The Mermaid

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The Mermaid è il nuovo film di Stephen Chow, attore, produttore, regista, sceneggiatore, [inserire a piacere] hongkonghese noto dalle nostre parti soprattutto per Shaolin Soccer e, in misura minore, Kung Fu Hustle (o come cacchio l’hanno intitolato in Italia mentre lo doppiavano a caso). E quel che ho da dire al riguardo potrebbe finire qui: è il nuovo film scritto e diretto da Stephen Chow, che altro bisogna aggiungere? Ma, insomma, aggiungiamo cose. Per esempio, banalmente, il fatto che The Mermaid ripropone il solito (per Chow) mix surreale di risate demenziali, melodramma spinto, azione sfrenata, satira sociale, fantasia sparata a mille e talento altrettanto surreale nella composizione dell’immagine. E diciamo che ne viene fuori una bomba, un film divertentissimo, pieno di idee, scemo oltre ogni limite eppure capace di far emozionare quando decide di provarci. È una delizia, sul serio.

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Ash vs Evil Dead – Stagione 2

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La seconda stagione di Ash vs Evil Dead, un po’ come fece all’epoca il secondo film della serie, alza il volume delle stronzate e degli effetti speciali trucidi e abbassa quello della paura, o del provare a generarne. Da un lato è forse un piccolo peccato, perché si viene un po’ a perdere quella che comunque era una componente, seppur minore, del primo anno, ma dall’altro ne viene fuori un frullato talmente riuscito, convincente, carico di inventiva e divertimento, che sarebbe folle lamentarsene. Funziona davvero tutto a meraviglia, in un tripudio di risate, idee sempre più surreali e fuori di testa, budella lanciate in ogni direzione, mentre si omaggia e si ripesca dal passato della serie e del personaggio in maniera sempre più ricca e riuscita, ma senza mai eccedere col trip di nostalgia. Insomma, Ash vs Evil Dead è una bomba anche nella seconda stagione.

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The Greasy Strangler

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The Greasy Strangler è una roba (quasi) completamente assurda. È una commedia horror, o forse una satira disgustosa, o magari un film surreale in cui c’è un tizio ricoperto di grasso che va in giro ad ammazzare gente. È una fra le cose più fuori di testa che abbia visto negli ultimi anni e non so se mi sentirei di dire che si tratta di un film divertente, riuscito, bello. Mi sentirei però di dire che va visto, perché cose del genere quando mai capita di poterle vedere? L’unico vero avviso, magari, consiste in un facile “lasciate perdere se vi stomacate facilmente”. Non perché ci siano elementi particolarmente splatter, anzi, le uccisioni sono per lo più caste e in un paio di casi anche abbastanza buffe. Però ci sono un sacco di elementi onestamente disgustosi, per lo più relativi all’ingerire roba immersa nel grasso, al ricoprirsi di grasso, al fare cose col grasso, e sono in generale i personaggi stessi e l’estetica generale del film a puntare sul disagio.

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I Am Not a Serial Killer

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I Am Not a Serial Killer si iscrive per direttissima al gruppo dei film di genere che provano a mescolare assieme stili e approcci diversi per tirare fuori qualcosa di bizzarro, magari anche geniale (non è questo il caso), che va a tanto così dall’essere un pasticcio ma tutto sommato funziona, seppur non fino in fondo. L’intreccio è roba tipica da horror adolescenziale anni Ottanta, in zona Ammazzavampiri (ma, per carità, poi si torna sempre a La finestra sul cortile): c’è un serial killer che miete vittime nella cittadina di provincia, c’è un adolescente fancazzaro incuriosito dalla cosa e c’è qualcuno che vivacchia in zona e sembrerebbe proprio poter essere il serial killer in questione. Il twist sta nel modo in cui viene raccontata la storia.

