Fuori orario

Com’è riguardare Fuori orario durante una buia notte a marzo del 2016, fra l’altro probabilmente vent’anni abbondanti dopo che l’hai visto per l’ultima volta? Strano. Com’è mettersi a scrivere, una mattina di gennaio del 2017, di quella volta che a marzo del 2016 ti sei riguardato Fuori orario vent’anni abbondanti dopo l’ultima volta? Surreale. Ma qua il blog funziona così, ogni tanto scatta il recupero di quella bozza che avevo lasciato lì abbandonata e riparte la sfida con il mio cervello brasato per provare a ricordarmi le sensazioni che dovrei aver provato e che potrei voler trasmettere in quattro righe. Nel caso specifico, poi, la cosa deriva da quella faccenda che tre anni fa mi hanno regalato il libro delle recensioni da quattro stelle di Roger Ebert e ogni tanto lo apro, vado avanti a guardare in ordine alfabetico e poi ne scrivo. Otto film visti in tre anni non è un gran risultato ma, ehi, non mi corre dietro nessuno.

Comunque, cosa vuoi dire, di Fuori orario, trentaquattro anni dopo l’uscita e un anno dopo essertelo rivisto? Niente, ecco cosa vuoi dire. Del resto, in un certo senso, è un film nato dal niente. Scorsese c’aveva le balle girate perché la Paramount gli aveva appena fatto saltare la produzione di L’ultima tentazione di Cristo, era lì che gli prudeva la macchina da presa, aveva bisogno fisico di lavorare e, boh, così, come se fosse una mattina in cui non hai troppo da fare, hai deciso che devi scrivere qualcosa per il blog e peschi una roba fra le mille bozze abortite, prese una sceneggiatura che un giovine Joseph Minion aveva tratto da un monologo e girò Fuori orario. Certo, la differenza sta nel fatto che io sono un pirla che scribacchia cose a caso su un blog fallimentare e lui era uno fra i più grandi registi viventi, arrivava da Taxi Driver, New York, New York, Toro Scatenato e Re per una notte e si preparava a dirigere L’ultima tentazione di Cristo. Ma d’altra parte è per questo che io sto qui a scribacchiare su un blog marginale mentre lui è al cinema con Silence. No?

Comunque, Fuori orario racconta di un giovane rampante (Griffin Dunne, una fra le tante stelle anni Ottanta svanite nel nulla come lacrime nella pioggia) che si fa accalappiare da Rosanna Arquette in un bar e finisce dritto nel gorgo di una notte a base di delirio, rapine, suicidi, personaggi stralunati, eventi sfortunati, svolte narrative completamente assurde, tragici malintesi, fughe a perdifiato nella notte, movimenti di macchina ardimentosi e umorismo nero come la pece. È un viaggio surreale e fuori dal tempo, una roba completamente assurda e, forse, resa ancora più assurda e straniante dai trent’anni abbondanti che si porta sulle spalle, dalla vecchiaia di un gusto e un senso del ritmo che oggi risultano davvero d’altri tempi, ma forse anche allora sembravano giungere da una dimensione parallela. Non è magari tra i film che più sono rimasti nella storia di Scorsese, ma a quei tempi era un grande classico dei palinsesti televisivi e ancora oggi merita uno sguardo carico di risate, erotismo, paranoia, affetto. E poi c’è la Linda Fiorentino dei primi anni Ottanta, che gli vuoi dire?

Tutta quella faccenda di Ebert, comunque, è spiegata a questo indirizzo qui.

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