Arrival

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Arrival è, assieme a Manchester by the Sea, il mio film preferito del 2016. Forse, pistola alla tempia, devo ammettere che ho preferito Manchester by the Sea, ma insomma, sono sfumature, e comunque preferirei non arrivarci, alla pistola alla tempia. In Italia escono entrambi nel 2017, quindi saranno probabilmente anche i miei film preferiti del 2017, magari assieme a La La Land, l’ultimo del trio per cui avevo aspettative completamente ingestibili, quello che, se le soddisfa pure lui, mi farà probabilmente dare di matto, perché a quel punto cosa potrò chiedere, ancora, al 2017? Ma intanto Arrival arriva questa settimana ed è un film meraviglioso, scritto, diretto e interpretato da gente fuori dalla grazia di Dio, che affronta un tema fantascientifico in maniera tanto rigorosa quanto profondamente umana, affascina con il suo incredibile matrimonio di suoni e immagini, strazia con le sue svolte narrative e, casomai uno fosse preoccupato per Blade Runner 2049, ti lascia addosso una placida serenità sull’argomento. Poi, certo, può comunque venir fuori una schifezza ma, per dire, se fosse bello anche solo la metà di Arrival, sarebbe comunque un ottimo seguito. Sì, Arrival mi è piaciuto così tanto. E siccome (tanto quanto Manchester by the Sea, vedi la coincidenza) fa parte del club “Madonna quanto è stato bello andare a vederlo senza saperne una fava, al di là degli ottimi nomi coinvolti e del fatto che se ne parlava benissimo”, chiuderò in questa maniera il più lungo del solito paragrafo iniziale. In Arrival ci sono gli alieni e il film si incentra su Amy Adams e compagni che provano a capire come comunicare con loro. È bellissimo, è bellissima, sono tutti bravissimi, volate al cinema.

Per chi ha l’ardire di spingersi a leggere un altro po’, eviterò comunque di fare rivelazioni significative, trattenendomi anche su un dettaglio molto importante, nonostante sia una roba che si vede nei primi minuti di film. Perché? Perché mamma mia quanto è bello sedersi davanti a quello schermo e lasciarsi sommergere da Arrival. Dalla sua atmosfera totalizzante, dal modo in cui ti accompagna per mano e ti immerge  in un’impresa impossibile, ruotando attorno all’idea di linguaggio, alla difficoltà nel trovare un punto comune su cui basare la comunicazione (devi fargli capire che stai facendo una domanda, che una singola parola può avere significati diversi, che ragioni in termini individuali… ), ma anche alla necessità di coordinare l’azione comunicativa su scala planetaria. Arrival è, per una buona metà di film, soprattutto una meravigliosa, coinvolgente, trascinante immersione in una tematica che sulla carta non dovrebbe avere molto di cinematografico. Si passa un’ora a ragionare sulle parole. Eppure, Eric Heisserer e Denis Villeneuve hanno preso il racconto di Ted Chiang, l’hanno rimodellato a loro uso e consumo e ne hanno tirato fuori un qualcosa che più cinema non potrebbe essere.

E non finisce mica lì! Fra le maglie di quella prima oretta di film, così scientifica e procedurale, scorre il cuore pulsante di un film che parla anche e soprattutto di umanità, di sentimento, di crescita dell’essere umano (come singolo e come specie), di drammi personali e della capacità di accettare il dolore più profondo in nome della gioia che può accompagnarlo. Villeneuve sa perfettamente quanto sia importante dare forza a questa componente del film e non per caso si concentra fin dal primo istante su Amy Adams, tenendola sempre al centro dell’immagine, focalizzandosi sui suoi occhi, sulle sue emozioni, sul suo pensiero e sulla forza emotiva con cui assieme a lei entriamo in contatto con la razza aliena. Non vedi l’astronave fino a che non la vede lei, non incontri gli alieni fino a che non li incontra lei, giungi a piccole vittorie assieme alla sua mente, capisci “quella cosa” quando i suoi occhi improvvisamente ti dicono che ci sta arrivando anche lei. E lei, per quelle due ore, è la donna più bella del mondo, è l’attrice più brava del mondo. La osservi a occhi spalancati, umidi e sudaticci, non puoi staccartene, vorresti che non finisse mai, sei lì basito di fronte alla bellezza del cinema e ti chiedi a cosa serva andare a vedere tutte quelle altre mediocrate.

È lei il cuore dell’anima profondamente umana che vive in Arrival fin dal primo fotogramma, si muove tra le pieghe dell’indagine scientifica ed emerge sempre più, in maniera implacabile, fino ad esplodere e mangiarsi tutto nella seconda parte, trovando una formula coerente, perfetta, in cui nulla è superfluo, tutto torna, ogni cosa va al suo posto e Christopher Nolan puppa la fava. Io, onestamente, non so che altro bisognerebbe chiedere a un film di fantascienza. O a un film, anche. Denis Villeneuve fammi tuo.

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