che se faccio venire voglia a qualcuno di guardarsi una cosa bella, ehi, allora questo blog serve a qualcosa. Louie nasce nel 2009, tre anni dopo la chiusura di Lucky Louie, primo tentativo di serie televisiva targata CK, andato in onda solo per un anno sulle frequenze di HBO. L’idea è di realizzare un qualcosa che sia estremamente personale e con pieno controllo creativo. FX accetta le condizioni, produce un episodio pilota, lo promuove a serie, go go go, e dal 2010 al 2015 Louis CK scrive, dirige, interpreta, monta, si occupa del catering e pulisce casa del cast per cinque stagioni di una serie fenomenale, che gli regala soddisfazioni prestigiose, nomination e premi, anche se magari non ascolti clamorosi.

Ma di cosa si tratta? Beh, Louie è una creatura strana, un racconto parzialmente autobiografico, scalcagnato, sconclusionato, in cui Louis CK recupera almeno in parte il modello di Seinfeld, alternando sessioni da stand-up comedian sul palco di un club alle parti di racconto. È una serie sperimentale, palesemente avviata all’insegna del “Vediamo cosa mi viene in mente” ed evolutasi poi in maniere imprevedibili col passare degli anni, con episodi talmente autoconclusivi che certi personaggi cambiano costantemente interpreti e caratterizzazioni, ma anche improvvise esplosioni narrative trascinate su più episodi, a formare racconti coinvolgentissimi. Sulle prime, la traccia è soprattutto quella della comicità dissacrante, tragica, aggressiva e deprimente di Louis CK, con i brani di narrazione che sembrano quasi una messa in scena un po’ più articolata delle gag che il comico propone sul palco. Ma già verso la fine della prima stagione, iniziano ad emergere un maggior desiderio di raccontare qualcosa che vada oltre alla gag spicciola, una caratterizzazione improvvisamente e profondamente umana per il personaggio protagonista e una certa vena malinconica che pian piano prenderà possesso della serie.

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Poesia.

Il primo vero colpo da maestro arriva durante la seconda stagione, con Duckling, un episodio dalla lunghezza superiore al solito che raccoglie lodi e premi un po’ dovunque, trovando quella perfetta sintesi di temi forti, comicità esilarante e irresistibile malinconia che renderà grande la serie. Da lì in poi, Louie non si ferma più. Col terzo anno emerge davvero l’anima sfaccettata della serie, quel mescolare spunti più o meno autobiografici per tirar fuori un ruvido, brutale, divertentissimo, emozionante, tragicomico e toccante ritratto di vita vissuta. C’è il massacro satirico che da Louis CK ci si aspetta, sì, ma c’è anche una sorprendente capacità di raccontare storie intense, umane, trascinanti, commoventi. Emerge il lato romantico di Louie, trova sempre più spazio il rapporto con le figlie, tanto esilarante quanto commovente, e prende piede la voglia di racconto ad ampio respiro, con la meravigliosa “saga” della sfida a David Letterman. E quel finale cinese, mamma mia.

Ma poi arriva la quarta stagione, fenomenale, pazzesca, impressionante. L’apice, il punto alto irraggiungibile, quattordici puntate semplicemente stupefacenti, per idee, carica emotiva, capacità pazzesca di mescolare gli spunti più disparati, la vena comica e quella melodrammatica, perfino un fortissimo e sorprendente afflato poetico, l’amore per il racconto e la fulminante gag improvvisa. Le storie d’amore, il rapporto con le figlie, il doppio tuffo nel passato con quel meraviglioso Jeremy Renner impegnato a fare quel che sa fare meglio (fare brutto)… Louie raggiunge qui un livello tale che anche a ripensarci quasi non ci credo, mentre mi ricordo lì che ridevo come un cretino, ma con gli occhi sudatissimi. E dopo una botta del genere, giustamente, la bellissima quinta stagione è il momento defatigante, otto puntate in cui Louis CK sembra dichiarare soddisfazione per quanto fatto e si dedica al cazzeggio più completo, sperimentando con quel che gli passa per la testa. Ed è comunque bellissimo.

Qui è dove non fa brutto.
Qui è dove non fa brutto.

Louie è una serie meravigliosa, da recuperare, riscoprire, riguardare con affetto. Ha i suoi alti e bassi e per esempio il primo anno, per quanto divertentissimo, lascia solo intravedere, a malapena intuire, le vette che verranno poi raggiunte. Ma è sul serio una fra le serie più interessanti, intelligenti, divertenti, coinvolgenti, buffe, bizzarre, sperimentali, sostanzialmente belle che mi siano mai capitate sotto gli occhi e ha fra l’altro probabilmente parecchi meriti nella nascita della raffica di gran televisione da mezz’ora che è esplosa negli ultimi anni. Motivo in più per volerle un bene dell’anima.

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