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Shut In

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Shut In è basato su una sceneggiatura dell’esordiente Christina Hodson, che se ne stava bella placida nella famigerata Black List hollywoodiana dal 2012. La sceneggiatura, non la Hodson. Il film racconta di una psicologa specializzata in giovincelli che, a seguito di un incidente stradale, si ritrova improvvisamente vedova e con figliastro paralizzato a carico. In più, per maggiore praticità, vive in una casetta semi-isolata nel bosco che, in caso di nevicate forti, finisce quasi tagliata fuori dal resto del mondo. Vogliamo aggiungerci che, a seguito di un altro paio di eventi abbastanza equivoci, inizia a dormire malissimo, viene perseguitata da sogni ambigui e, agevolata dai rumori angoscianti che ogni abitazione di quel tipo emette, teme di avere un fantasma in casa? Aggiungiamocelo e otteniamo, bene o male, quello che Shut In propone e promette.

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Poi non dite che non vi ho avvisati: The Infiltrator

L’altro giorno è spuntato sul Netflix italiano The Infiltrator, un film su gente che si infiltra nel cartello della droga e ne esce profondamente segnata nel cuore, nella mente, nello spirito e nelle palle. Io l’ho visto al cinema qua a Parigi qualche tempo fa e ne ho scritto a questo indirizzo qui. Long story short: caruccio, stragiavistissimo, Bryan Cranston bravo da far paura. A tal proposito, mi raccomando la lingua originale, fate i bravi!

The Good Wife – Stagione 7

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Per sette stagioni consecutive, fra alti e bassi, con qualche impaccio d’avvio, un picco clamoroso, un po’ di ricaduta e infine un anno conclusivo decisamente buono, The Good Wife ha tenuto alta la bandiera della televisione classica, da network, quella con le stagioni lunghe che portano avanti la loro storia tramite una struttura procedurale. E in quei sette anni è stata probabilmente la miglior serie da network degli ultimi… boh… quindici? Qualcosa del genere, perlomeno, dai. Certo, oggi come oggi, è un po’ una vittoria nel campionato della sfiga, ma il fatto è che The Good Wife è stata una serie clamorosa a prescindere da dove la trasmettevano e ha dimostrato anno dopo anno quanto sia ancora possibile fare ottima televisione anche senza la libertà strutturale e creativa di cui puoi godere fra streaming e cavo. Il tutto, ripeto, sparando fuori ogni anno venti e più puntate dalla qualità costante e altissima, in un mondo in cui, cavo o non cavo, ci sono serie che riescono ad essere altalenanti e logorroiche anche su stagioni da tredici, sei, perfino tre puntate. E questo, magari, fa un po’ più impressione.

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La settimana a base di fumetti comprati da giopep durante il suo ultimo raid in Rue Dante

A Parigi le fumetterie escono dalle fottute pareti, ma se vai in Rue Dante ci sono più fumetterie che pareti. E soprattutto ci sono fumetterie un po’ più specializzate, fra quella che tratta solo manga, quella dedicata ai classici, quella per stracollezionisti e quelle ben fornite anche di fumetti americani in lingua originale. Quindi, ogni tanto (si parla di mesi), faccio un salto, stupro la carta di credito e poi sono a posto per altri mesi, tutti belli messi in fila. L’ultima volta si è verificata qualche settimana fa, poco dopo il rientro dall’Italia, e mi sono portato a casa ciò di cui vado a parlare qua sotto. Ovviamente, andando a scriverne settimane dopo, non mi ricordo più una fava, ma insomma, le stelline (gli asterischi) le (li) ho messe (messi) subito dopo la lettura, quindi, male che vada, si possono prendere quelli come consigli per l’acquisto.

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Sully

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Sully racconta la storia di Chesley ‘Sully’ Sullenberger, il “normalmente eroico” capitano dell’aviazione civile che nel 2009 depositò un aereo di linea sul fiume Hudson salvando tutte e 155 le persone a bordo. Fu un gesto totalmente fuori dall’ordinario, come il film sottolinea a più riprese: la gente non sopravvive agli ammaraggi, qui sopravvissero tutti. Un atto eroico, insomma, immediatamente celebrato dai sopravvissuti all’incidente e dal resto del pianeta, ma con un Sully che si ritrovò per qualche giorno sepolto da un’indesiderata attenzione mediatica, colpito dallo shock di ciò che aveva vissuto, distante dalla propria famiglia, messo in dubbio dal processo di revisione dei fatti e da una visione delle cose secondo cui, forse, la manovra da lui operata era inutile e inutilmente rischiosa.

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